Una riflessione sulla condizione umana: Crimine infinito

Cristiano Barbarossa, Fulvio Benelli / 12-04-2020

 

Che cos’è Crimine Infinito?

“Crimine Infinito” è un romanzo che si ispira alla storia vera di un calciatore di una serie minore che, per una serie incredibile di avvenimenti, diventa un potente padrino della ‘ndrangheta in Lombardia. Da questa vicenda se ne irradiano molte altre, dall’investigatore che indaga su di lui, a tutti quelli che rimangono intrappolati nella rete criminale che separa – e unisce – questi due protagonisti. Ma non è solo questo, ovviamente. È una riflessione sulla condizione umana. Ed è anche un atto d’amore per questo Paese. Un libro che vuole raccontare i risvolti della politica, dell’economia e della società, sia negli aspetti positivi che in quelli negativi, in un intreccio ricco di colpi di scena, sin dagli atti d’indagine. Nell’elaborazione, ci siamo ritrovati a maneggiare reali infiltrazioni tra gli uomini dello Stato, delle Forze dell’Ordine, dei politici, dei giudici, degli imprenditori, dei prelati, dei medici, dei professori universitari, anche di coloro che passano per mecenati. C’è una trasversale zona grigia dove è diventato quasi impossibile distinguere il bene dal male. E quel che è peggio -usando un gioco di parole- è che mentre il male fa benissimo il male, il bene spesso fa male il bene. È proprio per questo motivo che, sia nell’ideazione che nella stesura, siamo stati attenti a far sì che il lettore non finisca involontariamente per parteggiare per il crimine, dopo esserci stato a contatto, anzi dentro, per tutta la storia.

 

Quando, dove e perché avete iniziato a scriverlo?

Innanzitutto, quando abbiamo realizzato che la mafia più ricca e potente del pianeta -la ‘ndrangheta- è anche quella meno raccontata. Per molti non ha né forma, né nome, è quasi come se non esistesse, e quindi può agire indisturbata, lasciando volentieri le copertine e i riflettori alla mafia siciliana e alla camorra.

La scintilla vera e propria è scattata una decina di anni fa, quando siamo entrati in contatto personalmente con alcune indagini e con gli inquirenti che le stavano portando avanti. Indagini che ruotavano intorno al porto di Gioia Tauro in Calabria, una gigantesca porta d’ingresso internazionale per merci di ogni tipo e provenienza. Tra cui, naturalmente, droga. Andando là di persona abbiamo potuto verificare il livello di connivenza criminale che esiste. Anche se pensare a un fenomeno esclusivamente locale è sbagliato. Altrove – ed è uno degli elementi fondanti di questo libro- le cose oggi non vanno in modo tanto differente. In Lombardia, in Germania. O in Australia, tanto per fare qualche esempio. Perché la ‘ndrangheta non è penetrata solo nei diversi settori della società italiana, è anche in tante altre zone del mondo. Ovunque c’è la possibilità di inquinare un mercato per ricavarne profitti, loro ci sono. E sono i “migliori”. Nessuno coniuga così bene l’arcaicità dei propri rituali con la moderna spregiudicatezza del follow the money.

 

Chi dovrebbe leggere questo libro?

Il libro è per tutti. Perché la mentalità che sottende la ‘ndrangheta è più presente di quanto si pensi, ancor di più della ‘ndrangheta stessa. Spesso la si subisce senza rendersene conto. È un modo di pensare, di sentire, di vivere. Chiunque abbia un qualche tipo di potere, a tutti i livelli, lo condivide quasi sempre solo con il proprio cerchio magico. Si potrebbe dire: con la propria “famiglia”. Questo non è un male di per sé, tutti i sistemi mirano all’autoconservazione, ce lo insegna la natura. Il problema è a quale scopo. Mentre la Costituzione ci dice che ci dovremmo occupare tutti della crescita e del progresso generali, nella maggior parte dei casi questi gruppi pensano solo ad accrescere il proprio potere, oltre che ai soldi. Oggi possiamo renderci conto dove ci ha condotto questo atteggiamento, come Nazione.

 

Come avete lavorato per costruire il vostro libro?

Studiando a fondo le carte processuali, prime fra tutte quelle delle due maxinchieste “Crimine” e “Infinito”, che hanno portato a ben 300 arresti, tra cui clamorosi insospettabili, e al contempo intervistando personalmente alcuni protagonisti, dalla Calabria alla Lombardia, sino al Sud America, e oltre. Una cosa che ci interessava particolarmente e che abbiamo raccontato è come si entra in rotta di collisione con questo fenomeno. Sia come affiliati, che come vittime. Quali sono i meccanismi. Ti vengono a cercare loro? Oppure la ‘ndrangheta si eredita? Persino dopo generazioni e dall’altra parte del mondo? La risposta è nelle vite dei personaggi del libro. Ed è tutto vero.

 

Qual è stata la parte più difficile nel realizzare quest’opera?

Il grande lavoro è stato intessere i vari frammenti, spesso nascosti, per formare un unico mosaico che appassionasse il lettore, seguendo la migliore tradizione del noir, del poliziesco, e che al tempo stesso gli restituisse le proporzioni e l’unitarietà del fenomeno. Siccome lo stile in un libro non è mai estraneo al suo contenuto, abbiamo lavorato su una trama che passo dopo passo collegasse le diverse situazioni e i personaggi della storia. Quel che è venuto fuori è un romanzo dal montaggio “filmico”. È stato anche un modo per rendere merito alla detection degli inquirenti; su tutti, i “bastardi senza gloria” del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Monza, che sono andati avanti contro ogni avversità. Perché, appunto, il nostro può essere considerato anche un libro giallo. Ci sono omicidi e tradimenti, appostamenti, inseguimenti, intercettazioni, doppiogiochisti, operazioni sotto copertura e molto altro. Ogni paragrafo è stato costruito come un indizio che il lettore rimette in ordine mentre avanza nella storia. Volevamo renderlo partecipe dell’adrenalina delle nostre scoperte.

L’altra sfida importante è stata dare tridimensionalità ai personaggi, che nel libro non sono mai schiacciati nella loro funzione, ma hanno un respiro, uno sguardo, tutto loro. Senza dimenticare che il compito di chi scrive è rendere semplice ciò che invece è complesso. E qui, nello specifico, il fine ha assunto un doppio valore. Siccome il “male” odia la semplicità, noi abbiamo cercato il più possibile di essere semplici.

 

Come mai, avete scelto di fare un romanzo e non un’inchiesta giornalistica?

Abbiamo sentito la necessità di renderci testimoni non solo della nuda cronaca ma anche degli altri livelli di lettura che abbiamo intercettato inabissandoci in questa vicenda, senza imbrigliare il lettore con i limiti, anche “legali”, del resoconto giornalistico. A noi interessa la verità storica. Il nostro è un libro pensato per i lettori contemporanei, che hanno il diritto di essere informati, meglio se attraverso una storia intrigante e appassionante; ma è al tempo stesso anche un messaggio per i lettori che verranno, perché crediamo che sia importante provare a lasciare una traccia. Paradossalmente, una cronaca è storica non tanto quando guarda al passato ma se pensa al futuro, altrimenti è già schiacciata su quel passato, è già superata.

Tra l’altro, viviamo un presente polverizzato, reso ancora più atomizzato da un’informazione schizofrenica, ormai preda dei ritmi e degli umori dei social. Ecco perché abbiamo preferito oltrepassare le paratie del giornalismo e chiedere asilo all’universalità della narrativa.

 

In sintesi, come definireste questo libro?

Un libro non è mai un deposito di oggetti etichettati e lasciati incustoditi a prender polvere, è un organismo vivente che aspetta l’occhio del lettore per venire trasformato e trasformare. Ciò che crediamo è che nessuno

possa sentirsi estraneo a quanto narrato in “Crimine Infinito” perché non si può rimanere indifferenti di fronte a delle esistenze travolte dal sangue, dai reati ambientali, dalla sopraffazione, dalla miseria morale. Anche perché, matematicamente, alla fine pagano sempre i più deboli. Il nostro non vuole essere un libro moralistico, ma etico sì: nel mostrare senza sconti, con la “crudeltà” di uno specchio, ciò che in molte realtà siamo diventati, invochiamo una sorta di purificazione. In fondo, se un libro non ti cambia, è inutile averlo letto, e ancora di più averlo scritto. Come dice uno dei nostri personaggi: “preferisco una guerra persa male a questo quieto vivere che ci rende uguali a loro.”

Ecco, nel libro attraversiamo tutto il male che ci stanno – e che ci stiamo facendo – non per scandalizzare il pubblico ma perché riteniamo che solo guardando negli occhi i problemi potremo comprendere come sradicarli.

La storia dell’umanità ci insegna che tutti possono sbagliare, i singoli come le comunità, l’importante è correggere la rotta e riscattarsi. Perché infinito non sia solo il crimine, ma infinita sia anche la bellezza della nostra civiltà, del nostro modo più giusto e vero di esserci e di fare.

 

 

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