Poliestere di Luca Bertolotti

Luca Bertolotti / 23-01-2020

 

Per anni ho abitato il tempo e lo spazio, in cui in seguito ho ambientato Poliestere, chiedendomi che cosa sarebbe rimasto della fabbrica che avevo intorno, di tutta la fatica spesa, il veleno, la rabbia, la paura, ma anche l’allegria sguaiata, le risate da spaccarsi le costole, il cameratismo più grossolano.

Poliestere è nato per dare una risposta a questa domanda e, nel farlo, ho dovuto dare un inquilino a questo tempo e questo spazio, Livio Belotti. Ovviamente con quel suo background (per non parlare del temperamento) non potevano che capitargli un mucchio di cose che sono successe anche a me. Ma, citando Céline un po’ a memoria e a tentoni, per fare letteratura (o quantomeno per provarci) bisogna piegare la menzogna al vero.

 

Luca Bertolotti

 

È proprio necessario spiegare per filo e per segno cosa è accaduto realmente e cosa è stato immaginato, così come identificare, quasi siano dei colpevoli, quei personaggi inventati di sana pianta e quelli che sono stati ricalcati sulle sagome di persone esistenti?

L’importante è stato sopravvivere a quel caos di giorni spaiati per poterlo raccontare in una storia coerente, per quanto folle sotto molti aspetti. Solo così ho provato a dare un senso alle macerie che mi sono lasciato alle spalle ma anche a quelle in mezzo alle quali mi aggiro tuttora.

 

 

Poliestere è il nome di un materiale di largo consumo, impiegato un po’ per tutto. Un materiale che per giungere inoffensivo nelle nostre case ha dovuto per un breve tempo essere veleno liquido, aerosol, instabilità.

Io vorrei che questo libro portasse ancora un po’ di quel profumo di tossicità, quando il poliestere è ancora senza forma, senza direzione, solo un fluido appena colato da una latta da venticinque kg e pronto per la catalisi.

Buona intossicazione.

 

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