Di Marco A. Piva / 8 aprile 2019

Ieri sera ero stanco. Mi sono disteso presto, ma prima di chiudere gli occhi ho deciso di cominciare questo libro, lungo un paio di centinaia di pagine. Mi aspettavo di leggerne una ventina di pagine prima di addormentarmi. Qualche ora dopo, l’avevo finito. Penso che questo potrebbe già essere sufficiente per suggerire quale sia stata la mia impressione riguardo a “Il movimento dei sogni”, ma parliamone ancora un po’.

Si tratta di una storia autobiografica: Eleonora Calesini (con l’aiuto per la stesura del testo della bravissima Debora Grossi, che ci dice che questo è anche per lei il primo libro, ma che scrive con la sicurezza e la fluidità di una scrittrice esperta) ci racconta di quando, finita la scuola superiore, ha deciso di studiare alla celebre Accademia dell’Immagine, una tra le scuole di cinema più prestigiose in Italia. Condivide l’appartamento con tre ragazze, tre persone normalissime, che presto diventano la sua famiglia.

L’anno accademico è il 2008/09. Dove si trova l’Accademia dell’Immagine? A L’Aquila. La città viene nominata, però, soltanto dopo oltre 60 pagine. Sì, lo sappiamo, ricordiamo tutti. E viene menzionato in quarta di copertina. Eleonora (Elly) Calesini, allora ventunenne, è stata estratta dalle macerie del terremoto del 6 aprile 2009 dopo 42 ore dal crollo della casa in cui viveva, crollo che si è portato via la sua compagna d’appartamento e cara amica Enza.

 

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Di Margherita Ingoglia / 27 marzo 2019

«È un romanzo sulla formazione dell’identità, in particolare dell’identità negativa e del desiderio negativo. Tuttavia, io lo considero anche un romanzo sociale, su una Milano ai bordi, smarginata, brutale, perversa».

Così Giacomo Cardaci, avvocato e socio di Rete Lenford, spiega il suo ultimo romanzo Zucchero e Catrame (282 pagine, 17,50 euro) edito da Fandango Libri. Racconta la storia di Cesare un bambino felice che chiacchiera e gioca a Memory con il suo circolo di Barbie.

A scuola ha scelto Ines, detta Lines, come sua amica, una ragazzina bruttina e pelosa che non fa troppe domande, i pomeriggi invece, Cesare li trascorre con Giovanna, una donna che lo cosparge di profumo, detestata dai suoi genitori perché fomenta certe sue tendenze.

La sua vita di paese viene stravolta completamente dall’improvviso trasferimento della sua famiglia in un mini appartamento ai bordi di  Milano. Nello stesso condominio di Cesare però, abita Gabbo, un ragazzo che il giovane ama dal primo istante: lui è tutto ciò che Cesare vorrebbe essere, il suo opposto, e per il quale è disposto a cambiare.

Quando suo padre viene arrestato, Cesare decide di seguire Gabbo in quelle slabbrate vie di Milano, entrare nel giro e… smettere di essere Cesare. Scelta che gli costerà molto cara. Un libro, Zucchero e Catrame, con svariate sfumature e tematiche, dolori e sorrisi, noi abbiamo incontrato Giacomo Cardaci e abbiamo provato a saperne di più sul libro e … sull’autore.

 

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Di Il Club dei Lettori Solitari / 26 marzo 2019

 

Cattiva, appena pubblicato da Fandango Libri, è il racconto di una giovane californiana di origini messicane che ha subito il più grande trauma di una donna: la violenza sessuale.

In questo memoir Myriam Gurba tratta molti temi che hanno accompagnato i suoi primi quarant’anni di vita.

Cresciuta negli anni 80 e 90 con abbondanti dosi di televisione, di MTV e Michael Jackson, con l’incubo dell’HIV che si faceva strada.

Nata in California verso la fine degli anni Settanta, Myriam è di origini messicane da parte di madre mischiate a quelle polacche da parte del padre: è cresciuta nella continua “guerra razziale” fra i bianchi e “gli altri”, orgogliosa delle sue radici grazie agli insegnamenti di abuelo e abuela, i nonni.

Non sapevo che i messicani fossero “messicani”, una categoria che per alcuni comprende degli esseri subumani, che per mio nonno invece sono divinità

Cattiva (uscito per Fandango Libri il 21 marzo), però, è soprattutto altro: Myriam, infatti, è stata vittima di un’aggressione sessuale da parte di un uomo che, successivamente, si apprese essere un molestatore seriale e, soprattutto, l’omicida responsabile della morte di una giovane messicana di nome Sophia Torres, il cui corpo fu trovato mutilato e violentato in un parco vicino a una scuola.

Cattiva è proprio questo: il racconto di una sopravvissuta.

Myriam è la “ragazza finale” e Cattiva è la storia della sua vita vista con gli occhi del “dopo”, accompagnata dalla presenza costante di Sophia, il suo senso di colpa.

È come stare seduti sul bordo della sedia di un cinema a guardare un film horror, solo che quel film è la tua vita, e tu sei la ragazza che sa esattamente quanto può essere maligno anche il tipo più normale. La ragazza vive, ma si rende conto che è compito
suo raccontare tutta la storia. I teorici del cinema chiamano questa persona “final girl”, la ragazza che in un horror riesce a sopravvivere fino alla fine.

 

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Di Filosoficamente / 24 marzo 2019

 

Quando parliamo di paphmlet la prima impressione, spesso sfortunatamente confermata, è quella di dover approcciarsi a un testo meramente decostruttivo, fine a se stesso, scarno, breve e insufficiente a un’analisi effettiva del contesto a cui quello stesso paphlet si rivolge. In quanto ibrido letterario tra saggio, molto più informativo e argomentativo, e narrazione, di norma meno densa e più scorrevole, il paphmlet e chi lo scrive, cadono di frequente nell’errore di limitarsi a contestare il proprio presente senza però risultare utile.

Non nego, perciò, di aver avuto questo timore quando, una volta inviatomi dalla casa editrice che l’ha reso pubblico in Italia, Fandango Libri, questo piccolo libriccino mi è giunto, non sapessi bene cosa aspettarmi. E’ facile che un testo del genere cada nel banale o nel complottismo, ma in questo caso ogni dubbio rimane disatteso: Il trionfo della stupidità, in effetti, tutto è fuorché un pamphlet di cattivo gusto, ma anzi, lo si potrebbe definire una perla del suo settore.

Scritto dal saggista, critico e intellettuale francese Armand FarrachiIl trionfo della stupidità (o La torta al cioccolato del presidente Donald Trump, sottotitolo sarcastico e sagace) appare come un’ottantina di pagine che catturano e sconfiggono il lettore, spettatore e attore di quanto dal francese viene duramente denunciato.

I punti sviscerati sono estremamente variegati, eppure al contempo, hanno un comune denominatore che li coinvoglia verso un solo elemento, protagonista dell’opera: la stupidità, specie nella sua forma più pericolosa, cioè nella forma di ‘idiocrazia‘, di potere degli idioti.

 

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Di La McMusa / 22 marzo 2019

 

Non avevo mai letto James Baldwin, nonostante sia uno degli scrittori più importanti della letteratura nordamericana contemporanea.

Non l’avevo letto perché ogni autore arriva a suo tempo, secondo me, e il suo tempo per me è stato questo: uno dei tanti giorni bui in cui l’America ha smesso di credere nell’amore e ha iniziato a condannare chi lo fa. Soprattutto se questi è nero. Oggi come ieri.

La storia, infatti, è vecchia e si ripete negli anni, da troppi anni in troppi luoghi diversi. In questo caso prende le mosse da una strada di New York, quella del titolo, quelle di Harlem o del Village, quella dove un ragazzo di colore viene ingiustamente accusato di stupro e incarcerato.

Dimostrare la sua innocenza, avere un processo equo e arrivare a scarcerarlo diventa la ragione di vita di molte delle persone a lui care nonché – ed è questa la parte più interessante, a mio avviso – la spinta propulsiva di un romanzo che non vedi l’ora che finisca.

Non tanto perché speri che nelle ultime pagine lui venga scarcerato o perché, al contrario, tu lettore detective voglia scoprire in fretta la verità. Non vedi l’ora che il libro finisca perché, in qualche modo, quella storia la sai già e sai, semplicemente, che non potrà finire come vorresti.

L’ingiustizia è una materia che si perpetra senza soluzione di continuità in alcune strade d’America, in alcune prigioni, in alcuni tribunali: la speranza, l’amore, la verità sembrano non bastare mai dentro certe storie, contro certi muri. E dire che in questa ce n’è così tanto di amore! Un amore che prende forme stupefacenti – di coppia, fraterno, genitoriale, amichevole, umano, anche l’amore dell’autore per i suoi personaggi.

Un amore che fa nascere ritratti indimenticabili – uno su tutti, per me: Ernestine, la sorella della protagonista, una vera ragazza del ghetto, generosa e incazzata, pronta a uccidere per proteggere chi ama. Un amore che passa dal legno e dalla pietra e che, se non potrà prendere le fattezze di una meravigliosa scultura, potrà comunque trovare vita nel ventre di Tish (quel bambino è la vera speranza) o nella determinazione di sua madre Sharon (le donne di questo libro, magnifiche!) o nel sogno dei padri, che arrivano a rubare perché non siano i loro figli a doverlo fare.

Un amore, infine, che è quello che la scrittura restituisce ai suoi lettori: ho sottolineato così tante frasi tra queste pagine che è come se avessi scoperto alcune sfumature della nostra vita emotiva solo ora. Ecco, ad esempio:

Credo che non succeda troppo spesso che due persone possono ridere e anche fare l’amore, fare l’amore perché ridono, ridere perché stanno facendo l’amore. L’amore e il riso provengono dallo stesso luogo: solo che in pochi ci vanno.

 

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Di La lettrice geniale / 14 marzo 2019

 

Potrei scrivere una di quelle introduzioni suggestive e pompose, ma l’unica cosa che mi interessa davvero dire su Zucchero e catrame, il nuovo romanzo di Giacomo Cardaci da poco uscito per Fandango Libri, è che mi ha letteralmente inchiodata alla lettura e conquistata senza lasciarmi altra scelta possibile.

Zucchero e catrame

Abbiamo solo le nostre parole, qui.

Qui è il carcere minorile Beccaria, in cui Cesare oggi è rinchiuso e da dove ricostruisce il passato che lo ha trasformato in un giovane criminale.

L’infanzia scorre in un paesino del Friuli con la mamma casalinga (scansafatiche), il papà barista (e contrabbandiere di sigarette) e il fratello Fabrizio, di poco più grande.

Costretto dai genitori a frequentare un collegio gestito da malefiche suore, Cesare si avvicina alla strampalata Ines – che soprannomina subito Lines -, con cui cerca di stringere un’alleanza per sopravvivere a quel primo anno di elementari.

Giorni difficili e neri, che mettono a dura prova le fragilità del bambino, in cui inizia a germogliare il seme dell’insicurezza sulla propria identità sessuale. Giorni in cui Cesare cova la paura che quel suo essere diverso, sensibile ed effemminato, possa non farlo accettare e amare da chi gli è più vicino.

Un diverso che gioca con le Barbie e sogna di fare il parrucchiere, che non ha amici, che prova tenerezza e compassione per le lumache.

Che ancora non sa chi è e che si lascia essere dagli altri.

 

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