La figlia del Re Ragno: una storia di resilienza

Luci_di_libri / 17-10-2019

 

La mia storia è l’unica cosa di valore che mi sia rimasta, quindi non la condivido con chiunque.

Da quando ho iniziato a frequentare psicologia all’università, mi capita spesso di cogliere piccoli riferimenti a ciò che studio anche durante la lettura. Quando ne ho la possibilità, poi, mi piace usare i libri come punto di partenza per parlare di argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Così è successo con La figlia del Re Ragno, un romanzo che si presta bene ad introdurre il tema della resilienza, dal momento che tutti i personaggi hanno alle spalle dei vissuti di lutto e perdita con i quali si trovano a dover fare i conti lungo il corso della narrazione.

Il termine “resilienza” sta proprio ad indicare un processo attivo di autoriparazione e crescita in risposta alle avversità della vita. Questo significa che persone resilienti si diventa non malgrado le difficoltà ma proprio in virtù di queste. Ho sempre avuto la convinzione che anche dai momenti peggiori possiamo trarre qualcosa di buono e bello per la nostra vita, ed è stato interessante scoprire che l’ideogramma cinese che corrisponde alla parola “crisi” racchiude in sé questo duplice sguardo: è composto da due segni, un simbolo che indica “pericolo” e uno che significa “opportunità”. Quindi, nel processo di formazione della resilienza tutto si gioca nel modo in cui rielaboriamo e facciamo nostre quelle situazioni che ci toccano nel profondo, che ci feriscono, che potrebbero lasciarci potenzialmente più vulnerabili ma che allo stesso tempo ci forniscono l’occasione per ripartire più forti di prima.

La reazione più comune davanti ai piccoli e grandi traumi della vita è quella di accantonarli, relegarli in un angolo della nostra mente e non pensarci più. Spesso facciamo finta di nulla, asserragliati come siamo dentro a corazze su cui ogni situazione dolorosa rimbalza e torna indietro, senza che ci abbia minimamente scalfito. La tendenza a tagliare fuori le esperienze eccessivamente traumatiche è un ethos culturale che ci condiziona tutti, ma non è così che si costruisce la resilienza. Perché, se è vero che “pericolo” e “opportunità” sono le due facce d’una stessa medaglia, per vincere davvero bisogna essere disposti a stringerle entrambe tra le mani. Lo sforzo che ci viene richiesto, dunque, è quello di integrare l’esperienza intensa del trauma all’interno della nostra identità individuale e sociale; questo inevitabilmente condizionerà il modo in cui affronteremo la vita e le sue sfide in futuro.

Facile a dirsi, ma da dove si parte? Il primo step è quello di attribuire un significato alle difficoltà in modo tale da renderle più sostenibili e costruire una narrazione chiara e coerente di ciò che è successo così da essere in grado di elaborarlo. Ecco perché la frase del libro che ho riportato all’inizio mi ha così colpito: riconoscere che anche i momenti difficili fanno parte della nostra storia è il primo passo verso la resilienza. Il protagonista maschile – una delle due voci narranti del romanzo – questa cosa l’ha capita. Dopo la morte del padre è stato costretto ad abbandonare i privilegi della sua vita precedente e fare l’ambulante di strada pur di mantenere la madre e la sorella, eppure è riuscito a dare un significato a tutto questo. Anzi, va addirittura oltre e aggiunge un altro pezzo del puzzle: la sua storia non solo ha un senso, ha persino un valore. Sembra una banalità, ma tutto quello che ci succede è in grado di plasmarci e contribuisce a fare di noi esattamente ciò che siamo. Se riusciamo a vivere con questa consapevolezza diventeremo in grado di affrontare ogni sfida che la vita ci metterà davanti.

Tornando al libro, La figlia del Re Ragno è un romanzo che racconta di vite molto distanti tra loro, che si incontrano nello stesso angolo di Nigeria e si intrecciano l’una con l’altra. Abike – protagonista femminile e seconda voce narrante –, la madre e la sorella dell’ambulante di strada, Precious, Mr T., tutti hanno vissuto esperienze dolorose e ognuno di loro ha una propria storia da rivelare. Leggere questo libro mi ha fatto riflettere su quanti modi diversi abbiamo di reagire ad una stessa situazione e tutti possiamo riconoscerci, almeno in parte, in quello che viene raccontato. Attraverso questo romanzo la giovane autrice condivide con noi una storia che, forse, in parte è anche la sua storia; e questa è un’altra cosa fondamentale: raccontare – non a tutti, ma almeno a qualcuno – le nostre esperienze consente di specchiarsi l’uno nell’altro e fare un altro passo verso la resilienza.

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