I fantasmi del passato: Il marchio di Mariella Mehr

Samlibrary94 / 27-12-2019

 

Quando Franziska lasciò finalmente trapelare il suo sguardo, scoprì un abissò che spaventò Anna. Era un dolore affine al suo, eppure di una profondità che le risultava inquietante. Anna intuiva l’orrore, ma non era in grado di interpretarlo”.

Anna Kreuz trascorre le sue giornate come un automa, occupandosi metodicamente dei pazienti della casa di cura dove lavora in Svizzera e delle piante carnivore della sua serra, a cui dedica ancor più attenzione che alle persone.

Quando però alla clinica arriva una nuova ospite, Anna si inquieta e i fantasmi del passato tornano a tormentarla, riemergendo prepotentemente sotto forma di ricordi.

Sono proprio i ricordi, oscuri e frammentati, che ci rivelano la storia di Anna e Franziska, conosciutesi in collegio e unite da tormenti comuni. Si tratta di una storia di dolore e sofferenza, di amore e di pulsioni, di atrocità e sensi di colpa, che pian piano rivela tutto il suo orrore, anche se in maniera mai chiara, ma sempre ambigua e oscura e in questo senso lo stile dell’autrice risulta decisamente rappresentativo: i cambi di punti di vista, il passaggio dalla prima alla terza persona, i salti continui tra passato e presente possono confondere inizialmente, ma il tutto risulta decisamente funzionale alla storia.

Per comprendere e sentire appieno il romanzo, imprescindibile risulta la storia dell’autrice che nella Trilogia della Violenza, di cui “Il marchio” rappresenta il primo volume, racconta la terribile persecuzione che fu possibile, ancora una volta, nel cuore dell’Europa del Novecento.

Protagonista di questa tragedia, ai più sconosciuta, la Svizzera, dove l’associazione Pro Juventute utilizzò l’eugenetica e le armi scientifiche nel tentativo di eliminare i nomadi di etnia Jenisch.

Mariella Mehr

Intere famiglie e clan furono divisi e smantellati, furono messe in atto sterilizzazioni e torture e ovviamente non mancarono le violenze e gli abusi, si imposero i divieti di matrimoni e centinaia di bambini furono strappati alle madri per crescere poi in orfanotrofi, istituti, manicomi e prigioni.

Vittima di tutto questo fu anche Mirella, nata da madre Jenisch nel 1947, che, strappata ai genitori durante l’infanzia, crebbe in sedici famiglie diverse e tre istituti. Quando poi a 18 anni le tolsero il figlio, la sua rabbia crebbe e venne ancora ricoverata in quattro ospedali psichiatrici e reclusa in un carcere femminile.

Alla luce di ciò, non risulta difficile capire quanto di lei vi sia in questo romanzo.

Risultano infatti inevitabili l’oscurità dei suoi ricordi, l’atrocità di ciò che Anna e Franziska – l’una zingara e l’altra ebrea – hanno dovuto subire, la necessità di trovare un’anima con cui condividere il proprio dolore, l’instabilità e la follia che emergono sempre più dalle pagine di questa storia, che mi piacerebbe immaginare solo come una brutta storia, ma che, purtroppo, non lo è.

Non si tratta di un libro piacevole o facile. E’ un libro che va letto con cognizione di causa, perché è un pugno nello stomaco, anzi, una vera e propria coltellata, ma è un libro che ha uno scopo, deve raccontare una storia e lo fa alla perfezione.

Leggete questo romanzo, perché il crimine più grande che si possa commettere nei confronti della Storia è dimenticarla.

 

Il marchio

 

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