Erica Mou / 28-04-2020

 

Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. La tovaglia messa e poi tolta. Il tavolo passa da mensa a ufficio per lavori smart, che ogni tanto si incagliano nella tecnologia. Questo tavolo che altre volte è una bisca, una sala operatoria per calzini da rattoppare, un piano di impasto per pietanze antiche che mai avremmo pensato di cucinare. Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Le nostre stagioni quotidiane ruotano tutte attorno a questo tavolo, il nostro asse terrestre, che ogni tanto allontaniamo e avviciniamo al muro, così, tanto per provare. Come è più elegante la natura, di noi. Che al posto del tavolo apparecchia la terra, coi suoi fiori. Corri, se ti affacci al balcone si sente persino l’odore, oggi.


Estate. Autunno. Inverno. Primavera. Lo vedi? Lo vedi come la natura è più grandiosa di noi? Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Proprio non reggiamo il confronto. Mi avevi detto che quest’anno saremmo andati in India, perché tra pochi giorni compio trent’anni e tu dici che in India bisogna andarci prima di mettere su famiglia, quando si è ancora spericolati e non ci fa paura niente. Di indiana, amore mio, ci è rimasta solo la fila al supermercato. E l’altro giorno, mentre pregavo di trovare il lievito, ci ho pensato e mi è venuto da ridere.


Per fortuna ci sei tu, in questa casa con me.
Ti ho visto sdraiato sul divano con un libro in mano e ho pensato che forse possiamo ritrovare noi stessi anche qua, in questi quattro pasti, in questi quattro angoli di stanza. Forse la nostra India sta in questo appartamento. L’atro giorno mi sono ricordata che ho le gambe, mi succede ogni tanto quando sono un po’ triste di dimenticarmi di avere le gambe, soprattutto quando non esco, soprattutto quando fa un po’ freddo. In casa è entrata un’ondata di sole e mi sono ricordata che ho le gambe, mi sono messa la gonna e me le sono guardate per un tempo che non saprei dirti ma è stato parecchio. Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Tutto il resto si è asciugato ed è rimasto solo questo.

 

L’essenziale. I piccoli traguardi di sopravvivenza da superare, cicli senza evoluzione. Così mi pare ma poi ci ripenso. E in mezzo ai pasti vedo che ci sta tutto il mondo, mia nonna che videochiama per dire che sta bene, le mie gambe per ballare sul tappeto, duecentoventuno pagine che proteggo e che fino a poco fa non esistevano e mi commuovono, ci stanno le tue felpe e la mia voce, le brutte notizie ma anche qualcuna buona, l’applauso che alle 20.00 facciamo dal balcone ai vicini di casa, l’Italia, la Francia, la nostra India a domicilio.

 

Ci sta il fatto che tutto questo passerà, ma finché non passa noi in letargo non ci andremo mai, no no. Vedi che forse su questo siamo più bravi noi della natura? Per fortuna ci sei tu, in questa casa con me. Applichiamo un po’ di matematica filosofica, allora: quarantena diviso due uguale vento.
Che oggi porta l’odore dei fiori. Estate. Autunno. Inverno. Primavera. Quale sarà la prima cosa che vorrò fare dopo?


Beh, ti prometto che quando si potrà prenotiamo i voli e ci andiamo, in India. Ma prima però facciamo una cosa normale. Ti va se ce ne andiamo al mare?

 

 


Tiziana Barillà / 24-04-2020

 

Se questa è la normalità, allora me ne vado. Sono arrivata a questa conclusione esattamente due anni fa, quando decidevo di lasciare la grande città con le sue nevrosi, per ritrovare ossigeno e vita.

 

Un virus è piombato sulla nostra malsana normalità. Semina morte e paura in una società di morte e paura. E ci costringe tutti a uno stop. Questo fermarci, adesso, ci mostra quanto effimere fossero le libertà che avevamo fino a ieri. È davvero libertà essere liberi di essere infelici?

 

Dopo anni di caccia al nemico e odio dell’altro, ora una comunità che si era smarrita cerca di ritrovarsi. Cerca unità dove c’era divisione, cerca fiducia dove imperava il cinismo. Cerca senso collettivo in un mondo di egoismi e opportunismo.

 

Questa società è il corpo stanco di una donna. Troppo stanca per sopportare ancora egoismi e cattiveria. Troppo forte per tollerare altri soprusi. Troppo umana per credere ineluttabile la condanna a una vita a metà.

Morte e povertà ci hanno raggiunti da questa parte della barricata. Le nostre protezioni sono saltate e possiamo vedere quel che – da un pezzo – è all’ordine del giorno per l’altra metà del mondo.

 

Il problema non è il virus, ma il capitalismo. Se qualcosa di buono resterà da questa tragedia sarà l’averci messo in guardia da questa inumana normalità.

 

Dalla quarantena, vi racconto la mia personale fuga.
Accettatelo come un invito a fare altrettanto.

 

Aprile 2018.

 

Il vento fresco riaccende in me la voglia di vivere, mentre ingrano la terza e mi lascio alle spalle i palazzoni, cavalcando le fosse della strada.

 

Lascio Roma, una scelta di vita. Lascio la grande città, la giungla che mi ha dato carezze e schiaffi per più di un decennio. Mi sottraggo. Imbocco lautostrada e lascio dietro di me il traffico invadente, laria che toglie respiro invece di restituirlo, il tempo che non basta mai, i grandi e piccoli desideri disattesi, sistematicamente. Un caffè o un abbraccio, ormai tutto è diventato unimpresa. Titanica, talvolta.

 

Vivere per lavorare. Guadagnare il necessario per pagare laffitto della tua prigione. Correre, correre, correre. Fino allo stremo, fino a non rendersi più conto di dove si sta andando. Cammino tra i pochi che camminano a passo duomo con gli occhi aperti, mentre tutti intorno corrono con gli occhi chiusi, battendosi le mani sulle orecchie.

 

E dire basta. Stop al vaffanculoche – certamente – mi aspetta non appena varcherò la soglia di casa. Stop alla rabbia, alla frustrazione, a quel sentirsi sempre meno, sempre un po’ ‘menodi ciò che ti viene richiesto di essere.

 

Sono Donna io, mi ripeto. Quel pensiero non mi appartiene. E allora perché piegarmi a esso? Perché emanciparmi a parole e non anche con il corpo, con la mente, con il cuore?

 

Così, fare una scelta si traduce ancora una volta in andare via. Che è sempre doloroso e liberatorio insieme, perché vuol dire anche lasciare un pezzo di me. Di quella me che, con le tasche vuote e il cuore pieno, vengo accolta dallabbraccio di Roma. Niente di quel che sono esisterebbe senza Roma. La mia nuova città, che ha saputo abbracciarmi quando lasciavo il più grande pezzo di me, Reggio.

 

Ma adesso ho fame e sete di vita. Di andare a vivere, fare quello che dico e che penso. Agire, oltre che pensare. Riprendere la vita tra le mie mani. Lossigeno, il tempo, la gentilezza.

 

L’autostrada cede il posto a una strada un po’ più rotta, eppure è quella la strada per la libertà. Umbria. Altri abbracci mi aspettano, abbracci che col tempo non allentano la presa, anzi. Casa. La casa senza tempo, la mia nuova casa.

Tiziana Barillà

 

Aprile 2020.

 

Siamo ancora qui, a scacciare via i pensieri pesanti. Non c’è luogo al mondo in cui scompaiano da sé. Sveglia presto, scrivere, allenarsi, respirare.

 

Chi l’avrebbe detto – anche solo poche settimane fa – che mezzo mondo sarebbe rimasto rinchiuso in casa. Per laltro mezzo è cambiato poco, una casa non ce lha e la morte al fianco ce lha dalla nascita. Luguaglianza di nascita continua a essere solo unidea. E manco di tutti. Impraticata, irrealizzata. Ancora troppo lontana dallessere realtà.

 

Io sono tra i fortunati. Tra chi ha una casa e ha amore. Anzi di case ne ho più d’una, di amori anche. Da questa parte della barricata – che mi colloca dove i miei ideali mi dicono che non dovrei stare – leggo e ascolto riflessioni sparse, in questi giorni di pandemia.

 

No, questo che viviamo non è il miglior mondo possibile. Lumanità proprio non è fatta per sottostare a una gerarchia. Qualunque essa sia.

 

Adesso che viviamo in clausura, spero, riconosceremo un podi più il valore della libertà. Libertà di muoversi, di amare, di vivere, di essere felici.

 

Raccolgo ancora le idee. Non si dovrebbe mai smettere di raccogliere le idee. E poi darle in pasto al cuore proprio e altrui. Vivere è proprio una scelta. Ed è a vivere una vita che non è la tua che ci vuole coraggio.

 


Luca Bertolotti / 23-04-2020

 

È dal 16 marzo che sono a casa. Per una volta lavoro come verniciatore per una società che pare più lungimirante dello stesso governo che successivamente (appena un settimana dopo) ha posto il blocco di tutte le attività produttive non strettamente necessarie.

 

Per anni ho lavorato in aziende che hanno attentato alla salute dei dipendenti, quando ancora l’idea di un coronavirus su scala planetaria poteva essere annoverata nel filone narrativo delle distopie fantascientifiche.

 

Ho lavorato in ambienti malsani, tecnologicamente arretrati, frutto di gestioni votate al risparmio o semplicemente impoverite da un mercato sempre più asfittico. Ora potrei dirmi finalmente arrivato, quasi salvato: il mio datore di lavoro ha preferito la mia salute al suo profitto. Eppure mi sento come un disertore.

 

Io, ora a casa, senza nemmeno l’obbligo dello smart working, prigioniero di questa quarantena, sono libero finalmente di coltivare i miei interessi. Libero di leggere, di scrivere. Libero di seguire i bambini, di fargli fare i compiti, di stare con loro. Mi sento come un disertore che ha trovato il modo per imboscarsi mantenendo però la coscienza a posto. Perché, sì, il paragone viene facile: negli ultimi tempi il lavoro in fabbrica mi è parso assomigliare sempre di più ad una guerra. Certo un paragone trito ma comunque ormai un adagio, quasi una cantilena, tra operai.

 

Ora tutto deve esser più veloce, i tempi sempre più serrati, la produzione più rapida e con sempre meno resi, meno errori. Tecnologicamente un disegnatore tecnico è passato negli ultimi vent’anni dai rapidi a china su carta acetata a utilizzare un mouse e programmi quali SketchUp o CAD 3d.

 

Anche in produzione ci sono stati dei cambiamenti, ovvio: il falegname ora usa una sola macchina a controllo numerico al posto di tutte quelle che per anni hanno minacciato le sue falangi (foratrice 32, squadratrice, toupie, eccetera). Per un verniciatore come me, invece, uno da lavoro non seriale, non è cambiato nulla. Eppure, nel tempo, mi è stato chiesto di adeguare la mia produttività a quella degli altri, per non restare indietro nell’intera filiera.

 

Ultimamente ho sognato di tornare nelle vecchie e puzzolenti botteghe di un tempo. Ho sognato di tornare più umano, rallentato, anche se maggiormente in pericolo, magari con la schiena più rotta o i bronchi più ostruiti. A questo, mi dico, arriva lo stress, dovuto alla velocità come fine ultimo della produzione, a farti rimpiangere i mali minori così come quelli maggiori da cui, a ragione, sei scappato appena hai potuto.

 

Sì, io durante questa quarantena sarò il disertore, il traditore, quello che ad ogni rinvio d’apertura si sentirà sollevato. Sono quello che si sveglia al mattino fottendosene di essere in cassa integrazione. Già una volta ho subito gli effetti di una grave crisi economica: ho perso il migliore lavoro che avessi mai avuto per non ritrovarne più nemmeno un pallido surrogato.

 

Questa volta sento di aver da lasciare sul campo molto meno, anche se partite IVA e interinali potrebbero odiarmi per quello che sto scrivendo. Guardo il telegiornale, faccio videochiamate ai parenti, misuro la casa a passi. Penso al fatto che ho preso troppo sul serio il mio mestiere, al punto di averlo paragonato a una guerra, e intanto osservo le immagini di infermieri e medici addormentati sul linoleum dei corridoi dopo turni di lavoro a doppia cifra.

 

Io voglio che questo virus se ne vada come è arrivato anche per dare un senso al lavoro di queste persone, visto che un scopo al mio fatico sempre più a darlo. Ma no, non voglio tornare alla normalità. Alla mia normalità. A quella normalità. Non adesso, almeno.

 

Voglio solo fermarmi ancora per un po’.

 


Alessio Arena / 21-04-2020

 

 

All’inizio sembrava dovesse essere una specie di party in pigiama, una lunga festa che nessuno era disposto a passare da solo. Per questo, almeno nei primi giorni, chi non condivide il proprio appartamento con nessun’altra persona ha chiesto asilo a casa di amici. Poi ci siamo vergognati tutti di averla presa così. Per quanto le notizie dall’Italia cominciavano a farsi preoccupanti, e i decessi si contavano a centinaia anche a Madrid, avevamo deciso di tenere spento il televisore, ma ovviamente la strana e ingiustificata euforia dell’inizio era già diventata altro.

 

Io e il mio compagno viviamo in un quartiere vicino al centro di Barcellona, la parte sud di questa perfetta scacchiera di isolati quadrati, nata dall’ampliamento della città che si inaugurò negli anni sessanta dell’Ottocento. La zona attorno al mercato di Sant Antoni è zeppa di appartamenti per turisti, caffè e ristoranti con prezzi per portafogli nordici, ma anche di molti locali della “resistenza”, quelli che qui si chiamano “Bar Manolo”, evocando la memoria di un fantomatico locandiere, compendio del carattere e delle sospette abitudini igieniche iberiche d’altri tempi. Diversi bar come questi sono oggi sopravvissuti all’ondata di lindore e minimalismo hipster, ma mi domando se riusciranno a superare quest’ultimo e inaspettato colpo alla loro economia.

 

Quando tocca a me fare la spesa, cammino il più lento possibile, cerco di sgranchirmi le gambe anche se so, che al ritorno, sceglierò di non prendere l’ascensore, ma di salire a piedi gli otto piani che mi dividono da casa mia. È diventato il mio unico esercizio. In strada con la mascherina noto che gli occhiali mi si appannano di continuo, capisco che questi due detestabili accessori non possono convivere. O almeno non sulla mia faccia, che ne so. È difficile riconoscere le strade, questo quartiere chiassoso, questa città così piena di vita. Vedo le aiuole fiorite, e gli alberi che ben presto uniranno le proprie chiome da un marciapiede all’altro, si toccheranno senza rispettare la distanza di sicurezza e formeranno un tetto di foglie che ogni anno trasforma il panorama del quartiere, soprattutto se visto dall’alto, dagli appartamenti all’ottavo piano. Lo dicono in molti sui social: siamo gli unici a essersi fermati. Ma le piante e gli animali, tutta la natura è in piena azione.

 

Davanti al portone, con le buste della spesa, sono già le otto di sera. È quando tutti stanno fuori ai balconi, alle finestre, ai terrazzi per applaudire il lavoro del personale sanitario: in questo semplice gesto, condiviso dai vicini che, almeno a Barcellona, non sai quasi mai come si chiamino, anche oggi ognuno sembra scaricare la tensione accumulata durante il giorno. Per me non è così, per me non c’è nessun problema a restare a casa. Quello che a me fa un po’ di spavento è il dopo. Pensare a quanto complicato sarà riprendere il ritmo, ristabilire l’ordine, gli orari, il calendario, le scadenze.

 

Quello che mi fa spavento, forse, è che tutto torni come prima, che non ci sia nessun cambiamento profondo in questa vita che adesso guardiamo dai vetri di casa e sembra gioire della nostra assenza. È passato un mese? Non ne sono così sicuro. Ho smesso di guardare la mia agenda sul telefono, quando ho cancellato anche l’ultimo impegno di lavoro che avevo, il più lontano nel calendario. Solo tra marzo e aprile avrei dovuto cantare in molti posti, con la mia chitarra, o con la band al completo, avrei ancora dovuto parlare del mio ultimo album in cui dico che uno non sa mai qual è il luogo dove fiorirà e che per questo il viaggio resta condizione naturale dell’essere umano. Dovevo ancora fare qualche presentazione dell’ultimo romanzo, in cui racconto l’infinito viaggio della prima donna migrante italiana a calcare le scene dell’Academy of Music di New York.

 

Dovevo andare a Padova, Pescara, Girona, Roma, Madrid, Siviglia, Tarragona, Cadice. E a Napoli. Ho smesso di guardare l’agenda quando ho capito che nessuno saprà dirmi quando si recupereranno questi eventi, perché nessuno sa quando la gente potrà e avrà voglia di incontrarsi per ascoltare musica o parlare di letteratura. Ho cercato di organizzarmi, mettermi a scrivere e a tradurre gli ultimi lavori che mi restavano da consegnare. Magari mi invento qualcosa. Come dovranno fare i piccoli commercianti, i precari della cultura e un’infinità di gente che forse, per un momento, ha desiderato che questa clausura duri parecchio.

 

Perché rinchiusi non siamo tanto diversi dagli altri. Rinchiusi siamo liberi dal confronto con chi ha più di noi. Siamo lontani dalle frustrazioni della competitività. Ieri mi sono ricordato di un testo fantastico che mi consigliò di leggere un professore all’Università, Viaggio intorno alla mia camera, dello scrittore francese Xavier de Maistre. In questo strano libro, scritto negli anni novanta del Settecento, l’autore ripercorre in lungo e in largo la sua stanza, soffermandosi su dettagli ai quali non aveva fatto attenzione, riflettendo e divagando su diverse questioni filosofiche che finiscono per convincere chi legge che la dimensione del viaggio non è data da una destinazione, ma dall’atteggiamento che ha chi se lo propone. Il viaggio è uno stato mentale e c’entra poco con il turismo.

 

Chissà se non sarà più facile avere questo atteggiamento da viaggiatore, attento, rispettoso, interessato alle piccole cose, ai dettagli, quando ritorneremo in strada. Intanto mi fa sorridere chi dice che questo virus è una guerra. La guerra non è il virus ma la vita di tutti i giorni immersi in un sistema che ci vuole sempre più separati, ricchi dai poveri. Una società segregante come la nostra è la malattia dalla quale sarà molto più difficile guarire. Il viaggio più estremo da compiere.

 

Alessio Arena


Matteo B. Bianchi / 17-04-2020

 

 

Poco prima che esplodesse l’emergenza sanitaria avevo ricominciato a tenere un diario.

Quella del diario è un’attività che periodicamente cerco di riprendere, spinto soprattutto dalla consapevolezza che come lettore amo moltissimo leggere diari e dunque come scrittore mi sento in colpa nel non frequentare questo genere.

Questa volta, per forzarmi ulteriormente a mantenere l’impegno, avevo acquistato un’app che offre un impianto grafico alettante, consente l’inserimento di immagini o allegati ed è utilizzabile da dispositivi differenti (il portatile, quando sono a casa, lo smartphone, quando sono in giro). L’uso dell’app prevede un abbonamento, una cifra pressoché simbolica, di circa un euro al mese, e tuttavia anche questo tributo economico rientra nel novero degli incentivi che mi spingono a ottemperare l’incombenza, assecondando quel subdolo e minimale meccanismo capitalista secondo il quale se una cosa la paghi allora devi sfruttarla.

(A volte ho l’impressione che sempre più parti della mia vita, privata e professionale, debbano ormai ricorrere a meccanismi compensativi o a espedienti pratici: vado in biblioteca così poi sono costretto a concentrarmi e a scrivere, attendo che si avvicini la data di consegna così sono obbligato a finire il lavoro, scelgo l’abbonamento più costoso in palestra così che i sensi di colpa economici mi spingano a frequentarla… Un progressivo abdicare della forza di volontà a favore di patetici trucchetti psicologici)1.

Tenere un diario nel corso di una pandemia si è rivelato più arduo del previsto, però.

Quando il premier Conte ha dichiarato per la prima volta l’obbligo del confinamento domestico, la gravità conclamata della situazione e l’impatto emotivo della richiesta hanno generato in me una sorta di senso di sospensione dalla realtà tale che per alcuni giorni mi è stato impossibile annotare alcunché.

Una volta accusato il colpo ed entrato a regime, ho recuperato la lucidità per comprendere come proprio in un momento storico come questo fosse essenziale annotare appunti e riflessioni, quindi che urgesse tornare alla pratica del diario.

L’ho fatto, dunque. Ho annotato sia le mie sensazioni che i piccoli eventi che punteggiano queste giornate sospese (la prima spesa dopo giorni, l’arrivo delle mascherine nella farmacia più vicina, il resoconto delle videochat di gruppo con amici e familiari…)2.

Poi simili registrazioni hanno cominciato ad apparirmi sempre meno essenziali, rivelando la loro natura di minutaglie. L’assenza di eventi, di esperienze, fa vacillare lo scopo stesso del diario. Che cos’ho di significativo da registrare? Il mio diario si è così trasformato in una riflessione sul senso stesso di tenere un diario, cambiando anche stili e modalità nel corso dei giorni. Persino le letture che sto portando avanti ne influenzano la natura (dopo aver letto il nuovo libro della scrittrice americana Jenny Offill, che utilizza una prosa ridotta a frammenti, ho cominciato a scrivere a frammenti anch’io; notizie e osservazioni tratte dagli articoli della rivista letteraria “Freeman’s” sono finite fra le mie annotazioni giornaliere…).

Registro l’azione di registrare. Sono nel mondo e fuori dal mondo allo stesso tempo. Fuori la minaccia, l’emergenza, il terrore, dentro il silenzio, il tempo e lo spazio dilatati.

Mio marito che si cimenta nella preparazione di gnocchi fatti in casa diventa l’evento della giornata. Rileggendo questa annotazione fra mesi, anni, mi apparirà un segno di disperazione, una forma di resistenza, un’indicazione di insensibilità e di pochezza, mi farà sorridere, mi farà vergognare?

Sto scrivendo un diario dell’incertezza, il cui senso forse verrà svelato solo col tempo. O forse capirò col tempo che non aveva davvero alcun senso farlo. 

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1 A parziale consolazione, scopro che il ricorso a meccanismo psicologici per portare a termine i propri compiti professionali risulta essere assai diffuso nella mia categoria. Lo rivelano gli stessi autori sui social, confessando la loro debolezza in questo periodo nel quale abitudini e rituali sono stati annullati: la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan, che in un post di Facebook ammette quanto le fosse essenziale uscire di casa per scrivere al bar (“Quando dicevo che io per scrivere avevo bisogno di fare colazione al bar non era un vezzo. Il mio cervello è stato abituato così”); il premio Pulitzer Andrew Sean Greer che in un tweet ammette di ricorrere a ricatti con sé stesso, permettendosi delle ricompense solo se completa gli obiettivi che si era prefissato di scrivere (“My new rule: if I write 500 words, I get to play a videogame”).

2 Ho dato persino vita a progetti diaristici paralleli dedicati ad altri conteggi, come lo spin-off mediatico dell’agenda annuale (omaggio di una casa editrice e rimasta ignorata su uno scaffale per due mesi) nella quale ora annoto ogni film, ogni episodio di serie tv che vedo in questa quarantena.


Davide Carnevali / 14-04-2020

 

In questo periodo di rallentamento forzato delle attività umane, per non parlare dell’economia, sentiamo ripetere ossessivamente che la cultura non deve morire – e, possibilmente, nemmeno il teatro. Interpretando questa preghiera come una chiamata alle armi, i teatranti provano in tutti modi a non dare per terminata la stagione, mossi apparentemente dall’alto ideale di diffondere lo Spirito dell’Arte tra la gente chiusa in casa, che di teatro dovrebbe essere apparentemente affamata. Online si possono fare un sacco di cose, soprattutto quando ci si annoia.

Così sul web gli autori continuano a scrivere, i registi a dirigere e gli attori ad attoreggiare. Insomma, non si finisce mai di reinventarsi il proprio mestiere. Quasi nullo è però il dibattito sulle modalità, e quindi sul senso, di questo mestiere da reinventare. Se ora siamo invasi di monologhi e sketch che raccontano la miseria del nostro isolamento, tra un po’ ci riempiremo di testi sulla pandemia e la fine del mondo così come lo conosciamo.

Si faranno spettacoli post-espressionisti sull’individuo che grida l’angoscia del suo “io” alienato, e i teorici parleranno di teatro post-apocalittico (vi confesso che in realtà se ne parla già). Se le prospettive sono queste, mi sembra chiaro che la cultura in generale e il teatro in particolare si sono ridotti a sistemi parassitari del mondo reale. E che, diffusamente e terribilmente, si sono perse le tracce di una qualsiasi capacità di metaforizzazione: distanziarsi un pochino dalla situazione odierna per non farsi trasportare via dal flusso degli avvenimenti, e acquisire così una prospettiva sulla direzione in cui gli avvenimenti stanno fluendo.

Senza scomodare il caro vecchio principio romantico dell’artista come profeta, forse dovremmo chiederci se la nostra responsabilità nei confronti della società non dovrebbe essere quella di interpretare il presente per preparare al futuro, invece di succhiare il sangue all’attualità e sfruttare e le sue mode – rivisitando il tema del virus in tutte le salse e rompendo anche un po’ i maroni alla gente già depressa a causa del confinamento. Il teatro non dovrebbe smaronare e deprimere; anche se spesso lo fa.

Questo blocco generale non può essere allora una buona occasione per fermarsi e riflettere, piuttosto che produrre per forza o per inerzia proposte parateatrali di dubbia qualità? Che non si capisce poi a chi dovrebbero interessare: il pubblico a casa ha accesso a ottimi prodotti confezionati da Netflix, HBO e Amazon Prime, pensati espressamente per una fruizione mediata dallo schermo, che il teatro invece digerisce male. Altra cosa sono i radiodrammi, gli audiolibri e le letture; ma di là della curiosità che un monologo in Instagram Live può suscitare, o del valore documentaristico che conserva la registrazione di un bello spettacolo, mi sembra che il teatro sia qualcos’altro. E tra un drammaturgo che dà voce al virus come fosse un personaggio, un attore che smonologa su Skype e il mio vicino che scende in strada portando a passeggio una stufa elettrica con le rotelle ricoperta da un pellicciotto e legata a un guinzaglio, mi sembra che la teatralità sia tutta dalla parte di quest’ultimo.

Forse un momento come questo è proprio il più adatto per domandarci quale teatro serva a questa società. Visto che, detto molto sinceramente, secondo me il teatro è una delle poche cose di cui quasi nessuno sente la mancanza; contrariamente alla Champions, la birretta con gli amici e la carta igienica, che invece sì hanno lasciato un grande vuoto nei nostri cuori, stomaci e culi. Il challenge che lancerei a questo punto è: cosa può fare il teatro, per riacquistare un posto, non solo nei pressi dei nostri cervelli, ma possibilmente anche lì vicino alle nostre viscere?

Tutti ripetono che la cultura ci salverà, ma quasi nessuno spiega come. Forse lo farà se smetteremo di parafrasare i personaggi del film di Bong Joon-ho, parassiti solo apparentemente intelligenti, ma in realtà estremamente stupidi. E se il grande insegnamento del regista sudcoreano stesse nel dirci che fare teatro non serve a nulla, se si limita a imitare il reale senza essere poi capace di reinventarlo quando i fatti inaspettati della vita ci pongono davanti a questa necessità…? E infatti mi sembra che il film finisse male.

La riduzione del teatro a un fenomeno visuale e acustico non fa che evidenziare la miseria di una concezione di teatralità che si è imposta, da secoli, come egemonica – o, detto in parole povere, come “normale”, nel senso che è quella che detta la norma. Ma il teatro non è un problema di visione, né di ascolto. E se pensiamo che «ok, va bene, tutto quello che vuoi, però ora il video in streaming è l’unica cosa che abbiamo a disposizione in questi tempi di merda», ci sbagliamo.

Il teatro ha a disposizione un’arma molto più pericolosa, ancora più pericolosa proprio perché i tempi che stiamo vivendo sono pieni di cacca: l’immaginazione. Non l’imitazione, ma l’invenzione della realtà. E però il teatro può sfoderare quest’arma solo se accetta di non essere pura visione, ma problematizzazione della visione. Insomma, per essere davvero teatro, il teatro deve in qualche modo essere infedele alla sua etimologia linguistica (il verbo theaomai, in greco, significa –a grandi linee- “osservare”). E questo è forse l’aspetto più interessante della sua natura: il fatto teatrale trascende il suo aspetto linguistico e, attraverso questa operazione di distacco, anche il suo aspetto visuale. Perché il teatro –contrariamente a quello che molti pensano- non è stare a lì a guardare e ascoltare attori che parlano e si muovono su un palco; il teatro è fondamentalmente manifestazione fisica di qualcosa che avviene davanti a un pubblico di individui in carne e ossa, nonostante il linguaggio e nonostante lo sguardo.

Questa esperienza, che è come una realtà potenziata, permette allo spettatore di intuire che intorno a noi c’è dell’altro, oltre a quello che vediamo e ascoltiamo. Qualche cosa che spesso sfugge al nostro sguardo e alle nostre orecchie, proprio perché le immagini e le parole la nascondono. Il teatro ci dice che la realtà non è quello che ci fanno vedere o sentire; la realtà è quello che sente e crea, in un dato momento, lo spettatore con la sua immaginazione. Ma quest’idea di teatro è rimasta nella nostra cultura, e quindi nella nostra idea di cosa sia il teatro, generalmente sommersa. Perché sarebbe utile farla emergere ora?

Se invece di guardare all’interno di una webcam ci guardassimo intorno, scopriremmo che mai come in questo periodo in cui i teatri hanno chiuso, il teatro si è aperto così tanto alle nostre vite. Cominciando, finalmente, ad avere un ruolo da protagonista nella nostra quotidianità (soprattutto in quella del mio vicino con la stufa). Non solo perché tutto il mondo sia un palco, né perché la vita sia un sogno, né perché –perdonami, Marzullo- i sogni aiutino a vivere; ma perché tutti noi, da sempre, adottiamo pratiche teatrali nel nostro vivere.

Lo sapevano Shakespeare, Calderón, Pirandello e Brecht; e anche –per chi volesse approfondire ora che ha tempo di leggere- Ervin Goffman (La vita quotidiana come rappresentazione, 1959), John Austin (Come fare cose con le parole, 1962) o Victor Turner (Antropologia della performance, 1986). Solo che spesso non ce ne accorgiamo. E, cosa ancora più imbarazzante, spesso non se ne accorge nemmeno chi fa teatro.

Il giorno immediatamente successivo all’inizio del confinamento abbiamo visto nascere spontaneamente iniziative come i concerti alla finestra, le improvvisate corali di canzoni popolari, i bingo inter-vicinali, raves e flash-mobs al balcone. Tutte queste sono espressioni di teatralità. Così come lo è stata, qui in Spagna, l’enorme cacerolada (protesta pubblica di carattere economico-politico, eseguita battendo ritmicamente un cucchiaio contro una pentola o padella) che ha accompagnato il discorso del 18 marzo del re Felipe VI, che in diretta a reti unificate invitava al patriottismo di fronte alla crisi, parlava di “società”, “popolo” e “nazione”, ma non nominava mai la parola “cultura”, né si soffermava sul fatto che suo padre Juan Carlos sia coinvolto nel più grande crimine finanziario che abbia mai toccato la monarchia dalla fine della dittatura: fondi neri in paradisi fiscali.

Vi sembra strano che lo scandalo sia venuto fuori proprio mentre tutti parlano solo del virus, e che nel giro di due giorni nessuno ne abbia più parlato…? Monologo sciapo dal finale scontato, che denota capacità attorali scarsissime da parte del sovrano. La protesta pubblica non solo metteva l’accento su un’incongruenza politica, ma era un atto di pura rivendicazione del potere del teatro.

Chi scrive discorsi sa che il linguaggio è un generatore infinito di mondi. Utilizzando una parola piuttosto che un’altra, creiamo nella testa di chi ascolta un’immagine della realtà piuttosto che un’altra. Come i buoni drammaturghi, anche i buoni politici (o i loro gohstwriters) conoscono l’importanza della scelta delle parole e sono ben coscienti del loro potenziale, e del loro pericolo. In Spagna, le conferenze stampa in questi giorni avvengono per via telematica, in sale praticamente vuote, in cui compare il politico, solo.

Come un piccolo Papa nella deserta piazza San Pietro, che porta su di sé la croce della crisi (i buoni fotografi si differenziano dai buoni drammaturghi solo perché utilizzano immagini per creare altre immagini). Le domande vengono inviate dai giornalisti a un addetto, che le filtra, prima di passarle a chi deve rispondere. Eppure la risposta del politico spesso non ha a che vedere con la domanda posta dal giornalista; solitamente si limita a ripetere frammenti di un discorso già pronunciato, riproponendo determinate parole chiave e sostituendo le altre, meno importanti, con sinonimi.

Mentre assume l’atteggiamento e il tono di chi risponde, il politico fa di tutto per evitare di rispondere (soprattutto alle questioni scomode), e approfitta di un tempo che dovrebbe essere dedicato al dialogo per riaffermare un discorso che non ammette replica; perché, non essendo il giornalista presente, non c’è la possibilità di un vero dibattito. Poche volte come in questi casi abbiamo assistito a un fallimento tanto eclatante delle funzioni del giornalismo. Poche volte come in questi casi appare tanto evidente che il politico è un attore che ha imparato una parte a memoria.

Non c’è, però, nulla di politico in questa attitudine; proprio perché non c’è apertura alla polis, alla comunità. Un muro invisibile, quello che in teatro chiamiamo “quarta parete”, divide la tribuna dalla platea, l’attore dallo spettatore, la politica dal cittadino. Il fallimento della comunicazione è il fallimento tanto della politica, come del teatro.

I politici si servono abbondantemente di espedienti teatrali. L’uso della voce, la scelta dei gesti, la prossemica… servono a mettere in risalto certe caratteristiche del soggetto rispetto ad altre, danno indicazioni sulla sua psicologia, costruiscono la sua personalità. È quello che si chiama “caratterizzazione”. Fondamentale, per fare in modo che lo spettatore percepisca il personaggio in un certo modo: forte, autoritario, comprensivo, amico… Lo stesso discorso vale per le luci, i costumi o la scenografia.

Avete fatto caso a cosa appare alle spalle degli intervistati nelle videoconferenze, in questi giorni? Quale parte della loro casa ci mostrano, quali fotografie sulla scrivania, quali libri sulle mensole (se hanno dei libri), quali soprammobili, suppellettili, crocefissi…? Un personaggio è il risultato di parole e azioni in un determinato contesto, una composizione artificiale di elementi che lo contraddistinguono. Ciò che qualcuno (un autore, un regista) vuole che lo spettatore veda. Niente di più. Le finzioni teatrali si costruiscono così, e una volta compreso come si costruiscono le finzioni teatrali, forse possiamo imparare a riconoscere come si costruiscono le finzioni della vita quotidiana. E a proteggercene. Soprattutto le finzioni linguistiche.

Nulla è più pericoloso, in questi tempi di debolezza emotiva, della retorica. In questi giorni la retorica invade tanto il discorso della politica, come quello dei cittadini (controllate le vostre chat in Wazzup). La retorica è una specie di distribuzione su grande scale di immagini prefabbricate. Quando un presidente parla di “guerra contro il virus”, impiega un linguaggio prettamente militare, che subito ci riporta all’idea di una lotta con due fazioni in campo: i buoni e i cattivi. Il virus ovviamente è il nemico e noi siamo i buoni; «quindi noi vinceremo, abbiate fede».

Questo linguaggio è di facile assimilazione e aderisce a un’idea di realtà a cui siamo stati abituati sin da bambini, grazie alla letteratura, i fumetti, il cinema, la televisione e le fiabe. Fateci caso: alla riga 3 di questo articolo, ho parlato di “chiamata alle armi”, e vi è sembrato perfettamente naturale. Perché? Perché una delle basi sulle quali noi costruiamo storie e racconti è la nozione di “conflitto”. C’è uno scontro: il primo personaggio vuole qualcosa e il secondo personaggio vuole impedirgli di ottenerla.

Ne nasce una lotta, e la storia dei due personaggi è la storia di questa lotta. Noi adottiamo costantemente queste storie e racconti, perché tutti viviamo quotidianamente situazioni che incaselliamo in dinamiche di questo tipo: tutti abbiamo obiettivi da raggiungere e tutti dobbiamo risolvere problemi che ci impediscono di raggiungerli. La nostra vita si riempe così di conflitti, e i manuali di scrittura teatrale anche. E se vediamo la nostra vita come un problema di conflitto, il mondo si dividerà per noi in buoni e cattivi, e noi vogliamo stare dalla parte dei buoni e questo ci fa pensare, automaticamente, di essere buone persone. È molto complicato accettare il proprio lato cattivo (Joker ne sapeva qualcosa; ma anche il Batman di Nolan).

La retorica serve anche a questo: ad autoconvincerci di essere buone persone. Buone persone che lottano insieme per una buona causa. Ora, il problema non è che non stiamo lottando per una buona causa… Il problema è: chi dice che dobbiamo parlare di “lotta” e di “causa”? C’è in giro un virus, ok; cosa significa “combatterlo” o “sconfiggerlo”? In che senso una malattia è un “nemico”? In che senso il confinamento è “necessario”? È proprio necessario, per un fenomeno naturale come una pandemia, parlare di guerra, che di solito non ha niente di naturale ma è, anzi, un evento del tutto umano…?

Le parole non sono innocue.

Creano nella nostra testa immagini, che si connettono con altre immagini e richiamano alla mente altre parole, che evocano altre immagini e il risultato di tutto questo è una certa immagine del mondo, quella roba che un linguista tedesco che oggi dà il nome a un’università di Berlino in cui lavora una mia cara amica chiamava in un modo impronunciabile: Weltanschauung (se questa parola vi sembra così orribile, vi rivelo che i Tedeschi hanno una parola di 63 lettere per indicare una legge inutile sul marchio di controllo alla qualità della carni bovine e affini: Rindfleischetikettierungsüberwachungsaufgabenübertragungsgesetz. Non sto scherzando).

La Weltanschauung è il modo in cui vediamo il mondo; possiamo vederlo, per esempio, come un campo di battaglia, in cui tutti siamo soldati. Fa un po’ schifo, lo so. Ma capita spesso, e chi pratica uno sport di squadra lo sa. A cosa serve? Beh, ci hanno insegnato a essere combattivi, competitivi e stronzi. Sempre. Sul lavoro, soprattutto, che è la base della nostra attività economica, che si fonda su una guerra permanente, in quel grande campo di battaglia (scusate la retorica) che è il mercato. Ma buttarla su questo piano può anche essere utile, per esempio, a fare in modo che la popolazione non si senta turbata se vede in strada militari in divisa mentre è obbligata per legge a stare chiusa in casa. Non sto dicendo che non sia utile stare chiusi in casa in questo momento (non sto dicendo un sacco di cose, in questo articolo), né che i militari in strada non siano brave persone che svolgono oggi un importantissimo servizio pubblico.

Ma.

Ma dobbiamo essere bravi a pensare che, se oggi ci accettiamo questa situazione un po’ strana, non per forza saremo obbligati ad accettarla in futuro. Magari quando, per qualsiasi altro motivo, questa situazione si ripeterà. Perché da dove viene oggi questa necessità del confinamento? È una necessità assoluta (non c’è alternativa) o relativa (ci sarebbero state alternative, ma ce le siamo giocate)? Siamo liberi di pensare che “necessario” oggi significa che non possiamo fare il numero adeguato di test, non abbiamo materiale di protezione in numero sufficiente e le nostre strutture ospedaliere non sono preparate a reggere l’impatto – qualcuno si ricorda dei tagli alla sanità pubblica degli ultimi decenni? E siamo liberi di pensare, per quanto scomodo possa essere, che la salute non è solo una questione di patologia fisica, ma anche una questione di libertà mentale e di ricerca delle felicità.

Certo, il problema è che una patologia fisica è riscontrabile scientificamente, mentre il problema della felicità lo è un po’ meno. Oggi ci stanno dicendo che dobbiamo sforzarci e rinunciare a una parte di felicità e a una parte dei nostri diritti fondamentali (la libertà di circolazione è uno di questi), in virtù di un bene maggiore che ci è stato promesso (recuperare il nostro stile di vita). Ok, io non sono un epidemiologo che lavora con dati scentifici; ma come teatrante che lavora con dati linguistici, posso consigliare che dobbiamo fare attenzione a che questa cosa non permei nella nostra Weltanaschauung, nel nostro modo naturale di vedere le cose.

Perché sicuramente arriverà -in passato è successo spesso, solo che ormai non se ne ricorda più nessuno- quel momento in cui ci sarà chiesto di nuovo di rinunciare per un po’ ai nostri diritti fondamentali, in nome di un beneficio futuro. Sacrificare la felicità presente, in virtù di un premio che ci sarà assegnato (mmm… non ci avevano detto qualcosa di simile a catechismo?). Ecco, il motivo per cui dobbiamo fare attenzione è che quando questa situazione si ripresenterà, sarà un po’ più facile pensare che sia normale. E un po’ più facile accettarla, visto che c’è già stato un precedente.

Quando vivevo a Berlino o a Buenos Aires, ogni tanto pensavo a cosa avrei fatto se avessi avuto trent’anni nella Germania hitleriana o nell’Argentina della dittatura militare. Chissà quella lieve sensazione d’angoscia che sentiamo oggi allo starcene rinchiusi in casa può esserci utile per intendere la situazione di chi ha vissuto in uno “stato di eccezione” permanente, che è quel momento in cui chi governa dice: «scusate, ma ora devo proprio fare tutto da solo, abbiate pazienza. Voi obbedite e abbiate fede e tutto si sistemerà».

Evidentemente non si tratta di fare paragoni: non è la stessa cosa. Ma forse questa sensazione di non-libertà, che stiamo vivendo a un grado minimo e superficiale, può aiutarci a farci un’idea della vita in tempi davvero difficili che hanno vissuto altre persone. A me, il fatto di essere obbligato a restare in casa, la proibizione a svolgere certe attività e la limitazione del movimento, l’imposizione di certe regole sul cui rispetto veglia un corpo di polizia… riportano un po’ alla mente un’esperienza come quella. Pure se io, nella mia vita, non l’ho mai vissuta. Si chiama “empatia”, e può generare “immedesimazione”.

Pure di questo, i manuali di teatro sono pieni. È una cosa naturale, perché per noi è istintivo (almeno così pensava Aristotele) metterci nei panni degli altri e imitarli, sin da quando siamo bambini e impariamo a vivere facendo finta di essere come gli adulti che ci circondano. Il teatro non fa altro che sfruttare questi processi mimetici (nel senso che hanno a che fare con la mimesis, il termine greco per “imitazione”; non con le divise militari verdimarronciognole – che ossessione questa dei militari, no?). A cosa viene tutto questo? Beh, se facciamo questo sforzo mimetico, per esempio, possiamo arrivare a comprendere quanto è facile, estremamente facile, terribilmente facile, accettare la limitazione della propria libertà personale, se una possibilità viene fatta percepire come necessità. E forse non ci sembrerà così strambotico che a vari milioni di persone sia successo in passato. E forse nemmeno ci sembreranno così strambotiche quelle situazioni in cui quelle persone l’hanno accettato; ma, al contrario, ci sembreranno un po’ più normali. Pericolosamente normali. E forse questo ci tornerà utile quando queste cose torneranno un giorno pericolosamente a succedere.

Può servire anche a questo il teatro? Mi sa di sì.

Questo ci porta pericolosamente a riflettere infine su ciò che consideriamo uno stato di emergenza. “Emergenza” è una parola che abbiamo ascoltato molto, negli ultimi anni. L’abbiamo ascoltata, per esempio, quando si parlava di “emergenza umanitaria” o “emergenza climatica”. Sembra passato un secolo, no? E sebbene queste emergenze siano di gran lunga più persistenti e pericolose dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, la nostra reazione a quelle emergenze è stata praticamente nulla; per non parlare delle reazioni che abbiamo quotidianamente di fronte agli appelli di Emergency, che non hanno meno a che fare con la vita umana. Mi sembra però che queste emergenze abbiano avuto ben poco impatto sulle nostre vite.

Forse questo si deve al fatto che oggi ci riesce più facile ragionare sul brevissimo periodo, piuttosto che sul lungo. Nella nostra Weltanschauung è entrata prepotentemente l’idea che è meglio essere rapidi, flessibili, efficienti, adattarci immediatamente ai cambi repentini, saperci trasformare per stare al passo con i tempi, soprattutto quelli di produzione. Una quarantina di anni fa, un filosofo francese che si chiamava Jean-Françoise Lyotard disse che i grandi progetti che regolavano le nostra vita non fanno più per noi, nell’era della postmodernità.

Una delle conseguenze è che cerchiamo la risoluzione immediata dei conflitti , un’altra è che non vogliamo o non siamo più capaci di strutturare la nostra vita proiettando obiettivi ed elaborando strategie sul lungo periodo. Abbiamo perso l’abitudine di guardare avanti nel tempo; non pensiamo per le generazioni future, ma solo per la nostra (bye bye Greta). È una cosa naturale: la società in cui viviamo ce l’ha richiesto; e il tipo di economia che dirige la società in cui viviamo ce lo esige.

Avete visto le immagini di quegli allevamenti in cui il latte finisce dalla capra alla fogna, perché i produttori di formaggio non lo comprano più, quel latte non si può conservare, non si può consumare (non è pastorizzato) e in due giorni va a male? È solo un esempio agreste, ma queste cose succedono su larga scala. La nostra economia si basa sulla velocità, i flussi economici e finanziari sono rapidi, il processo di produzione e consumo anche. Escogitare soluzioni per l’emergenza umanitaria o per fermare il cambio climatico implicano uno sforzo progettuale troppo grande, lento, farraginoso e non avremmo risultati tangibili sottomano prima di molti anni. Questa cosa è tremenda: siamo ossessionati dalla tangibilità dei risultati.

Vogliamo dati e numeri, ogni giorno riceviamo dai telegiornali dati e numeri, e anche questa pandemia si sta risolvendo in una questione di dati e numeri. Perché quest’attrazione morbosa per la tracciabilità dei risultati? Avere sottomano dati e numeri ci dà l’impressione di avere controllare le cose. E se abbiamo l’impressione di avere il controllo sulle cose, ne abbiamo meno paura. Questa idea, che nella storia della storia si è configurata come la perversione massima delle correnti positiviste, è parte della nostra cultura, della nostra Weltanschauung. Tutto ciò che è misurabile, definito, commensurabile è meglio di ciò che sfugge alle misurazioni, alle definizioni e alla nostra comprensione. Da Aristotele in poi (che aveva formulato questa brillante intuizione basicamente per far girare le balle al suo maestro Platone) siamo tutti un po’ più materialisti. Amiamo avere il controllo della situazione. E quando ci accorgiamo che nell’esistenza umana non tutto è controllabile (siamo stati tutti innamorati) andiamo in crisi. Per evitare di passare per brutte esperienze di questo tipo, ci affanniamo a organizzare la nostra vita. Fermare il mondo un giorno al mese per limitare le emissioni di CO2 e migliorare un poco il clima non era, fino a un mese fa, una meravigliosa utopia che nessuno credeva realizzabile? Oggi, che il mondo se è fermato da un giorno all’altro fondamentalmente per la paura enorme che ci assalito davanti a qualcosa di non misurabile, non definito e non comprensibile come l’espansione di un virus, l’abbiamo realizzata.

Cosa ci resta adesso, se non la meraviglia in sé? La meraviglia di queste città vuote e silenziose. Ma anche la meraviglia di non sapere cosa succederà domani. Come vivremo nei prossimi mesi, o anni? Il nostro sistema economico reggerà all’impatto? E se il nostro sistema economico fosse da buttare? E se lo stile di vita che abbiamo adottato finora fosse da buttare? Fa un po’ paura, come tutte le cose sconosciute. Certo, è il prezzo che la meraviglia fa sempre pagare. Non preoccupatevi, non c’è nulla di scientifico in quello che sto dicendo. È solo un piccolo volo poetico. Ma anche di tutta questa meraviglia e poesia, il teatro si occupa abbondantemente.

La verità è che il mondo è in perenne stato di emergenza. Stavo per scrivere “il mondo in cui viviamo”, ma effettivamente quello che è in emergenza perenne non è in alcun modo il mondo in cui viviamo. Il mondo in emergenza è, al contrario, proprio “il mondo in cui non viviamo” e questa negazione è essenziale perché possiamo continuare a vivere la nostra vita. È come se, per vivere, dovessimo dimenticarci di quel mondo in emergenza, e sommergerlo nel flusso di altri pensieri. In caso contrario, la nostra esistenza non sarebbe sopportabile.

Chi di noi potrebbe vivere in pace sapendo che la nostra vita è possibile solo nei termini in cui altre vite sono negate, che per ogni individuo che mantiene il nostro livello di vita ce ne sono vari che non possono mantenerlo, che l’Europa è ricca solo perché buona parte degli altri continenti è povera, che per costruire questo mondo abbiamo devastato per secoli il mondo degli altri e se il Primo Mondo è primo, è perché ce ne sono altri che devono rimanere per forza Secondo e Terzo, altrimenti che cavolo di senso avrebbe questa distinzione…?

Tutto questo, nella nostra quotidianità, ce lo dobbiamo dimenticare, dobbiamo “fare finta che” non esista. E questo fingere è, in fin dei conti, un altro atto di teatralità. Il più importante, forse. La finzione sta alla base di tutto. Appartiene a quella tradizione delle arti dello spettacolo che invita a nascondere, tramite artificio, il reale dietro un’apparenza di realtà. Secondo questa linea di pensiero, la vita si nasconde dietro la sua ricostruzione sul palco e la coscienza dell’attore si nasconde dietro quella del personaggio. Lo spettatore accetta questa convenzione, vede ciò che il teatro gli mostra e lo riceve “come se fosse” realtà. Poco importa se non lo è; quello che importa è l’illusione. In questo modo accettiamo di prendere per vero ciò che è falso. Non lo facciamo solo quando entriamo a teatro, ovviamente. Lo facciamo anche quando ne usciamo. E questo può essere problematico.

Nel corso della storia sono emerse altre linee di pensiero che hanno proposto di vedere le cose in modo diverso. Pensatori come Friedrich Nietzsche o Antonin Artaud hanno cercato nell’origine rituale del teatro il contatto essenziale con la realtà, non filtrata da una rappresentazione. Bertolt Brecht ha optato invece per mantenere la rappresentazione, però mostrando al pubblico i meccanismi della sua costruzione e ricezione. Cioè facendo in modo che il teatro dichiarasse esplicitamente di essere un’operazione artificiale, facendo vedere chiaramente allo spettatore come si costruiscono queste finzioni e com’è facile crederci, e soprattutto quali sono i rischi conseguenti. Tanto i primi come il secondo hanno auspicato, cioè, l’emergenza di una teatralità sommersa.

In un suo breve saggio chiamato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, un altro filosofo tedesco (vi giuro che è l’ultimo che cito) di nome Walter Benjamin, che tanto si è occupato di teatro e soprattutto di Brecht, fa un paragone tra il mago e il medico. Il primo cura il malato con l’imposizione delle mani dalla distanza, avvolto da un’aura di mistero; il secondo annulla la distanza tra sé e il paziente, si presenta come un uomo di fronte a un altro uomo, da cui si differenzia solo per una maggiore abilità tecnica, e non per qualità sovrannaturali.

Forse mai come di fronte alle grandi epidemie, l’uomo patisce una crisi nella crisi: l’impossibilità di esercitare la sua propria umanità, che si realizzava nella prossimità, nell’annullamento della distanza tra essere umano e essere umano. Vorrei dirvi che questo annullamento della distanza è proprio ciò che contraddistingue il teatro da ogni altra forma d’arte. Perché, il teatro è presenza fisica di più corpi nello stesso spazio: il corpo dell’attore e quelli del pubblico. Ecco perché all’inizio di questo articolo vi dicevo che dobbiamo superare l’idea che il teatro sia visione e ascolto, e abbandonarci all’esperienza, che è l’esperienza della vita. E nella vita non c’è nulla di più umano che questa prossimità.

Facciamo in modo che non ce la tolgano, quando tutto questo sarà finito. Ci stiamo abituando a pensare che si può fare il bene dalla distanza, ognuno da casa sua. È vero, ma è un’idea di “fare il bene” molto limitata e limitante. Ci stiamo abituando a pensare che possiamo parlare e discutere senza riunirci in gruppo. E che la condivisione fisica è prescindibile. Facciamo in modo di non pensare che una società può funzionare dalla distanza, online, attraverso immagini e suoni e senza condivisione fisica.

Ci stiamo abituando a pensare che, anche se il cielo è azzurro, possiamo starcene chiusi in casa, pazienza. Ci stiamo abituando a pensare che possiamo trattenere e reprimere quella voglia terribile di stare fuori. Ci stiamo abituando a pensare che siamo immunodepressi, deboli, esposti ai pericoli, fragili e bisognosi di protezione. Facciamo in modo che tutto questo non permei nella nostra maniera di vedere le cose. Altrimenti è finita. Altrimenti saremo davvero deboli e fragili, cercheremo davvero la protezione di qualcuno. E saremo controllabili. Facciamo in modo di rioccupare appena possibile gli spazi oggi lasciati vuoti e, soprattutto, di colmare quella distanza che oggi ci separa e che si affaccia sempre più, non solo in questo stato di eccezione, come una minaccia alla nostra umanità. Anche per questo, ai medici vanno i nostri ringraziamenti: perché –come i migliori teatranti dovrebbero fare- si giocano la vita per quella prossimità, per quella umanità, che è il senso del nostro essere in questo mondo.

Applausi per loro, dunque.

Poteva esserci un finale più teatrale?


Leonardo Palmisano / 9-04-2020

 

Dice la Treccani che si chiama gas ‘ogni sostanza che si trovi nel particolare stato di aggregazione, detto appunto gassoso o aeriforme, caratterizzato dalla tendenza della materia a espandersi e a occupare tutto il volume disponibile, per quanto grande esso sia e qualunque sia la sua forma; tale stato dipende dalle condizioni di temperatura e di pressione, variando le quali la sostanza può presentarsi come un liquido o anche come un solido.’ Se ci pensiamo bene, noi siamo dentro questo stato dove la materia delle nostre relazioni, la materia viva della società umana globalizzata, tende ad occupare il volume disponibile, il pianeta, secondo le regole della temperatura, dell’eccitazione sociale e politica.

Ci siamo ancora più dentro adesso che crolla il mito dell’infallibilità umana nelle sue forme solide: la scienza, la fede, la politica, l’economia. Crolla tutto, inevitabilmente. E crolla così velocemente che le analisi a caldo di questa frana assumono la forma tragicomica della cronaca e dell’opinione, del desiderio e della follia. Mentre si afferma una nuova forma di relazione e di comunicazione tra il mondo e l’umano, e tra l’umano e l’umano. Perdono di senso le virtù capitalistiche: l’ambizione, la finanza, l’investimento improduttivo, la competizione, l’egoismo, l’individualismo, il consumo.

Quando provano a rifarsi spazio attraverso i social network, le virtù del capitalismo sono comiche zombie disarticolati o come goffe divinità di un pantheon a cui nessuno crede più. Al loro posto prendono piede altre virtù, quelle del valore d’uso delle Cose e del valore assoluto della Terra. Stiamo letteralmente uscendo dal valore di scambio, come ci dimostrano le oscillazioni del mercato dell’auto e del petrolio e i crolli vertiginosi del sistema truffaldino della borsa. Stiamo entrando nell’epoca del valore d’uso globale delle cose, del valore in sé dei beni comuni, della circolarità libera e comunitaria.

Quali saranno le reazioni? Le risposte sono due: o totalitarismo alla Orban, che è la negazione dei diritti a favore del potere delle élites; o democrazia globale, a favore dell’affermazione dell’uguaglianza planetaria tra ciò che è umano e ciò che non è umano.

Sul piano politico questo significa che la democrazia dovrà tendere ad occupare gli spazi della società imponendosi come unica e sola civiltà dei diritti. Avrà vita più facile in alcuni pezzi del Sud America e dell’Africa, dove già sono condivisi i valori della persona, del lavoro in comune e dell’ambiente (quelli tante volte evocati da Papa Francesco). Avrà vita difficile dove i diritti umani, civili e ambientali sono calpestati come in Egitto, in Cina o in Russia. Avrà vita durissima dove la frattura tra società del consumo e della finanza (la società liquida) e società dell’uguaglianza (la società gassosa) si produrrà in modo culturalmente acceso e magari perfino rivoluzionario.

Dove, quest’ultima? In Europa e negli Usa, dove è già stridente l’opposizione tra rispetto e negazione dei diritti acquisiti. È infatti nell’Ue e negli Usa che il dibattito pubblico sulla quarantena è centrato sui diritti: alla salute, all’informazione, al lavoro. Il diritto al profitto è già sparito dalle discussioni pubbliche, ma non nella realtà. Sarà l’affermazione di forme economiche di prossimità, comunitarie (le più adatte alla società gassosa) a demolire il diritto al profitto nel suo fondamento immorale. Sarà l’affermazione di una comunità economica globale, fuori dagli egoismi nazionalistici, ad azzerare il principio secondo il quale è l’ambizione al profitto a stimolare l’economia.

È ormai chiaro che ad ispirare la società che si sta affermando saranno la ricerca e la conservazione dinamica della vita sulla Terra, cosa che rende tutti uguali di fronte alla Vita e nessuno superiore alla Natura (come tanto tempo fa ci ha detto uno come Leopardi, per intenderci). La forma gassosa è quella più adatta a stimolare questa ricerca e questa conservazione dinamica: perché arriva ovunque, porta il suo aroma di libertà con i venti della comunicazione globale (mediante il web, soprattutto), cancella i profumi suadenti della società liquida, copre i miasmi dei cadaveri lasciati per terra dall’economia di rapina.

E quindi, viva la società gassosa!


Debora Grossi / 6-04-2020

 

Riccione – Mondaino. Primavera 2020.
Tempo di percorrenza: 2 secondi, quelli necessari alla connessione per accedere al segnale.
Mare e collina.
Città balneare, truccata a festa sei mesi all’anno, si collega con il borgo storico immerso nei boschi
.

Non risponde.
Devo farle gli auguri.
Probabilmente sarà nel suo campo, immersa tra la protezione degli alberi e delle vigne mentre qui la salsedine entra nelle ossa.
Pochi giorni fa il vento dell’est ha portato il mare alla mia finestra, potevo sentirne le onde. Sbattevano l’una contro l’altra e urlavano da far paura. Tutta la città era testimone del loro litigio finché non hanno fatto pace lasciandoci andare a dormire con un peso in meno.

Quattro settimane fa a svegliarmi c’era il vociare del mercato in fondo al viale, i tecnici del teatro davanti casa, i bambini dell’asilo e i canti della chiesa.
Sì, vivo in mezzo alla vita.

Ora vengo svegliata dalla luce e dal canto di gabbiani e uccellini. I primi arrivano con le loro voci grasse e si posano sul tetto dei miei dirimpettai, i secondi si inseguono nell’aria e spariscono tra le fronde.
Sì, anche questa è vita, quella che ho sempre dato per scontata in mezzo alle abitudini.

Eppure eccoci qui, spettatori esperti di serie tv che imparano ad osservare il mondo. Uno streaming continuo che avviene fuori dalle nostre finestre e che per una volta non ci vede protagonisti.
Per mesi mi sono sentita dire “fermati”, ora faccio i conti con una staticità imposta, senza riuscire a fermarmi veramente. Creo, disfo e trasformo. Tutto rallenta, tranne il mio cervello e l’impollinazione.

Sono riuscita a crearmi una routine anche nel momento in cui potrei semplicemente fermare tutto. Benedizione o maledizione lo capirò solo quando smetterò di collegarmi al bollettino delle 18:00. Quando potrò sentirmi davvero libera di fermarmi e tirare un profondo sospiro di sollievo.
Per ora faccio quello che mi viene naturale fare, senza chiedermi se sia giusto o sbagliato.

Appesa in bagno ho una pietra con incisa una Runa: ISA | . Immobilità e calma.
Anche lei me lo ricorda continuamente mentre ogni mattina traccio una linea nera e sensuale sulla palpebra.

Il mio salvagente è diventato una riga di eyeliner, un marchio nero che mi fa sentire bene e che sbiadisce prima di notte tra lacrime sottili e goccioline di sudore.
Un ghirigoro per cui lei mi prende sempre in giro: “Ma perché ti trucchi per stare in casa?”.
Fingo che vada tutto bene, recito la mia parte.

 


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Eleonora Calesini / 6-04-2020

 

Datemi cinque minuti e risponderò a tutti.

Sono in casa, c’è mia mamma e sono già partite le videochiamate e i messaggi a ricordarmi del mio compleanno. Con calma risponderò che sto bene e che sì, anche questo è un compleanno diverso. Questa volta siamo in isolamento, chiusi con ansia e preoccupazione come coinquilini. In realtà ci sono ogni anno, è diventata una tradizione averli come ospiti ma io almeno sono a casa mia, al sicuro e con la mia famiglia.

Ho il campo di mio padre, ho il cielo e la mia campagna.

Tutto questo mi è sempre bastato e mi basta per stare bene, ma oggi sembra completamente inutile. Non c’è niente in grado di scacciare i ricordi di undici anni fa. Ogni anno, in questa giornata, tornano a galla. Che bel regalo di merda. Oggi sono ancora più forti perché le continue notizie dalla tv e dagli amici mi fanno tornare a quel giorno. È tutto così simile che a volte non riesco a distinguere la realtà dal passato.
Continuiamo a temere per noi e per i nostri cari, continuano ad esserci persone che sottovalutano il problema e continuano ad esserci persone che provano a risolvere il problema, questa volta non hanno un casco, ma hanno un camice.

Quando sento parlare di numeri e di intubati è come se mi rivedessi allo specchio.
Ho paura di dover aspettare qualcuno fuori dalla terapia intensiva, e solo ora comprendo davvero cosa mi sono persa: un immenso senso di impotenza. Questo è quello che deve aver provato mia madre.

Il solo pensiero di poter vivere un altro trauma mi fa sprofondare ma devo rimanere fedele alla promessa che mi sono fatta undici anni fa. Anche se la paura si espande più veloce del virus devo mantenere la parola data e continuare a vivere giorno per giorno, senza pensare al domani.

Oggi è il mio compleanno ma non sono appena entrata nel mio appartamento a L’Aquila. Non vengono ad abbracciarmi le mie coinquiline riempiendomi di domande. Non ci sono scosse. Non ci sono fughe e non ci sono quattro piani sopra di me.
C’è solo il cielo e il rumore insistente della chiamata di Debora.
Grazie al cielo esiste la tecnologia!

 

 


Nicola Ravera Rafele / 31 marzo 2020

 

Nel corso della prima stagione di Westworld, un androide chiede a colui che lo ha progettato, Robert Ford (Anthony Hopkins), di cancellare dal suo sistema i ricordi dolorosi. Ford risponde che non è possibile, se non al prezzo di distruggere completamente la sua personalità. E’ stata proprio quella l’intuizione che ha reso quegli androidi così simili agli umani: fondare la loro personalità sul ricordo del dolore. È attraverso la consapevolezza del dolore che sono diventano coscienti, sensibili, intelligenti. Uguali a noi. Come gli androidi di Westworld, il nostro istinto ci spinge e ci spingerà a cancellare tutto questo dolore dalla memoria, ed è legittimo, perfino sano. Prima che tutto questo finisca però, sperando che finisca il prima possibile, un paio di cose è meglio annotarle, e non sui danni del Coronavirus, ma sui danni che il Coronavirus ha reso visibili, come un liquido di contrasto che evidenzia ciò che c’era già.

1. Le catastrofi accadono. Un alto tasso di comunicazioni iperboliche e bufale, di complottismi e millenarismi assortiti sembrava averci assuefatto all’idea che poi, alla fine, non succede mai niente. Un meccanismo inconscio ci faceva sentire protetti: i disastri di grande portata erano relegati a scenari da romanzo distopico. No, non ora non qui, pensavamo. Non ora, non nel cuore della civiltà tecnologica, non a noi iper-connessi ed evoluti. La peste era roba manzoniana, buona per gente che non aveva ancora scoperto né le automobili né la penicillina. E non qui, soprattutto. Semmai in Cina, in Africa, in qualche isoletta del Pacifico. Non può accadere nulla di male a noi in Occidente, a noi che non mangiamo topi e siamo democratici e funzionali alle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Più degli altri, chissà perché. Invece le catastrofi accadono, qui e ora. E sarebbe meglio tenerlo a mente, perché questa consapevolezza fa cadere il pilastro su cui si è retto il negazionismo a proposito del riscaldamento globale. Tutti quelli che in questi anni hanno etichettato Greta Thunberg come una ragazzina rompicoglioni, materiale da meme o carne da battute al bar, lo hanno fatto nella illusione che ‘tanto non succede’. Ecco. Prendere nota.

2. L’equità non si improvvisa. L’idea che esista una possibilità di sviluppo armonico della società è stato, negli ultimi anni, non solo abbandonata, ma perfino derisa. Il trionfo di un modello di capitalismo rapace ha relegato in un angolo qualunque discussione sui contrappesi e sulle tutele. La possibilità di una società diversa, che garantisse qualcosa a tutti, è sembrata via via una utopia da ingenui, buonisti nel migliore dei casi, o uccelli del malaugurio se denunciavano i rischi cui andavamo incontro. Eppure esattamente di questo si parlava. L’importanza di una sanità pubblica e funzionante, non minata nelle fondamenta da tagli e corruzioni assortite, non era un capriccio né una astrazione. Adesso forse è più chiaro a tutti. Se l’Italia si salverà è proprio perché, nonostante i tentativi di distruggerla, quella sanità pubblica e funzionante la aveva ancora. Sarebbe bene ricordarlo, e ricordarlo all’interno di un discorso di sistema, non solo battendo le mani ai medici e agli infermieri eroi. Lo sono, certo, eroi. Ma hanno bisogno di stipendi, strumenti e fondi per la ricerca, non della solita tendenza italiana a innamorarsi dei martiri. Dove c’è un martire c’è un errore, verrebbe da dire. I bravi allenatori dicono: dietro un portiere che fa un miracolo c’è una difesa che ha sbagliato piazzamento. Cerchiamo di difendere meglio.

3. Quando la società del benessere diventa la società del profitto, il benessere ha le gambe corte. Una delle cose che più ci stanno impressionando è la fragilità del nostro stile di vita. Possibile che tutto quello che abbiamo costruito, l’opulenza, il progresso e la sicurezza, fossero solo una illusione ottica? In ‘Io e Annie’, quando Woody Allen lascia Diane Keaton (salvo poi pentirsene), le dice: “Una relazione credo sia come uno squalo sai, che deve costantemente andare avanti o muore. Eh… credo che quello sia restato a noi sia uno squalo morto.”. La corsa in avanti degli ultimi quarant’anni ha generato una ‘economia dello squalo morto’, in cui il rilancio continuo ha indebolito, reso friabili le fondamenta e quasi cancellato il margine di sicurezza. Ci stanno dicendo che l’economia mondiale sta franando perché il virus ha bloccato il mondo per (forse) un paio di mesi. Non è vero, ovviamente. Il virus sta mostrando una malattia che era già lì, ed era l’incapacità di garantire sviluppo e benessere per tutti, farlo in modo equo e armonico. L’esempio più incredibile di sistema fondato sullo squilibrio è il campionato di calcio. L’ultima estate, il club di serie A hanno registrato un giro di affari pari a 1,17 miliardi di euro. Oggi ci dicono che, se il campionato non riprenderà, si rischia il fallimento. Complimenti.

4. Il dramma estremizza i tratti caratteriali dei personaggi. Per questo ogni buon noir, thriller o horror è soprattuto un film sulla natura umana. Mettere i propri personaggi in una situazione di pericolo è il modo migliore per capire chi sono per davvero, questo lo sa chiunque si trovi a scrivere una storia. E allora cerchiamo di non dimenticare chi in questa situazione ha provato ad opporsi perfino al buonsenso. Trump che voleva fermare il virus con i muri, Boris Johnson e la sua immunità di gregge, Bolsonaro che considera l’epidemia una trama dei suoi avversari politici per attaccarlo. Esattamente come in una pièce di Goldoni, ognuno è scivolato nel luogo comune della sua maschera da commedia. Macron pieno di boria che rifiuta di annullare le elezioni pesando forse che il virus si sarebbe fermato sulle Alpi. Gli spagnoli che sprecano tre giorni cruciali litigando sulla gestione dell’emergenza tra potere centrale e autonomie. I tedeschi che non si preoccupano più di tanto rivendicando la migliore sanità del mondo, mica come gli italiani.

E allora in questa commedia delle maschere esacerbata dal dramma, forse alla fine della storia scopriremo che, come vuole un vecchio adagio, siamo brava gente. Abituati da troppi anni ad auto-denigrarci, a consideraci i peggiori e i più ingenui, magari ci accorgeremo che sotto stress ci siamo mossi con energia e buonsenso, nonostante ci sia capitato in sorte lo scomodo ruolo di apripista. E magari, mentre contiamo i morti o cantando dai terrazzi, piangendo o cercando di ridere, ognuno a modo suo, prima di cercare di dimenticare tutto e ripartire come sogna di fare l’automa di Westworld, avremo pure imparato qualcosa.


Erica Mou / 6-03-2020

 

Non avrò mai la pazienza di uno scrittore. Non sarò mai in grado di perseguire un’idea per centinaia di pagine.”

Questa era la frase ricorrente nei miei pensieri, ogni volta che negli ultimi dieci anni ho aperto un file sul computer, ogni volta che qualcuno mi incoraggiava a scrivere un libro.

Ho sempre avuto paura di non avere la pazienza, io che appartengo alla prima generazione della storia con una soglia d’attenzione tascabile, io che sono abituata alle canzoni, che mi esprimo nel tempo perfetto di tre minuti e dieci secondi, con tanto di ripetizioni nei ritornelli.

E invece, alle porte del mio trentesimo compleanno, eccomi qui, con il mio primo romanzo tra le mani.

Nel mare c’è la sete” è stata una cascata. Un susseguirsi di parole che, come nella magia di ogni forma di scrittura, un po’ sono pensate e un po’ nascono da sole, da una parte inaccessibile al resto della vita.

Nel mare c’è la sete” è una lunghissima canzone. Questo romanzo si svolge tutto in ventiquattro ore e, oltre a un’unità di tempo credo abbia anche un’unità di luogo: la storia, in fin dei conti, è ambientata tutta nella testa nella protagonista, in un posto che non è mio ma che mi sono ritrovata ad abitare, a indagare, a perdonare.

Nel mare c’è la sete” non mi ha richiesto pazienza. Solo del tempo. E la differenza sta nel fatto che a volte la pazienza accetta la rinuncia se un punto esclamativo la segue. E molto spesso sottintende moderazione, sopportazione.

Il tempo invece no.

Il tempo, invece, vuol dire stare, esserci, prendersi cura.