Aprire gli occhi sulla vita: Nawal Al-Sa’dawi

Redazione / 23-04-2021

 

La recente scomparsa di una delle femministe più importanti del mondo arabo ci ha sconvolti.

Per ricordare Nawal, pubblichiamo un estratto del suo “Memorie di una donna medico”.

 

Sono entrata in conflitto con la mia femminilità molto presto, prima ancora di diventare una donna, prima ancora di scoprire qualcosa su di me, sul mio sesso e sulle mie origini; quando ancora non conoscevo il nome della cavità che mi aveva contenuta prima che fossi espulsa in questo immenso mondo. Allora sapevo soltanto che ero una bambina, come mia madre ripeteva tutto il santo giorno. E la parola “bambina” per me significava una sola cosa: che non ero un bambino, non ero come mio fratello.

Mio fratello poteva tagliarsi i capelli e lasciarli liberi, senza neppure pettinarli, mentre i miei capelli crescevano sempre più: mia madre li pettinava due volte al giorno per poi legarli in trecce che fermava alle estremità con dei nastrini. Mio fratello si svegliava, si alzava dal letto e lo lasciava così com’era, mentre io dovevo rifare il mio letto e anche il suo. Mio fratello usciva in strada a giocare senza chiedere il permesso né a mia madre né a mio padre, e rientrava quando voleva, mentre io potevo uscire solo ed esclusivamente dopo aver ottenuto il permesso. Mio fratello prendeva un pezzo di carne più grande del mio e lo divorava in tutta fretta, oppure mangiava la minestra facendo rumore, e mia madre non gli diceva nulla. Invece io, io ero una bambina! Dovevo stare attenta a ogni movimento che facevo.

Dovevo nascondere il mio appetito per il cibo, mangiare lentamente e bere la minestra senza far rumore. Mio fratello giocava, saltava, faceva le capriole. Quanto a me, ogni volta che mi sedevo e il vestito si alzava un poco, andando a scoprire anche solo un centimetro di coscia, mia madre mi lanciava un’occhiata feroce con la quale mi ordinava di nascondere le mie vergogne. Le mie vergogne! Ero tutta una vergogna, ed ero solo una bambina di nove anni! Ero così triste per me stessa. Mi chiudevo nella mia stanza e mi sedevo a piangere in solitudine. Non ho versato le prime lacrime della mia vita per colpa di un insuccesso scolastico, o perché avevo rotto qualche oggetto di valore, ma perché ero una bambina. Ho pianto per la mia femminilità prima ancora di conoscerla. Fu così che aprii gli occhi sulla vita, e tra me e la mia natura nacque una forte ostilità.

Scesi i gradini a tre a tre e arrivai in strada prima di finire di contare fino a dieci. Avevo ottenuto da mia madre il permesso di uscire, e mio fratello e gli amici del vicinato mi stavano aspettando per giocare a guardie e ladri. Quanto amavo giocare! Mi piaceva correre alla massima velocità, sentire quella felicità prepotente quando muovevo per aria la testa, le braccia e le gambe; mi lanciavo in salti altissimi, frenati soltanto dal peso del mio corpo che la terra teneva ancorato a sé. Perché Dio non mi aveva dato la forma di un uccello capace di volare, come queste colombe, ma mi aveva fatta nascere in un corpo di bambina? Conclusi che Dio doveva preferire gli uccelli alle bambine. Eppure nemmeno mio fratello volava.

Questa verità mi consolava un poco: mi accorsi che i ragazzi, nonostante la loro grande libertà, erano incapaci di volare proprio come me. Cominciai a esaminare tutto ciò che gli uomini erano incapaci di fare per sopportare quell’eterna imperfezione che mi era imposta dall’essere femmina. A un certo punto accadde qualcosa di strano: stavo saltando, quando sentii un brivido violento percorrere il mio corpo, poi un capogiro, e vidi una cosa di colore rosso. Che cos’era? Il mio cuore fu preso da una profonda agitazione. Smisi di giocare, andai a casa e chiusi dietro di me la porta del bagno per indagare di nascosto sul mistero di quel fatto così grave. Non riuscivo a capire, pensai di essere stata colpita da una qualche malattia improvvisa. Presa dal panico, andai a chiedere a mia madre. Ma lei rideva di gioia! Rimasi stupita: come poteva mia madre accogliere la notizia di un’orribile malattia con quel gran sorriso? Mia madre notò la mia sorpresa e la mia perplessità. Mi prese per mano e mi portò nella mia stanza, dove mi raccontò la storia delle donne che sanguinano.

 

Rimasi nella mia stanza per quattro giorni consecutivi: non avevo il coraggio di incontrare mio fratello, mio padre e persino il giovane domestico. Sicuramente sapevano già tutto: senza dubbio mia madre aveva rivelato il mio nuovo imbarazzante segreto. Chiusi la porta alle mie spalle per commentare tra me e me quello strano fenomeno: possibile che le ragazze non potessero raggiungere la maturità in un altro modo che non fosse così sudicio? Poteva un essere umano vivere per giorni alla mercé di contrazioni muscolari involontarie? Dio doveva odiare le ragazze, se aveva deciso di macchiarle tutte con questo disonore.

Mi accorsi che Dio prediligeva i ragazzi praticamente in tutto. Trascinai il mio corpo appesantito fuori dal letto e mi guardai allo specchio. Che cos’erano quelle due piccole protuberanze che erano spuntate sul mio petto? Volevo morire! Che cos’aveva questo mio corpo? Perché mi sorprendeva ogni giorno con una nuova vergogna che non faceva altro che accrescere la mia debolezza e le mie preoccupazioni? Che cosa sarebbe spuntato sul mio corpo il giorno seguente? Quale altro nuovo fenomeno quella prepotente della mia femminilità avrebbe fatto esplodere?

 

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