Davide Carnevali / 14-04-2020

 

In questo periodo di rallentamento forzato delle attività umane, per non parlare dell’economia, sentiamo ripetere ossessivamente che la cultura non deve morire – e, possibilmente, nemmeno il teatro. Interpretando questa preghiera come una chiamata alle armi, i teatranti provano in tutti modi a non dare per terminata la stagione, mossi apparentemente dall’alto ideale di diffondere lo Spirito dell’Arte tra la gente chiusa in casa, che di teatro dovrebbe essere apparentemente affamata. Online si possono fare un sacco di cose, soprattutto quando ci si annoia.

Così sul web gli autori continuano a scrivere, i registi a dirigere e gli attori ad attoreggiare. Insomma, non si finisce mai di reinventarsi il proprio mestiere. Quasi nullo è però il dibattito sulle modalità, e quindi sul senso, di questo mestiere da reinventare. Se ora siamo invasi di monologhi e sketch che raccontano la miseria del nostro isolamento, tra un po’ ci riempiremo di testi sulla pandemia e la fine del mondo così come lo conosciamo.

Si faranno spettacoli post-espressionisti sull’individuo che grida l’angoscia del suo “io” alienato, e i teorici parleranno di teatro post-apocalittico (vi confesso che in realtà se ne parla già). Se le prospettive sono queste, mi sembra chiaro che la cultura in generale e il teatro in particolare si sono ridotti a sistemi parassitari del mondo reale. E che, diffusamente e terribilmente, si sono perse le tracce di una qualsiasi capacità di metaforizzazione: distanziarsi un pochino dalla situazione odierna per non farsi trasportare via dal flusso degli avvenimenti, e acquisire così una prospettiva sulla direzione in cui gli avvenimenti stanno fluendo.

Senza scomodare il caro vecchio principio romantico dell’artista come profeta, forse dovremmo chiederci se la nostra responsabilità nei confronti della società non dovrebbe essere quella di interpretare il presente per preparare al futuro, invece di succhiare il sangue all’attualità e sfruttare e le sue mode – rivisitando il tema del virus in tutte le salse e rompendo anche un po’ i maroni alla gente già depressa a causa del confinamento. Il teatro non dovrebbe smaronare e deprimere; anche se spesso lo fa.

Questo blocco generale non può essere allora una buona occasione per fermarsi e riflettere, piuttosto che produrre per forza o per inerzia proposte parateatrali di dubbia qualità? Che non si capisce poi a chi dovrebbero interessare: il pubblico a casa ha accesso a ottimi prodotti confezionati da Netflix, HBO e Amazon Prime, pensati espressamente per una fruizione mediata dallo schermo, che il teatro invece digerisce male. Altra cosa sono i radiodrammi, gli audiolibri e le letture; ma di là della curiosità che un monologo in Instagram Live può suscitare, o del valore documentaristico che conserva la registrazione di un bello spettacolo, mi sembra che il teatro sia qualcos’altro. E tra un drammaturgo che dà voce al virus come fosse un personaggio, un attore che smonologa su Skype e il mio vicino che scende in strada portando a passeggio una stufa elettrica con le rotelle ricoperta da un pellicciotto e legata a un guinzaglio, mi sembra che la teatralità sia tutta dalla parte di quest’ultimo.

Forse un momento come questo è proprio il più adatto per domandarci quale teatro serva a questa società. Visto che, detto molto sinceramente, secondo me il teatro è una delle poche cose di cui quasi nessuno sente la mancanza; contrariamente alla Champions, la birretta con gli amici e la carta igienica, che invece sì hanno lasciato un grande vuoto nei nostri cuori, stomaci e culi. Il challenge che lancerei a questo punto è: cosa può fare il teatro, per riacquistare un posto, non solo nei pressi dei nostri cervelli, ma possibilmente anche lì vicino alle nostre viscere?

Tutti ripetono che la cultura ci salverà, ma quasi nessuno spiega come. Forse lo farà se smetteremo di parafrasare i personaggi del film di Bong Joon-ho, parassiti solo apparentemente intelligenti, ma in realtà estremamente stupidi. E se il grande insegnamento del regista sudcoreano stesse nel dirci che fare teatro non serve a nulla, se si limita a imitare il reale senza essere poi capace di reinventarlo quando i fatti inaspettati della vita ci pongono davanti a questa necessità…? E infatti mi sembra che il film finisse male.

La riduzione del teatro a un fenomeno visuale e acustico non fa che evidenziare la miseria di una concezione di teatralità che si è imposta, da secoli, come egemonica – o, detto in parole povere, come “normale”, nel senso che è quella che detta la norma. Ma il teatro non è un problema di visione, né di ascolto. E se pensiamo che «ok, va bene, tutto quello che vuoi, però ora il video in streaming è l’unica cosa che abbiamo a disposizione in questi tempi di merda», ci sbagliamo.

Il teatro ha a disposizione un’arma molto più pericolosa, ancora più pericolosa proprio perché i tempi che stiamo vivendo sono pieni di cacca: l’immaginazione. Non l’imitazione, ma l’invenzione della realtà. E però il teatro può sfoderare quest’arma solo se accetta di non essere pura visione, ma problematizzazione della visione. Insomma, per essere davvero teatro, il teatro deve in qualche modo essere infedele alla sua etimologia linguistica (il verbo theaomai, in greco, significa –a grandi linee- “osservare”). E questo è forse l’aspetto più interessante della sua natura: il fatto teatrale trascende il suo aspetto linguistico e, attraverso questa operazione di distacco, anche il suo aspetto visuale. Perché il teatro –contrariamente a quello che molti pensano- non è stare a lì a guardare e ascoltare attori che parlano e si muovono su un palco; il teatro è fondamentalmente manifestazione fisica di qualcosa che avviene davanti a un pubblico di individui in carne e ossa, nonostante il linguaggio e nonostante lo sguardo.

Questa esperienza, che è come una realtà potenziata, permette allo spettatore di intuire che intorno a noi c’è dell’altro, oltre a quello che vediamo e ascoltiamo. Qualche cosa che spesso sfugge al nostro sguardo e alle nostre orecchie, proprio perché le immagini e le parole la nascondono. Il teatro ci dice che la realtà non è quello che ci fanno vedere o sentire; la realtà è quello che sente e crea, in un dato momento, lo spettatore con la sua immaginazione. Ma quest’idea di teatro è rimasta nella nostra cultura, e quindi nella nostra idea di cosa sia il teatro, generalmente sommersa. Perché sarebbe utile farla emergere ora?

Se invece di guardare all’interno di una webcam ci guardassimo intorno, scopriremmo che mai come in questo periodo in cui i teatri hanno chiuso, il teatro si è aperto così tanto alle nostre vite. Cominciando, finalmente, ad avere un ruolo da protagonista nella nostra quotidianità (soprattutto in quella del mio vicino con la stufa). Non solo perché tutto il mondo sia un palco, né perché la vita sia un sogno, né perché –perdonami, Marzullo- i sogni aiutino a vivere; ma perché tutti noi, da sempre, adottiamo pratiche teatrali nel nostro vivere.

Lo sapevano Shakespeare, Calderón, Pirandello e Brecht; e anche –per chi volesse approfondire ora che ha tempo di leggere- Ervin Goffman (La vita quotidiana come rappresentazione, 1959), John Austin (Come fare cose con le parole, 1962) o Victor Turner (Antropologia della performance, 1986). Solo che spesso non ce ne accorgiamo. E, cosa ancora più imbarazzante, spesso non se ne accorge nemmeno chi fa teatro.

Il giorno immediatamente successivo all’inizio del confinamento abbiamo visto nascere spontaneamente iniziative come i concerti alla finestra, le improvvisate corali di canzoni popolari, i bingo inter-vicinali, raves e flash-mobs al balcone. Tutte queste sono espressioni di teatralità. Così come lo è stata, qui in Spagna, l’enorme cacerolada (protesta pubblica di carattere economico-politico, eseguita battendo ritmicamente un cucchiaio contro una pentola o padella) che ha accompagnato il discorso del 18 marzo del re Felipe VI, che in diretta a reti unificate invitava al patriottismo di fronte alla crisi, parlava di “società”, “popolo” e “nazione”, ma non nominava mai la parola “cultura”, né si soffermava sul fatto che suo padre Juan Carlos sia coinvolto nel più grande crimine finanziario che abbia mai toccato la monarchia dalla fine della dittatura: fondi neri in paradisi fiscali.

Vi sembra strano che lo scandalo sia venuto fuori proprio mentre tutti parlano solo del virus, e che nel giro di due giorni nessuno ne abbia più parlato…? Monologo sciapo dal finale scontato, che denota capacità attorali scarsissime da parte del sovrano. La protesta pubblica non solo metteva l’accento su un’incongruenza politica, ma era un atto di pura rivendicazione del potere del teatro.

Chi scrive discorsi sa che il linguaggio è un generatore infinito di mondi. Utilizzando una parola piuttosto che un’altra, creiamo nella testa di chi ascolta un’immagine della realtà piuttosto che un’altra. Come i buoni drammaturghi, anche i buoni politici (o i loro gohstwriters) conoscono l’importanza della scelta delle parole e sono ben coscienti del loro potenziale, e del loro pericolo. In Spagna, le conferenze stampa in questi giorni avvengono per via telematica, in sale praticamente vuote, in cui compare il politico, solo.

Come un piccolo Papa nella deserta piazza San Pietro, che porta su di sé la croce della crisi (i buoni fotografi si differenziano dai buoni drammaturghi solo perché utilizzano immagini per creare altre immagini). Le domande vengono inviate dai giornalisti a un addetto, che le filtra, prima di passarle a chi deve rispondere. Eppure la risposta del politico spesso non ha a che vedere con la domanda posta dal giornalista; solitamente si limita a ripetere frammenti di un discorso già pronunciato, riproponendo determinate parole chiave e sostituendo le altre, meno importanti, con sinonimi.

Mentre assume l’atteggiamento e il tono di chi risponde, il politico fa di tutto per evitare di rispondere (soprattutto alle questioni scomode), e approfitta di un tempo che dovrebbe essere dedicato al dialogo per riaffermare un discorso che non ammette replica; perché, non essendo il giornalista presente, non c’è la possibilità di un vero dibattito. Poche volte come in questi casi abbiamo assistito a un fallimento tanto eclatante delle funzioni del giornalismo. Poche volte come in questi casi appare tanto evidente che il politico è un attore che ha imparato una parte a memoria.

Non c’è, però, nulla di politico in questa attitudine; proprio perché non c’è apertura alla polis, alla comunità. Un muro invisibile, quello che in teatro chiamiamo “quarta parete”, divide la tribuna dalla platea, l’attore dallo spettatore, la politica dal cittadino. Il fallimento della comunicazione è il fallimento tanto della politica, come del teatro.

I politici si servono abbondantemente di espedienti teatrali. L’uso della voce, la scelta dei gesti, la prossemica… servono a mettere in risalto certe caratteristiche del soggetto rispetto ad altre, danno indicazioni sulla sua psicologia, costruiscono la sua personalità. È quello che si chiama “caratterizzazione”. Fondamentale, per fare in modo che lo spettatore percepisca il personaggio in un certo modo: forte, autoritario, comprensivo, amico… Lo stesso discorso vale per le luci, i costumi o la scenografia.

Avete fatto caso a cosa appare alle spalle degli intervistati nelle videoconferenze, in questi giorni? Quale parte della loro casa ci mostrano, quali fotografie sulla scrivania, quali libri sulle mensole (se hanno dei libri), quali soprammobili, suppellettili, crocefissi…? Un personaggio è il risultato di parole e azioni in un determinato contesto, una composizione artificiale di elementi che lo contraddistinguono. Ciò che qualcuno (un autore, un regista) vuole che lo spettatore veda. Niente di più. Le finzioni teatrali si costruiscono così, e una volta compreso come si costruiscono le finzioni teatrali, forse possiamo imparare a riconoscere come si costruiscono le finzioni della vita quotidiana. E a proteggercene. Soprattutto le finzioni linguistiche.

Nulla è più pericoloso, in questi tempi di debolezza emotiva, della retorica. In questi giorni la retorica invade tanto il discorso della politica, come quello dei cittadini (controllate le vostre chat in Wazzup). La retorica è una specie di distribuzione su grande scale di immagini prefabbricate. Quando un presidente parla di “guerra contro il virus”, impiega un linguaggio prettamente militare, che subito ci riporta all’idea di una lotta con due fazioni in campo: i buoni e i cattivi. Il virus ovviamente è il nemico e noi siamo i buoni; «quindi noi vinceremo, abbiate fede».

Questo linguaggio è di facile assimilazione e aderisce a un’idea di realtà a cui siamo stati abituati sin da bambini, grazie alla letteratura, i fumetti, il cinema, la televisione e le fiabe. Fateci caso: alla riga 3 di questo articolo, ho parlato di “chiamata alle armi”, e vi è sembrato perfettamente naturale. Perché? Perché una delle basi sulle quali noi costruiamo storie e racconti è la nozione di “conflitto”. C’è uno scontro: il primo personaggio vuole qualcosa e il secondo personaggio vuole impedirgli di ottenerla.

Ne nasce una lotta, e la storia dei due personaggi è la storia di questa lotta. Noi adottiamo costantemente queste storie e racconti, perché tutti viviamo quotidianamente situazioni che incaselliamo in dinamiche di questo tipo: tutti abbiamo obiettivi da raggiungere e tutti dobbiamo risolvere problemi che ci impediscono di raggiungerli. La nostra vita si riempe così di conflitti, e i manuali di scrittura teatrale anche. E se vediamo la nostra vita come un problema di conflitto, il mondo si dividerà per noi in buoni e cattivi, e noi vogliamo stare dalla parte dei buoni e questo ci fa pensare, automaticamente, di essere buone persone. È molto complicato accettare il proprio lato cattivo (Joker ne sapeva qualcosa; ma anche il Batman di Nolan).

La retorica serve anche a questo: ad autoconvincerci di essere buone persone. Buone persone che lottano insieme per una buona causa. Ora, il problema non è che non stiamo lottando per una buona causa… Il problema è: chi dice che dobbiamo parlare di “lotta” e di “causa”? C’è in giro un virus, ok; cosa significa “combatterlo” o “sconfiggerlo”? In che senso una malattia è un “nemico”? In che senso il confinamento è “necessario”? È proprio necessario, per un fenomeno naturale come una pandemia, parlare di guerra, che di solito non ha niente di naturale ma è, anzi, un evento del tutto umano…?

Le parole non sono innocue.

Creano nella nostra testa immagini, che si connettono con altre immagini e richiamano alla mente altre parole, che evocano altre immagini e il risultato di tutto questo è una certa immagine del mondo, quella roba che un linguista tedesco che oggi dà il nome a un’università di Berlino in cui lavora una mia cara amica chiamava in un modo impronunciabile: Weltanschauung (se questa parola vi sembra così orribile, vi rivelo che i Tedeschi hanno una parola di 63 lettere per indicare una legge inutile sul marchio di controllo alla qualità della carni bovine e affini: Rindfleischetikettierungsüberwachungsaufgabenübertragungsgesetz. Non sto scherzando).

La Weltanschauung è il modo in cui vediamo il mondo; possiamo vederlo, per esempio, come un campo di battaglia, in cui tutti siamo soldati. Fa un po’ schifo, lo so. Ma capita spesso, e chi pratica uno sport di squadra lo sa. A cosa serve? Beh, ci hanno insegnato a essere combattivi, competitivi e stronzi. Sempre. Sul lavoro, soprattutto, che è la base della nostra attività economica, che si fonda su una guerra permanente, in quel grande campo di battaglia (scusate la retorica) che è il mercato. Ma buttarla su questo piano può anche essere utile, per esempio, a fare in modo che la popolazione non si senta turbata se vede in strada militari in divisa mentre è obbligata per legge a stare chiusa in casa. Non sto dicendo che non sia utile stare chiusi in casa in questo momento (non sto dicendo un sacco di cose, in questo articolo), né che i militari in strada non siano brave persone che svolgono oggi un importantissimo servizio pubblico.

Ma.

Ma dobbiamo essere bravi a pensare che, se oggi ci accettiamo questa situazione un po’ strana, non per forza saremo obbligati ad accettarla in futuro. Magari quando, per qualsiasi altro motivo, questa situazione si ripeterà. Perché da dove viene oggi questa necessità del confinamento? È una necessità assoluta (non c’è alternativa) o relativa (ci sarebbero state alternative, ma ce le siamo giocate)? Siamo liberi di pensare che “necessario” oggi significa che non possiamo fare il numero adeguato di test, non abbiamo materiale di protezione in numero sufficiente e le nostre strutture ospedaliere non sono preparate a reggere l’impatto – qualcuno si ricorda dei tagli alla sanità pubblica degli ultimi decenni? E siamo liberi di pensare, per quanto scomodo possa essere, che la salute non è solo una questione di patologia fisica, ma anche una questione di libertà mentale e di ricerca delle felicità.

Certo, il problema è che una patologia fisica è riscontrabile scientificamente, mentre il problema della felicità lo è un po’ meno. Oggi ci stanno dicendo che dobbiamo sforzarci e rinunciare a una parte di felicità e a una parte dei nostri diritti fondamentali (la libertà di circolazione è uno di questi), in virtù di un bene maggiore che ci è stato promesso (recuperare il nostro stile di vita). Ok, io non sono un epidemiologo che lavora con dati scentifici; ma come teatrante che lavora con dati linguistici, posso consigliare che dobbiamo fare attenzione a che questa cosa non permei nella nostra Weltanaschauung, nel nostro modo naturale di vedere le cose.

Perché sicuramente arriverà -in passato è successo spesso, solo che ormai non se ne ricorda più nessuno- quel momento in cui ci sarà chiesto di nuovo di rinunciare per un po’ ai nostri diritti fondamentali, in nome di un beneficio futuro. Sacrificare la felicità presente, in virtù di un premio che ci sarà assegnato (mmm… non ci avevano detto qualcosa di simile a catechismo?). Ecco, il motivo per cui dobbiamo fare attenzione è che quando questa situazione si ripresenterà, sarà un po’ più facile pensare che sia normale. E un po’ più facile accettarla, visto che c’è già stato un precedente.

Quando vivevo a Berlino o a Buenos Aires, ogni tanto pensavo a cosa avrei fatto se avessi avuto trent’anni nella Germania hitleriana o nell’Argentina della dittatura militare. Chissà quella lieve sensazione d’angoscia che sentiamo oggi allo starcene rinchiusi in casa può esserci utile per intendere la situazione di chi ha vissuto in uno “stato di eccezione” permanente, che è quel momento in cui chi governa dice: «scusate, ma ora devo proprio fare tutto da solo, abbiate pazienza. Voi obbedite e abbiate fede e tutto si sistemerà».

Evidentemente non si tratta di fare paragoni: non è la stessa cosa. Ma forse questa sensazione di non-libertà, che stiamo vivendo a un grado minimo e superficiale, può aiutarci a farci un’idea della vita in tempi davvero difficili che hanno vissuto altre persone. A me, il fatto di essere obbligato a restare in casa, la proibizione a svolgere certe attività e la limitazione del movimento, l’imposizione di certe regole sul cui rispetto veglia un corpo di polizia… riportano un po’ alla mente un’esperienza come quella. Pure se io, nella mia vita, non l’ho mai vissuta. Si chiama “empatia”, e può generare “immedesimazione”.

Pure di questo, i manuali di teatro sono pieni. È una cosa naturale, perché per noi è istintivo (almeno così pensava Aristotele) metterci nei panni degli altri e imitarli, sin da quando siamo bambini e impariamo a vivere facendo finta di essere come gli adulti che ci circondano. Il teatro non fa altro che sfruttare questi processi mimetici (nel senso che hanno a che fare con la mimesis, il termine greco per “imitazione”; non con le divise militari verdimarronciognole – che ossessione questa dei militari, no?). A cosa viene tutto questo? Beh, se facciamo questo sforzo mimetico, per esempio, possiamo arrivare a comprendere quanto è facile, estremamente facile, terribilmente facile, accettare la limitazione della propria libertà personale, se una possibilità viene fatta percepire come necessità. E forse non ci sembrerà così strambotico che a vari milioni di persone sia successo in passato. E forse nemmeno ci sembreranno così strambotiche quelle situazioni in cui quelle persone l’hanno accettato; ma, al contrario, ci sembreranno un po’ più normali. Pericolosamente normali. E forse questo ci tornerà utile quando queste cose torneranno un giorno pericolosamente a succedere.

Può servire anche a questo il teatro? Mi sa di sì.

Questo ci porta pericolosamente a riflettere infine su ciò che consideriamo uno stato di emergenza. “Emergenza” è una parola che abbiamo ascoltato molto, negli ultimi anni. L’abbiamo ascoltata, per esempio, quando si parlava di “emergenza umanitaria” o “emergenza climatica”. Sembra passato un secolo, no? E sebbene queste emergenze siano di gran lunga più persistenti e pericolose dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, la nostra reazione a quelle emergenze è stata praticamente nulla; per non parlare delle reazioni che abbiamo quotidianamente di fronte agli appelli di Emergency, che non hanno meno a che fare con la vita umana. Mi sembra però che queste emergenze abbiano avuto ben poco impatto sulle nostre vite.

Forse questo si deve al fatto che oggi ci riesce più facile ragionare sul brevissimo periodo, piuttosto che sul lungo. Nella nostra Weltanschauung è entrata prepotentemente l’idea che è meglio essere rapidi, flessibili, efficienti, adattarci immediatamente ai cambi repentini, saperci trasformare per stare al passo con i tempi, soprattutto quelli di produzione. Una quarantina di anni fa, un filosofo francese che si chiamava Jean-Françoise Lyotard disse che i grandi progetti che regolavano le nostra vita non fanno più per noi, nell’era della postmodernità.

Una delle conseguenze è che cerchiamo la risoluzione immediata dei conflitti , un’altra è che non vogliamo o non siamo più capaci di strutturare la nostra vita proiettando obiettivi ed elaborando strategie sul lungo periodo. Abbiamo perso l’abitudine di guardare avanti nel tempo; non pensiamo per le generazioni future, ma solo per la nostra (bye bye Greta). È una cosa naturale: la società in cui viviamo ce l’ha richiesto; e il tipo di economia che dirige la società in cui viviamo ce lo esige.

Avete visto le immagini di quegli allevamenti in cui il latte finisce dalla capra alla fogna, perché i produttori di formaggio non lo comprano più, quel latte non si può conservare, non si può consumare (non è pastorizzato) e in due giorni va a male? È solo un esempio agreste, ma queste cose succedono su larga scala. La nostra economia si basa sulla velocità, i flussi economici e finanziari sono rapidi, il processo di produzione e consumo anche. Escogitare soluzioni per l’emergenza umanitaria o per fermare il cambio climatico implicano uno sforzo progettuale troppo grande, lento, farraginoso e non avremmo risultati tangibili sottomano prima di molti anni. Questa cosa è tremenda: siamo ossessionati dalla tangibilità dei risultati.

Vogliamo dati e numeri, ogni giorno riceviamo dai telegiornali dati e numeri, e anche questa pandemia si sta risolvendo in una questione di dati e numeri. Perché quest’attrazione morbosa per la tracciabilità dei risultati? Avere sottomano dati e numeri ci dà l’impressione di avere controllare le cose. E se abbiamo l’impressione di avere il controllo sulle cose, ne abbiamo meno paura. Questa idea, che nella storia della storia si è configurata come la perversione massima delle correnti positiviste, è parte della nostra cultura, della nostra Weltanschauung. Tutto ciò che è misurabile, definito, commensurabile è meglio di ciò che sfugge alle misurazioni, alle definizioni e alla nostra comprensione. Da Aristotele in poi (che aveva formulato questa brillante intuizione basicamente per far girare le balle al suo maestro Platone) siamo tutti un po’ più materialisti. Amiamo avere il controllo della situazione. E quando ci accorgiamo che nell’esistenza umana non tutto è controllabile (siamo stati tutti innamorati) andiamo in crisi. Per evitare di passare per brutte esperienze di questo tipo, ci affanniamo a organizzare la nostra vita. Fermare il mondo un giorno al mese per limitare le emissioni di CO2 e migliorare un poco il clima non era, fino a un mese fa, una meravigliosa utopia che nessuno credeva realizzabile? Oggi, che il mondo se è fermato da un giorno all’altro fondamentalmente per la paura enorme che ci assalito davanti a qualcosa di non misurabile, non definito e non comprensibile come l’espansione di un virus, l’abbiamo realizzata.

Cosa ci resta adesso, se non la meraviglia in sé? La meraviglia di queste città vuote e silenziose. Ma anche la meraviglia di non sapere cosa succederà domani. Come vivremo nei prossimi mesi, o anni? Il nostro sistema economico reggerà all’impatto? E se il nostro sistema economico fosse da buttare? E se lo stile di vita che abbiamo adottato finora fosse da buttare? Fa un po’ paura, come tutte le cose sconosciute. Certo, è il prezzo che la meraviglia fa sempre pagare. Non preoccupatevi, non c’è nulla di scientifico in quello che sto dicendo. È solo un piccolo volo poetico. Ma anche di tutta questa meraviglia e poesia, il teatro si occupa abbondantemente.

La verità è che il mondo è in perenne stato di emergenza. Stavo per scrivere “il mondo in cui viviamo”, ma effettivamente quello che è in emergenza perenne non è in alcun modo il mondo in cui viviamo. Il mondo in emergenza è, al contrario, proprio “il mondo in cui non viviamo” e questa negazione è essenziale perché possiamo continuare a vivere la nostra vita. È come se, per vivere, dovessimo dimenticarci di quel mondo in emergenza, e sommergerlo nel flusso di altri pensieri. In caso contrario, la nostra esistenza non sarebbe sopportabile.

Chi di noi potrebbe vivere in pace sapendo che la nostra vita è possibile solo nei termini in cui altre vite sono negate, che per ogni individuo che mantiene il nostro livello di vita ce ne sono vari che non possono mantenerlo, che l’Europa è ricca solo perché buona parte degli altri continenti è povera, che per costruire questo mondo abbiamo devastato per secoli il mondo degli altri e se il Primo Mondo è primo, è perché ce ne sono altri che devono rimanere per forza Secondo e Terzo, altrimenti che cavolo di senso avrebbe questa distinzione…?

Tutto questo, nella nostra quotidianità, ce lo dobbiamo dimenticare, dobbiamo “fare finta che” non esista. E questo fingere è, in fin dei conti, un altro atto di teatralità. Il più importante, forse. La finzione sta alla base di tutto. Appartiene a quella tradizione delle arti dello spettacolo che invita a nascondere, tramite artificio, il reale dietro un’apparenza di realtà. Secondo questa linea di pensiero, la vita si nasconde dietro la sua ricostruzione sul palco e la coscienza dell’attore si nasconde dietro quella del personaggio. Lo spettatore accetta questa convenzione, vede ciò che il teatro gli mostra e lo riceve “come se fosse” realtà. Poco importa se non lo è; quello che importa è l’illusione. In questo modo accettiamo di prendere per vero ciò che è falso. Non lo facciamo solo quando entriamo a teatro, ovviamente. Lo facciamo anche quando ne usciamo. E questo può essere problematico.

Nel corso della storia sono emerse altre linee di pensiero che hanno proposto di vedere le cose in modo diverso. Pensatori come Friedrich Nietzsche o Antonin Artaud hanno cercato nell’origine rituale del teatro il contatto essenziale con la realtà, non filtrata da una rappresentazione. Bertolt Brecht ha optato invece per mantenere la rappresentazione, però mostrando al pubblico i meccanismi della sua costruzione e ricezione. Cioè facendo in modo che il teatro dichiarasse esplicitamente di essere un’operazione artificiale, facendo vedere chiaramente allo spettatore come si costruiscono queste finzioni e com’è facile crederci, e soprattutto quali sono i rischi conseguenti. Tanto i primi come il secondo hanno auspicato, cioè, l’emergenza di una teatralità sommersa.

In un suo breve saggio chiamato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, un altro filosofo tedesco (vi giuro che è l’ultimo che cito) di nome Walter Benjamin, che tanto si è occupato di teatro e soprattutto di Brecht, fa un paragone tra il mago e il medico. Il primo cura il malato con l’imposizione delle mani dalla distanza, avvolto da un’aura di mistero; il secondo annulla la distanza tra sé e il paziente, si presenta come un uomo di fronte a un altro uomo, da cui si differenzia solo per una maggiore abilità tecnica, e non per qualità sovrannaturali.

Forse mai come di fronte alle grandi epidemie, l’uomo patisce una crisi nella crisi: l’impossibilità di esercitare la sua propria umanità, che si realizzava nella prossimità, nell’annullamento della distanza tra essere umano e essere umano. Vorrei dirvi che questo annullamento della distanza è proprio ciò che contraddistingue il teatro da ogni altra forma d’arte. Perché, il teatro è presenza fisica di più corpi nello stesso spazio: il corpo dell’attore e quelli del pubblico. Ecco perché all’inizio di questo articolo vi dicevo che dobbiamo superare l’idea che il teatro sia visione e ascolto, e abbandonarci all’esperienza, che è l’esperienza della vita. E nella vita non c’è nulla di più umano che questa prossimità.

Facciamo in modo che non ce la tolgano, quando tutto questo sarà finito. Ci stiamo abituando a pensare che si può fare il bene dalla distanza, ognuno da casa sua. È vero, ma è un’idea di “fare il bene” molto limitata e limitante. Ci stiamo abituando a pensare che possiamo parlare e discutere senza riunirci in gruppo. E che la condivisione fisica è prescindibile. Facciamo in modo di non pensare che una società può funzionare dalla distanza, online, attraverso immagini e suoni e senza condivisione fisica.

Ci stiamo abituando a pensare che, anche se il cielo è azzurro, possiamo starcene chiusi in casa, pazienza. Ci stiamo abituando a pensare che possiamo trattenere e reprimere quella voglia terribile di stare fuori. Ci stiamo abituando a pensare che siamo immunodepressi, deboli, esposti ai pericoli, fragili e bisognosi di protezione. Facciamo in modo che tutto questo non permei nella nostra maniera di vedere le cose. Altrimenti è finita. Altrimenti saremo davvero deboli e fragili, cercheremo davvero la protezione di qualcuno. E saremo controllabili. Facciamo in modo di rioccupare appena possibile gli spazi oggi lasciati vuoti e, soprattutto, di colmare quella distanza che oggi ci separa e che si affaccia sempre più, non solo in questo stato di eccezione, come una minaccia alla nostra umanità. Anche per questo, ai medici vanno i nostri ringraziamenti: perché –come i migliori teatranti dovrebbero fare- si giocano la vita per quella prossimità, per quella umanità, che è il senso del nostro essere in questo mondo.

Applausi per loro, dunque.

Poteva esserci un finale più teatrale?


Leonardo Palmisano / 9-04-2020

 

Dice la Treccani che si chiama gas ‘ogni sostanza che si trovi nel particolare stato di aggregazione, detto appunto gassoso o aeriforme, caratterizzato dalla tendenza della materia a espandersi e a occupare tutto il volume disponibile, per quanto grande esso sia e qualunque sia la sua forma; tale stato dipende dalle condizioni di temperatura e di pressione, variando le quali la sostanza può presentarsi come un liquido o anche come un solido.’ Se ci pensiamo bene, noi siamo dentro questo stato dove la materia delle nostre relazioni, la materia viva della società umana globalizzata, tende ad occupare il volume disponibile, il pianeta, secondo le regole della temperatura, dell’eccitazione sociale e politica.

Ci siamo ancora più dentro adesso che crolla il mito dell’infallibilità umana nelle sue forme solide: la scienza, la fede, la politica, l’economia. Crolla tutto, inevitabilmente. E crolla così velocemente che le analisi a caldo di questa frana assumono la forma tragicomica della cronaca e dell’opinione, del desiderio e della follia. Mentre si afferma una nuova forma di relazione e di comunicazione tra il mondo e l’umano, e tra l’umano e l’umano. Perdono di senso le virtù capitalistiche: l’ambizione, la finanza, l’investimento improduttivo, la competizione, l’egoismo, l’individualismo, il consumo.

Quando provano a rifarsi spazio attraverso i social network, le virtù del capitalismo sono comiche zombie disarticolati o come goffe divinità di un pantheon a cui nessuno crede più. Al loro posto prendono piede altre virtù, quelle del valore d’uso delle Cose e del valore assoluto della Terra. Stiamo letteralmente uscendo dal valore di scambio, come ci dimostrano le oscillazioni del mercato dell’auto e del petrolio e i crolli vertiginosi del sistema truffaldino della borsa. Stiamo entrando nell’epoca del valore d’uso globale delle cose, del valore in sé dei beni comuni, della circolarità libera e comunitaria.

Quali saranno le reazioni? Le risposte sono due: o totalitarismo alla Orban, che è la negazione dei diritti a favore del potere delle élites; o democrazia globale, a favore dell’affermazione dell’uguaglianza planetaria tra ciò che è umano e ciò che non è umano.

Sul piano politico questo significa che la democrazia dovrà tendere ad occupare gli spazi della società imponendosi come unica e sola civiltà dei diritti. Avrà vita più facile in alcuni pezzi del Sud America e dell’Africa, dove già sono condivisi i valori della persona, del lavoro in comune e dell’ambiente (quelli tante volte evocati da Papa Francesco). Avrà vita difficile dove i diritti umani, civili e ambientali sono calpestati come in Egitto, in Cina o in Russia. Avrà vita durissima dove la frattura tra società del consumo e della finanza (la società liquida) e società dell’uguaglianza (la società gassosa) si produrrà in modo culturalmente acceso e magari perfino rivoluzionario.

Dove, quest’ultima? In Europa e negli Usa, dove è già stridente l’opposizione tra rispetto e negazione dei diritti acquisiti. È infatti nell’Ue e negli Usa che il dibattito pubblico sulla quarantena è centrato sui diritti: alla salute, all’informazione, al lavoro. Il diritto al profitto è già sparito dalle discussioni pubbliche, ma non nella realtà. Sarà l’affermazione di forme economiche di prossimità, comunitarie (le più adatte alla società gassosa) a demolire il diritto al profitto nel suo fondamento immorale. Sarà l’affermazione di una comunità economica globale, fuori dagli egoismi nazionalistici, ad azzerare il principio secondo il quale è l’ambizione al profitto a stimolare l’economia.

È ormai chiaro che ad ispirare la società che si sta affermando saranno la ricerca e la conservazione dinamica della vita sulla Terra, cosa che rende tutti uguali di fronte alla Vita e nessuno superiore alla Natura (come tanto tempo fa ci ha detto uno come Leopardi, per intenderci). La forma gassosa è quella più adatta a stimolare questa ricerca e questa conservazione dinamica: perché arriva ovunque, porta il suo aroma di libertà con i venti della comunicazione globale (mediante il web, soprattutto), cancella i profumi suadenti della società liquida, copre i miasmi dei cadaveri lasciati per terra dall’economia di rapina.

E quindi, viva la società gassosa!


Debora Grossi / 6-04-2020

 

Riccione – Mondaino. Primavera 2020.
Tempo di percorrenza: 2 secondi, quelli necessari alla connessione per accedere al segnale.
Mare e collina.
Città balneare, truccata a festa sei mesi all’anno, si collega con il borgo storico immerso nei boschi
.

Non risponde.
Devo farle gli auguri.
Probabilmente sarà nel suo campo, immersa tra la protezione degli alberi e delle vigne mentre qui la salsedine entra nelle ossa.
Pochi giorni fa il vento dell’est ha portato il mare alla mia finestra, potevo sentirne le onde. Sbattevano l’una contro l’altra e urlavano da far paura. Tutta la città era testimone del loro litigio finché non hanno fatto pace lasciandoci andare a dormire con un peso in meno.

Quattro settimane fa a svegliarmi c’era il vociare del mercato in fondo al viale, i tecnici del teatro davanti casa, i bambini dell’asilo e i canti della chiesa.
Sì, vivo in mezzo alla vita.

Ora vengo svegliata dalla luce e dal canto di gabbiani e uccellini. I primi arrivano con le loro voci grasse e si posano sul tetto dei miei dirimpettai, i secondi si inseguono nell’aria e spariscono tra le fronde.
Sì, anche questa è vita, quella che ho sempre dato per scontata in mezzo alle abitudini.

Eppure eccoci qui, spettatori esperti di serie tv che imparano ad osservare il mondo. Uno streaming continuo che avviene fuori dalle nostre finestre e che per una volta non ci vede protagonisti.
Per mesi mi sono sentita dire “fermati”, ora faccio i conti con una staticità imposta, senza riuscire a fermarmi veramente. Creo, disfo e trasformo. Tutto rallenta, tranne il mio cervello e l’impollinazione.

Sono riuscita a crearmi una routine anche nel momento in cui potrei semplicemente fermare tutto. Benedizione o maledizione lo capirò solo quando smetterò di collegarmi al bollettino delle 18:00. Quando potrò sentirmi davvero libera di fermarmi e tirare un profondo sospiro di sollievo.
Per ora faccio quello che mi viene naturale fare, senza chiedermi se sia giusto o sbagliato.

Appesa in bagno ho una pietra con incisa una Runa: ISA | . Immobilità e calma.
Anche lei me lo ricorda continuamente mentre ogni mattina traccio una linea nera e sensuale sulla palpebra.

Il mio salvagente è diventato una riga di eyeliner, un marchio nero che mi fa sentire bene e che sbiadisce prima di notte tra lacrime sottili e goccioline di sudore.
Un ghirigoro per cui lei mi prende sempre in giro: “Ma perché ti trucchi per stare in casa?”.
Fingo che vada tutto bene, recito la mia parte.

 


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Eleonora Calesini / 6-04-2020

 

Datemi cinque minuti e risponderò a tutti.

Sono in casa, c’è mia mamma e sono già partite le videochiamate e i messaggi a ricordarmi del mio compleanno. Con calma risponderò che sto bene e che sì, anche questo è un compleanno diverso. Questa volta siamo in isolamento, chiusi con ansia e preoccupazione come coinquilini. In realtà ci sono ogni anno, è diventata una tradizione averli come ospiti ma io almeno sono a casa mia, al sicuro e con la mia famiglia.

Ho il campo di mio padre, ho il cielo e la mia campagna.

Tutto questo mi è sempre bastato e mi basta per stare bene, ma oggi sembra completamente inutile. Non c’è niente in grado di scacciare i ricordi di undici anni fa. Ogni anno, in questa giornata, tornano a galla. Che bel regalo di merda. Oggi sono ancora più forti perché le continue notizie dalla tv e dagli amici mi fanno tornare a quel giorno. È tutto così simile che a volte non riesco a distinguere la realtà dal passato.
Continuiamo a temere per noi e per i nostri cari, continuano ad esserci persone che sottovalutano il problema e continuano ad esserci persone che provano a risolvere il problema, questa volta non hanno un casco, ma hanno un camice.

Quando sento parlare di numeri e di intubati è come se mi rivedessi allo specchio.
Ho paura di dover aspettare qualcuno fuori dalla terapia intensiva, e solo ora comprendo davvero cosa mi sono persa: un immenso senso di impotenza. Questo è quello che deve aver provato mia madre.

Il solo pensiero di poter vivere un altro trauma mi fa sprofondare ma devo rimanere fedele alla promessa che mi sono fatta undici anni fa. Anche se la paura si espande più veloce del virus devo mantenere la parola data e continuare a vivere giorno per giorno, senza pensare al domani.

Oggi è il mio compleanno ma non sono appena entrata nel mio appartamento a L’Aquila. Non vengono ad abbracciarmi le mie coinquiline riempiendomi di domande. Non ci sono scosse. Non ci sono fughe e non ci sono quattro piani sopra di me.
C’è solo il cielo e il rumore insistente della chiamata di Debora.
Grazie al cielo esiste la tecnologia!

 

 


Nicola Ravera Rafele / 31 marzo 2020

 

Nel corso della prima stagione di Westworld, un androide chiede a colui che lo ha progettato, Robert Ford (Anthony Hopkins), di cancellare dal suo sistema i ricordi dolorosi. Ford risponde che non è possibile, se non al prezzo di distruggere completamente la sua personalità. E’ stata proprio quella l’intuizione che ha reso quegli androidi così simili agli umani: fondare la loro personalità sul ricordo del dolore. È attraverso la consapevolezza del dolore che sono diventano coscienti, sensibili, intelligenti. Uguali a noi. Come gli androidi di Westworld, il nostro istinto ci spinge e ci spingerà a cancellare tutto questo dolore dalla memoria, ed è legittimo, perfino sano. Prima che tutto questo finisca però, sperando che finisca il prima possibile, un paio di cose è meglio annotarle, e non sui danni del Coronavirus, ma sui danni che il Coronavirus ha reso visibili, come un liquido di contrasto che evidenzia ciò che c’era già.

1. Le catastrofi accadono. Un alto tasso di comunicazioni iperboliche e bufale, di complottismi e millenarismi assortiti sembrava averci assuefatto all’idea che poi, alla fine, non succede mai niente. Un meccanismo inconscio ci faceva sentire protetti: i disastri di grande portata erano relegati a scenari da romanzo distopico. No, non ora non qui, pensavamo. Non ora, non nel cuore della civiltà tecnologica, non a noi iper-connessi ed evoluti. La peste era roba manzoniana, buona per gente che non aveva ancora scoperto né le automobili né la penicillina. E non qui, soprattutto. Semmai in Cina, in Africa, in qualche isoletta del Pacifico. Non può accadere nulla di male a noi in Occidente, a noi che non mangiamo topi e siamo democratici e funzionali alle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Più degli altri, chissà perché. Invece le catastrofi accadono, qui e ora. E sarebbe meglio tenerlo a mente, perché questa consapevolezza fa cadere il pilastro su cui si è retto il negazionismo a proposito del riscaldamento globale. Tutti quelli che in questi anni hanno etichettato Greta Thunberg come una ragazzina rompicoglioni, materiale da meme o carne da battute al bar, lo hanno fatto nella illusione che ‘tanto non succede’. Ecco. Prendere nota.

2. L’equità non si improvvisa. L’idea che esista una possibilità di sviluppo armonico della società è stato, negli ultimi anni, non solo abbandonata, ma perfino derisa. Il trionfo di un modello di capitalismo rapace ha relegato in un angolo qualunque discussione sui contrappesi e sulle tutele. La possibilità di una società diversa, che garantisse qualcosa a tutti, è sembrata via via una utopia da ingenui, buonisti nel migliore dei casi, o uccelli del malaugurio se denunciavano i rischi cui andavamo incontro. Eppure esattamente di questo si parlava. L’importanza di una sanità pubblica e funzionante, non minata nelle fondamenta da tagli e corruzioni assortite, non era un capriccio né una astrazione. Adesso forse è più chiaro a tutti. Se l’Italia si salverà è proprio perché, nonostante i tentativi di distruggerla, quella sanità pubblica e funzionante la aveva ancora. Sarebbe bene ricordarlo, e ricordarlo all’interno di un discorso di sistema, non solo battendo le mani ai medici e agli infermieri eroi. Lo sono, certo, eroi. Ma hanno bisogno di stipendi, strumenti e fondi per la ricerca, non della solita tendenza italiana a innamorarsi dei martiri. Dove c’è un martire c’è un errore, verrebbe da dire. I bravi allenatori dicono: dietro un portiere che fa un miracolo c’è una difesa che ha sbagliato piazzamento. Cerchiamo di difendere meglio.

3. Quando la società del benessere diventa la società del profitto, il benessere ha le gambe corte. Una delle cose che più ci stanno impressionando è la fragilità del nostro stile di vita. Possibile che tutto quello che abbiamo costruito, l’opulenza, il progresso e la sicurezza, fossero solo una illusione ottica? In ‘Io e Annie’, quando Woody Allen lascia Diane Keaton (salvo poi pentirsene), le dice: “Una relazione credo sia come uno squalo sai, che deve costantemente andare avanti o muore. Eh… credo che quello sia restato a noi sia uno squalo morto.”. La corsa in avanti degli ultimi quarant’anni ha generato una ‘economia dello squalo morto’, in cui il rilancio continuo ha indebolito, reso friabili le fondamenta e quasi cancellato il margine di sicurezza. Ci stanno dicendo che l’economia mondiale sta franando perché il virus ha bloccato il mondo per (forse) un paio di mesi. Non è vero, ovviamente. Il virus sta mostrando una malattia che era già lì, ed era l’incapacità di garantire sviluppo e benessere per tutti, farlo in modo equo e armonico. L’esempio più incredibile di sistema fondato sullo squilibrio è il campionato di calcio. L’ultima estate, il club di serie A hanno registrato un giro di affari pari a 1,17 miliardi di euro. Oggi ci dicono che, se il campionato non riprenderà, si rischia il fallimento. Complimenti.

4. Il dramma estremizza i tratti caratteriali dei personaggi. Per questo ogni buon noir, thriller o horror è soprattuto un film sulla natura umana. Mettere i propri personaggi in una situazione di pericolo è il modo migliore per capire chi sono per davvero, questo lo sa chiunque si trovi a scrivere una storia. E allora cerchiamo di non dimenticare chi in questa situazione ha provato ad opporsi perfino al buonsenso. Trump che voleva fermare il virus con i muri, Boris Johnson e la sua immunità di gregge, Bolsonaro che considera l’epidemia una trama dei suoi avversari politici per attaccarlo. Esattamente come in una pièce di Goldoni, ognuno è scivolato nel luogo comune della sua maschera da commedia. Macron pieno di boria che rifiuta di annullare le elezioni pesando forse che il virus si sarebbe fermato sulle Alpi. Gli spagnoli che sprecano tre giorni cruciali litigando sulla gestione dell’emergenza tra potere centrale e autonomie. I tedeschi che non si preoccupano più di tanto rivendicando la migliore sanità del mondo, mica come gli italiani.

E allora in questa commedia delle maschere esacerbata dal dramma, forse alla fine della storia scopriremo che, come vuole un vecchio adagio, siamo brava gente. Abituati da troppi anni ad auto-denigrarci, a consideraci i peggiori e i più ingenui, magari ci accorgeremo che sotto stress ci siamo mossi con energia e buonsenso, nonostante ci sia capitato in sorte lo scomodo ruolo di apripista. E magari, mentre contiamo i morti o cantando dai terrazzi, piangendo o cercando di ridere, ognuno a modo suo, prima di cercare di dimenticare tutto e ripartire come sogna di fare l’automa di Westworld, avremo pure imparato qualcosa.


Erica Mou / 6-03-2020

 

Non avrò mai la pazienza di uno scrittore. Non sarò mai in grado di perseguire un’idea per centinaia di pagine.”

Questa era la frase ricorrente nei miei pensieri, ogni volta che negli ultimi dieci anni ho aperto un file sul computer, ogni volta che qualcuno mi incoraggiava a scrivere un libro.

Ho sempre avuto paura di non avere la pazienza, io che appartengo alla prima generazione della storia con una soglia d’attenzione tascabile, io che sono abituata alle canzoni, che mi esprimo nel tempo perfetto di tre minuti e dieci secondi, con tanto di ripetizioni nei ritornelli.

E invece, alle porte del mio trentesimo compleanno, eccomi qui, con il mio primo romanzo tra le mani.

Nel mare c’è la sete” è stata una cascata. Un susseguirsi di parole che, come nella magia di ogni forma di scrittura, un po’ sono pensate e un po’ nascono da sole, da una parte inaccessibile al resto della vita.

Nel mare c’è la sete” è una lunghissima canzone. Questo romanzo si svolge tutto in ventiquattro ore e, oltre a un’unità di tempo credo abbia anche un’unità di luogo: la storia, in fin dei conti, è ambientata tutta nella testa nella protagonista, in un posto che non è mio ma che mi sono ritrovata ad abitare, a indagare, a perdonare.

Nel mare c’è la sete” non mi ha richiesto pazienza. Solo del tempo. E la differenza sta nel fatto che a volte la pazienza accetta la rinuncia se un punto esclamativo la segue. E molto spesso sottintende moderazione, sopportazione.

Il tempo invece no.

Il tempo, invece, vuol dire stare, esserci, prendersi cura.


Stefano Massini / 24-01-2020

 

C’è qualcosa di talmente… stupido nel male. Sì: stupido. E guardi che non parlo delle coincidenze. Dico che il male si nutre di paura. Ne ha bisogno. Voi eravate fieri che la gente tremasse, anche solo a vedere una divisa. Portavate i teschi coi coltelli incisi nei distintivi. La paura, certo, la paura. Eppure, a sentirvi parlare, è così chiaro che ad avere paura eravate per primi voi.

Il linguaggio, Herr Eichmann. Il linguaggio è lo specchio, sempre, di cosa sentiamo davvero. Ci pensi: la chiamavate “Soluzione Finale”. Non avevate il coraggio di dire “Massacro”. E il gas di Globočnik? Era un “Trattamento Speciale”.

Poco fa ha detto che il suo ufficio era addetto all’Evacuazione. Solo dei codardi possono chiamare Evacuazione la cacciata in massa di migliaia di persone. Perché non Ufficio Espulsione? Ufficio Azzeramento Ebraico. No. Evacuazione. Bastava ascoltarvi davvero, per capire chi eravate.

Ma è sempre così: il male si nasconde dietro il fumo, sembra devastante, enorme. Per guardarlo in faccia basterebbe ascoltare, attentamente, come parla. Quali parole sceglie di usare. Solo allora vedresti che è una cosa stupida, sì, stupida, lo penso: non ha forza nemmeno per chiamare le cose per nome. “Soluzione Finale”… se non fosse una tragedia, farebbe ridere. Anzi, perché mi stupisco?

Tutto è ridicolo.

 


Luca Bertolotti / 23-01-2020

 

Per anni ho abitato il tempo e lo spazio, in cui in seguito ho ambientato Poliestere, chiedendomi che cosa sarebbe rimasto della fabbrica che avevo intorno, di tutta la fatica spesa, il veleno, la rabbia, la paura, ma anche l’allegria sguaiata, le risate da spaccarsi le costole, il cameratismo più grossolano.

Poliestere è nato per dare una risposta a questa domanda e, nel farlo, ho dovuto dare un inquilino a questo tempo e questo spazio, Livio Belotti. Ovviamente con quel suo background (per non parlare del temperamento) non potevano che capitargli un mucchio di cose che sono successe anche a me. Ma, citando Céline un po’ a memoria e a tentoni, per fare letteratura (o quantomeno per provarci) bisogna piegare la menzogna al vero.

 

Luca Bertolotti

 

È proprio necessario spiegare per filo e per segno cosa è accaduto realmente e cosa è stato immaginato, così come identificare, quasi siano dei colpevoli, quei personaggi inventati di sana pianta e quelli che sono stati ricalcati sulle sagome di persone esistenti?

L’importante è stato sopravvivere a quel caos di giorni spaiati per poterlo raccontare in una storia coerente, per quanto folle sotto molti aspetti. Solo così ho provato a dare un senso alle macerie che mi sono lasciato alle spalle ma anche a quelle in mezzo alle quali mi aggiro tuttora.

 

 

Poliestere è il nome di un materiale di largo consumo, impiegato un po’ per tutto. Un materiale che per giungere inoffensivo nelle nostre case ha dovuto per un breve tempo essere veleno liquido, aerosol, instabilità.

Io vorrei che questo libro portasse ancora un po’ di quel profumo di tossicità, quando il poliestere è ancora senza forma, senza direzione, solo un fluido appena colato da una latta da venticinque kg e pronto per la catalisi.

Buona intossicazione.

 


Redazione / 3-01-2020

 

Ecco la selezione degli incipit creativi che in tanti avete ci avete inviato come esercizio de I Quaderni Fandango di Scrittura Creativa:

 

I riferimenti a fatti e persone di questa storia non sono per nulla casuali.
Esistono, sono esistiti, esisteranno. Cambiano i nomi, a volte. A volte neppure quelli.
Ma questa non è la loro storia. È una storia. Perché le parole sono formule magiche.
Aprono mondi, reali perché immaginati. Creano vite, reali, perché scritte.
Mischiano destini. Regalano a occhi blu la durezza di rughe altrui. Fanno cadere da altre mani quel bicchiere di vino. Il sogno ha un altro sognatore. Il blu diventa il colore preferito senza che il verde protesti, si ascoltano addirittura canzoni che non parlano di noi e quella volta quelle parole si è persino riusciti a dirle.
Il dolore, quello no, è lo stesso. Perché una storia non è una finzione e le parole scritte sono reali, come i soldi dello stipendio, il nervoso del capoufficio e il trapano del dentista.

Ilaria Maria Dondi

 

 

Quell’estate segnò la fine e l’inizio di tutto. Erano i giorni del fuoco, il tempo in cui le fiamme divorarono i rami argentati degli ulivi che ci avevano dato rifugio e ombra, ristoro e protezione. I nostri ulivi. Di quei capi verdeggianti che accarezzavano il cielo adesso non sono rimaste che dita nere e raggrinzite che sbucano dal terreno, mani di cadaveri dimenticati nella nuda terra in tombe senza nome. Non eravamo né bambini né uomini, eravamo puro divenire e guardavamo il paradiso che si stava sgretolando, mentre nel petto qualcosa ruggiva e scalciava. Quello fu il momento esatto in cui si creò il prima e il dopo. Da quell’estate le nostre strade avrebbero preso direzioni diverse, ma la cenere degli ulivi sarebbe rimasta per sempre sulle nostre spalle e nulla l’avrebbe spazzata via.

Maria Josè Di Salvo

 

 

Alcuni dicono che quel tipo sulla croce, prima di morire, abbia detto: Eli, Eli, lama sabachthani. In particolare uno che stava lì sotto se ne accorse e disse: «Sta morendo, e chiama Elia».

Antonio Esposito

 

 

Non possiamo correre da luogo a luogo senza perdere qualcosa, passare in fretta da un posto all’altro tutta la nostra mercanzia o cambiare lavoro in un minuto come più ci fa comodo. Niente impiega più tempo a viaggiare dell’anima ed è lentamente, se si sposta con il corpo, che essa lo raggiunge. Così si ingarbugliano quelli che si credono veloci, mal congiunti di necessità, perché l’anima li raggiunge a poco a poco e quando li ha raggiunti essi partono impedendole lo stesso esercizio a ritroso. Alla lunga, finiscono per credere di esistere e non esistono più.

Alessia Amato

 

 

È strano come il tempo e le circostanze riescano a distruggere tutti i piani di una vita: pochi anni, pochi mesi, pochi giorni e cambia tutto, finisce tutto, si riaprono controversie che pensavi di aver chiuso per sempre. O forse solo in parte, e adesso tornano irrimediabilmente a te.

Anna Negri

 

 

Tornò a casa, come tutte le sere, per l’ora di cena. Tolse dalle tasche portafoglio, smartphone e chiavi e le poggiò, come al solito, sopra il mobile dell’ingresso. Si tolse il giaccone e, come sempre, lo appese in anticamera. Poi, come d’abitudine, si tolse la maschera di lattice da umano e andò a riporla in bagno.

Elisabetta Zoia

 

 

Sono stanca di raccontare questa storia, perché nessuno crede che sia potuto accadere tutto questo. Allora la scrivo, sì e chi mi vorrà credere bene, altrimenti prendetelo come un romanzo esagerato, forse surreale.

Eleonora Gai

 

 

Dopo aver perso tutto, restai solo con la mia ricchezza.

Mirco Sirignano

 

 

Mi piace immaginare che la nostra storia sia iniziata nel mese di agosto 2015, mentre lui spegneva le sue quattro candeline in un Istituto di suore della Romagna e io le mie quarantuno in un campeggio in Umbria. Quel giorno ho espresso un solo desiderio che cozzava in modo impressionante con quello che stavo vivendo: volevo diventare mamma ancora una volta e quel cancro bastardo non mi avrebbe certo fermata. Ci sarebbero voluti altri tre anni prima di poterci guardare negli occhi per la prima volta.

Lisa Marcucci

 

 

Tendo evidentemente al grado minore di ordine. Entropia, è quella roba lì, dice mio cugino. E mi spiega. Che di vite ne avevo iniziate già diciamo tre, ma tutto sta a capire qual’è l’unità di misura, tipo se è morire, allora diventano due. E questa seconda forse dice male, esordio confuso ma sono fiduciosa, e terrorizzata, e assolutamente impreparata. Andrà tutto bene.

Cristina Raiconi

 

 

Mi trascino sul bagnasciuga e cerco falene moribonde per salvarle dall’abisso che sta per inghiottirle.

Giulia De Blasi

 

 

Manuelito Guaranà si ripeté che la paura è solo un’illusione, come gli aveva insegnato la zingara di Santa Rosa leggendogli i tarocchi, e così estrasse il machete e seguì la belva nel labirinto.

Marco Pinnavaia

 

 

Quando mio padre finì di raccontarmi entusiasta di questo nuovo posto in cui era finito, questa scoperta che aveva fatto quasi per caso, un bellissimo parco nella nostra città, Parigi – chissà come c’era finito, si chiedeva, e si riprometteva di portarmici il prima possibile -, rimasi sconcertata.
Erano trent’anni che mio padre viveva a Parigi, e questo parco,
Les Jardins du Luxembourg, era il posto in cui andavamo a passeggiare tutte le domeniche fin da quando ero bambina.

Veronica Nucci

 

 

È un’ora incerta. È un’ora indecisa anche per le libellule che tremano sui giunchi mentre attendo che la pioggia torni a cadere in un’esplosione di gocce d’umidità, soggiogate dal supplizio di un vagare senza rimedio.

Paolo Marcoionni

 

 


Samlibrary94 / 27-12-2019

 

Quando Franziska lasciò finalmente trapelare il suo sguardo, scoprì un abissò che spaventò Anna. Era un dolore affine al suo, eppure di una profondità che le risultava inquietante. Anna intuiva l’orrore, ma non era in grado di interpretarlo”.

Anna Kreuz trascorre le sue giornate come un automa, occupandosi metodicamente dei pazienti della casa di cura dove lavora in Svizzera e delle piante carnivore della sua serra, a cui dedica ancor più attenzione che alle persone.

Quando però alla clinica arriva una nuova ospite, Anna si inquieta e i fantasmi del passato tornano a tormentarla, riemergendo prepotentemente sotto forma di ricordi.

Sono proprio i ricordi, oscuri e frammentati, che ci rivelano la storia di Anna e Franziska, conosciutesi in collegio e unite da tormenti comuni. Si tratta di una storia di dolore e sofferenza, di amore e di pulsioni, di atrocità e sensi di colpa, che pian piano rivela tutto il suo orrore, anche se in maniera mai chiara, ma sempre ambigua e oscura e in questo senso lo stile dell’autrice risulta decisamente rappresentativo: i cambi di punti di vista, il passaggio dalla prima alla terza persona, i salti continui tra passato e presente possono confondere inizialmente, ma il tutto risulta decisamente funzionale alla storia.

Per comprendere e sentire appieno il romanzo, imprescindibile risulta la storia dell’autrice che nella Trilogia della Violenza, di cui “Il marchio” rappresenta il primo volume, racconta la terribile persecuzione che fu possibile, ancora una volta, nel cuore dell’Europa del Novecento.

Protagonista di questa tragedia, ai più sconosciuta, la Svizzera, dove l’associazione Pro Juventute utilizzò l’eugenetica e le armi scientifiche nel tentativo di eliminare i nomadi di etnia Jenisch.

Mariella Mehr

Intere famiglie e clan furono divisi e smantellati, furono messe in atto sterilizzazioni e torture e ovviamente non mancarono le violenze e gli abusi, si imposero i divieti di matrimoni e centinaia di bambini furono strappati alle madri per crescere poi in orfanotrofi, istituti, manicomi e prigioni.

Vittima di tutto questo fu anche Mirella, nata da madre Jenisch nel 1947, che, strappata ai genitori durante l’infanzia, crebbe in sedici famiglie diverse e tre istituti. Quando poi a 18 anni le tolsero il figlio, la sua rabbia crebbe e venne ancora ricoverata in quattro ospedali psichiatrici e reclusa in un carcere femminile.

Alla luce di ciò, non risulta difficile capire quanto di lei vi sia in questo romanzo.

Risultano infatti inevitabili l’oscurità dei suoi ricordi, l’atrocità di ciò che Anna e Franziska – l’una zingara e l’altra ebrea – hanno dovuto subire, la necessità di trovare un’anima con cui condividere il proprio dolore, l’instabilità e la follia che emergono sempre più dalle pagine di questa storia, che mi piacerebbe immaginare solo come una brutta storia, ma che, purtroppo, non lo è.

Non si tratta di un libro piacevole o facile. E’ un libro che va letto con cognizione di causa, perché è un pugno nello stomaco, anzi, una vera e propria coltellata, ma è un libro che ha uno scopo, deve raccontare una storia e lo fa alla perfezione.

Leggete questo romanzo, perché il crimine più grande che si possa commettere nei confronti della Storia è dimenticarla.

 

Il marchio

 

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Redazione / 09-12-2019

 

È ufficiale: il libro d’esordio di Jonathan Bazzi, Febbre, è stato premiato come miglior libro dell’anno da Fahrenheit di Radio3.

Secondo la giuria: “La decisione di dedicare un premio così prestigioso all’editoria indipendente va a colmare un deficit di attenzione verso un territorio attraversato da molte difficoltà, ma anche in continuo fermento, e di fatto rappresenta un caso unico nel vasto panorama dei premi letterari”.

 

Febbre, secondo le parole dell’autore, «è un romanzo che racconta di periferia geografica e sociale, di violenza assistita e di disabilità, di genealogia del trauma ed eredità familiare, di dipendenza affettiva e sofferenza psichica, di gerarchia, di genere e patriarcato, di amore per le parole e della letteratura come pratica di liberazione. C’è l’HIV? Certo. Ma la mia sfida era ed è proprio quella di tirar fuori il virus (e chi l’ha contratto) dai toni da campagna di sensibilizzazione, dai servizi giornalistici con la musichetta tetra e gli aggettivi grevi. Ho deciso di parlarne, già dal 2016, per essere libero di personalizzare la mia condizione – abitarla davvero, per non subirla come una presenza calata dall’altro che mi rinchiude in un discorso condotto da altri».