Giovanni Za / 13-07-2020

 

V C

Kazu Makino (Sic)

Comincia il suo percorso formativo in una scuola materna della circoscrizione di Sakyo-ku di Kyoto e mostra di essere molto abile in calligrafia e Storia. Alla notizia di un possibile trasferimento in Italia reagisce applicando la strategia del mutismo selettivo, non parlando a madre e padre, ma comunicando solo con il gatto di casa. Scrive una lettera all’ambasciata per dichiararsi prigioniera politica, ma nonostante uno sciopero della fame a 9 anni arriva in Italia, non conoscendo neanche una parola di Italiano. A 11 è già la più brava della classe e a 12 è sospesa per la prima volta per aver scritto “Fur is murder” sulla porta della Preside della sua scuola.

 

Anna Luisa Gorini (Ariel Nata con le Ali)     

All’inizio della prima superiore è ancora una ragazza acqua, sapone e ombretto nero, ma tra dicembre e febbraio del secondo anno ha la folgorazione, elegge a proprio nemico il conformismo di Lucia Mondello e inscena una settimanale contestazione a questo personaggio “passivo, rassegnato, manipolato dagli uomini, incapace di esistere”. All’inizio della terza entra nel commercio internazionale della droga e durante le vacanze estive può ampiamente permettersi un viaggio di lavoro ad Amsterdam.

 

Carlo Gustavo Bernadotte (Carlo XVI Gustavo)

Durante l’inverno del terzo anno di liceo, Zeno, mosso da un’inspiegabile tentazione filantropica, lo invitò per una settimana con lui e famiglia nella casetta di proprietà ampezzana. Carlo Gustavo cominciò settimane prima a contrattare la partecipazione con l’inflessibile genitrice, concordò un piano di pace assieme anche ai genitori di Zeno e per molte settimane si immaginò il suo primo viaggio autonomo. Fu naturalmente un disastro: Zeno era sulle piste dalle 9 alle 13, Carlo Gustavo ci provò per mezz’ora il primo giorno, ma desistette dopo pochi fallimenti e la prima distorsione; il peggio veniva al pomeriggio, quando non era possibile ingannare il giorno con qualche passo di Chateaubriand e seguiva Zeno, che con una certa disinvoltura si accompagnava ai rampolli più scemuniti della storia degli ultimi trent’anni; se ne concluse che Carlo Gustavo cominciò a fare delle passeggiate da solo, che al penultimo giorno questa si protraesse per tre ore e che l’ultima sera abbozzasse un’epistola familiare Ascesa al monte nevoso, che lasciò poi sulla scrivania della genitrice. Il giudizio fu di stiracchiata sufficienza e scarsa ispirazione.

 

Federico Tesla (Sic)    

Nel primo e secondo anno di scuola, Federico interpretò il ruolo di critico di videogame e più volte difese artatamente la classificazione di questi come opera d’arte di livello superiore. Nel 1994 intessé una furiosa polemica con Carlo Gustavo in cui sosteneva che Il corvo fosse il film più bello degli ultimi 20 anni e che chi lo negava non capiva niente di cinema. Zeno, stroncato da un sorso del terribile vino mastarniano, insinuò che i fantomatici “amici del mare” di Federico non esistessero e che passasse l’estate coi suoi.

 

Arturo Vibenna  (Vibenna)    

Spiega a sua sorella Zelda che nel mondo degli affari nessuno usa il nome di battesimo e che quindi usare solo il cognome è avanti. Lei non accetterà mai il cambio e la prima reazione del gruppo degli amici fu l’ilarità. Alla scuola media era stato inserito nel corso F; la signora Vibenna chiese se potesse essere spostato nel corso B, dove c’era un cugino. Gli fu concesso; il compagno di banco del secondo giorno di scuola era Massimo Targioni. In classe seconda Vibenna aveva invitato Mas. a passare le vacanze al mare dai suoi. Le cose non andarono come erano state programmate. Mastarna al mare si procurò un’edizione giornalistica su cui comparivano le figurine di molte ragazze assai procaci e svestite, per tramite di un compagnuccio di giochi per l’epoca assai scafato. Fatto sta, il giornaletto fu ritrovato da Zelda e posto da lei sotto il piatto del padre durante il pranzo. Vibenna deve concentrarsi molto per allontanare questo pensiero quando viene aggredito dai ricordi di quel giorno. Mastarna, invece, se pensa a quel giorno, ride.

 

Zeno Mascagni (il Potente Zeno)

In seconda gli fu attribuito l’epiteto di Potente dopo una serie di esibizioni accaldate e platealmente pubblicitarie in palestra; in terza, per un certo periodo, aveva stabilito di non voltarsi a rispondere se qualcuno non lo chiamava con l’attributo ed era stato particolarmente sedotto da una delle ragazze del novembre 1995 che lo chiamava Grande e Potente Zeno. In quarta si rese conto che questa sua immagine rischiava di allontanarlo dall’effigie di Kurt Cobain a cui voleva ispirarsi; provò a non lavarsi i capelli per più di quattro giorni per entrare nel personaggio, ma rivelò a Doralice che non riusciva a restare sporco per davvero; stabilì allora che lo stropicciamento dei gruppi musicali dovesse essere solo poetico.

 

Alberto Sordi (sic)      

Al primo anno, su suggerimento di uno suo cugino di quarta, si propose come rappresentante di classe: si trattò di un errore clamoroso. Spinti dal suo curioso registro anagrafico, i compagni lo elessero in massa; fu una catastrofe. Alberto doveva partecipare alle riunioni, parlare ai professori, riferire le ambasciate, avanzare proposte, un tormento che lo lasciò profondamente ferito, per cui, più grande, non riusciva più a prendere posizione per la paura che potesse essergli chiesto di dare giudizi, prendere posizione, dibattere o tenere un punto, per cui, anche quando qualcuno affermava che la capitale del Canada era Montréal, lui annuiva incapace di correggere, dire la sua, eccepire. Perché poi i genitori non lo avessero chiamato Francesco, Saverio o altro, è un mistero.

 

Doralice Delada

Nei primi anni di scuola era stata l’amica del cuore di Carlo. Una volta provò a baciarlo, ma lui scambiò la cosa per il festeggiamento alcolico dell’onomastico di lei. Non che fosse proprio innamorata. Anni dopo, per dire, la faceva ridere l’idea.

 

Svevo Veneziani

Responsabile rifornimento di ideologia, instancabile agit-prop e oratore discutibile. Dopo un periodo difficile, si trasferisce a Roma, decide di studiare la lingua locale e dieci anni dopo, a domanda, dice di essere “di Roma”. Al suo primo ritorno, dopo molti anni, si reca in pellegrinaggio alla memoria di se stesso passando davanti all’ingresso del circolo “Introna-Pappagallo”: non entra e quando qualcuno esce ghigna “Non ci conosciamo” e sgattaiola via.

 

 

V E

Alessandro Querceti (Alexander)

Quando Alexander aveva 10 anni, nel disperato tentativo di allontanarlo dal tennis, suo padre lo accompagnò sul campo privato del Tenente Colonnello, che aveva vinto per gli ultimi sei anni il torneo estivo  del Comando, affinché potesse dargli una lezione definitiva. Giocarono due set; Alexander concesse in totale sei punti. Detiene il record di velocità media della prima di servizio per tornei nazionali juniores. Nella sua vita ha distrutto sei racchette. Una di queste sul ferro di un cancello di accesso ad un campo perché gli erano usciti sei lungo linea consecutivi

 

Morgan Yeats (Moya)

La schiatta degli Stuart-Yeats non ha mai abitato in Inghilterra e il piccolo Morgan aveva visitato Manchester solo una volta nella vita, d’altra parte il suo spaesamento non viene certo dalla doppia nazionalità, ma dalla lunga lista della spesa, dal bucato, dalla preparazione del pasto, la cura della casa e da tutte le altre cose che fanno regolarmente tutti gli altri diciottenni edonisti come lui.

 

Mario Pincherle (Pinkerton)

Zeno gli propose il cambio ufficiale di nomignolo il giorno in cui aveva comprato l’ultima uscita eponima degli Weezer; prima di approvare, Mario guardò Gamla Fru capirono subito di non aver capito, però l’assonanza era gradevole sembrava una cosa da giovani, per cui si stabilì di andare avanti. Dopodiché, il nome anglofono suona sempre più bello e all’adolescenza appartiene la ricerca dell’originalità da quattro soldi. Che Mario e Gabriella fossero consapevoli del sottotesto pucciniano è largamente improbabile.

 

Massimo Targioni (Mastarna

Quando si entra in una stanza, quindi, lo vedi subito. Non solo per l’altezza, ma perché ha la qualità di individuare e insediarsi immediatamente nel centro dell’attività o comunità sociale in cui è collocato, nonché di fondarne la coscienza critica e fare cerniera tra progressismo, idealismo e igiene approssimativa. La propensione politica la scopre a quattordici anni, quando comincia a chiedersi da che parte sente di schierarsi e rimane persino un po’ deluso quando per i primi tempi non ci riesce. A quindici anni, per esempio, in una conversazione serale con Arturo, rivela di non capire perché la gente ce l’abbia così tanto con il capitalismo. Poi, a fine ’93, inizio ’94, la folgorazione. È amore a prima vista, o il suo contrario. L’Italia è il paese che amo. Il resto è storia.

 

Gabriella Maria Laura Frugoni (Gamla Frun)           

Era ancora molto giovane quando le fu diagnosticato di essere già come una vecchia signora: il culto della vita matrimoniale, il sospetto di tradimento come lacerante tormento quotidiano, l’indecisione sempre e comunque, il divertimento come pratica esecrabile, casa come nido dal quale è difficile uscire. La più micidiale macchina da auto-annientamente solipsistico, dopo il week-end.

 

Forze di polizia

Giorgio Aurispa (Bonzo)       

Nel 1992, a tredici anni, si candida alle elezioni studentesche per “lottare contro la dittatura comunista e l’imperialismo americano, come i bonzi del Vietnam”. Non tutto era a fuoco. Restò bandiera storica dell’antagonismo di destra a scuola e colto alla sprovvista dalla scivolata verso la moderazione ed il trionfo elettorale attuato da Vibenna. Ideologia rozza e grossolana. Nel covo suo e dei suoi amichetti ― la Compagnia Lavoratori Zara, ―  era soprannominato Coltello. Pare, comunque, che tutta questa fama di sanguinario scassa-compagni fosse solo leggendaria. Neanche sotto tortura taluni confesserebbero, tuttavia, l’impressione che sotto la scorza di legge e ordine ci potesse essere anche un ragazzo di tendenze omosessuali repressissime. Questo spiega perché la fronda di destra nel gruppo di destra della Compagnia Lavoratori Zara lo chiamasse invece Coltella.

 

Silvia Mercader  (Generale Kutúzov) 

Prima donna ad essere nominata amministratore delegato di un gruppo multinazionale; dopo la nascita del signor figlio Carlo Gustavo, rientra in Italia e si dedica al lavoro con la stessa ferocia con cui educa il figlio alla sconfitta, al senso di impotenza e al gusto nella calligrafia.

 

Les dames                                                                   

Zelda S. Vibenna (Zelda S.)   

Fino alla media adolescenza vivacemente superficiale, poi, in vacanza-studio, con un gruppo di quindicenni gagliarde a Bristol, durante l’escursione programmata a Portishead, ascolta per la prima volta un pezzo di Nick Cave e l’età della frivolezza finisce nel porto delle disillusioni.

 

Constance Amalia Antonietta Rosa Lunardi – Brunswick Wolfenbüttel (Titta Rosa)         

Evidentemente una ragazza alla mano e di frequentazioni popolari, è il tipo di persona che può consigliare la posta da sci più bella di Aspen (“Telluride”). La musica moderna fracassona la fa ridere e quando è ispirata può anche ascoltare Bach.

 

Compagni di scuola

 

Bernardo Mastarna (Bernacca)

Nonostante la parentela con Mastarna, tende a perseguire carriere parallele rispetto all’illustre congiunto e prende l’impegno politico con più allegria.

 

Tommaso Paradiso (Tommy, a.k.a. l’Equilibrista)

Imprenditore di se stesso a accumulatore seriale di occhiali da sole, a 18 anni si compra l’automobile con i proventi della cassa comune delle feste di istituto.

 

Agostino Homs

A 14 anni sembra già averne 18; conosce Ariel Nata con le Ali per motivi professionali, ma rimane impassibile nella sua gelida maschera da Alain Delon. Un giovane uomo disilluso e senza nessun ideale in piedi; al confronto, Melville è Neri Parenti. A 19 anni recita in un piccolo ruolo in una fiction sugli Anni di Piombo.

 

Gaddo Treves

Quando aveva sei anni, si intrometteva nelle zuffe dei suoi coetanei e chiedeva loro “Non possiamo volerci bene, risolvere le nostre liti e vivere armoniosi?”, usando tuttavia una forma tuttavia grammaticalmente più instabile e abiti non ancora prelatizi. Giunto alla scuola superiore, provò ad attivare nella sua classe un percorso di approfondimento sulle virtù e sulla moderazione e fu eletto per cinque anni rappresentante, perché come negoziatore disponeva di un certo talento. Nell’estate tra quarta e quinta classe progetta di allargare la sua sfera di influenza nella politica scolastica.

 

Banda musicale

Pietro Giordani (il Sesto Beatle)

La prima canzone che suona in pubblico è Michelle, perché un suo compagno di classe gli aveva chiesto di suonarla a mo’ di serenata per un individuo di nome Petra. Diviene polistrumentista e affitta un locale cui dà il nome affettuoso di Settle.

 

Ottavio Guida (Otto)

Cantava in un gruppo che si chiamava Önkormányzatairól ― pur non sapendo cosa volesse significare il nome ― che suonava csárdás, le popolarissime danze popolari ungheresi secondo il nuovo stile; deluso dalla fredda ricezione che riceve il gruppo, decide di darsi alla musica leggera, ma, per restare a proprio agio nel contatto con il pubblico, nelle sue esibizioni dipinge il suo volto di nero e bianco.


Simone Alliva / 17-06-2020

 

Questo libro nasce da un bisogno.

 

Da anni collaboro con diversi giornali scrivendo di politica e diritti civili e con ogni articolo, inchiesta, reportage ho fotografato un tempo, un’istante, un momento. Dalla cornice di quell’articolo però restava fuori tutto il resto. Spesso vite, occhi, persone che chiedevano una cosa sola: ascolto.

 

Sono piccoli frammenti che non si possono vedere negli articoli, nelle inchieste, nei reportage e che rimangono quasi sempre nella penna di chi le scrive: perché i tempi giornalistici sono spesso serrati e chiedono un pezzo scritto di fretta.

 

Perché spesso quell’articolo deve riguardare solo una parte del tutto. Perché lo spazio è limitato e quindi sei costretto a limare moltissimo. E diventa talmente grande la parte non scritta che rimane lì sospesa, innominata in attesa che qualcuno la raccolga.

 

Portarla alla luce è stata la richiesta più importante che sentivo di dover realizzare durante un viaggio che mi ha portato in giro in tutta l’Italia. Una sfida ma soprattutto una promessa a tutte quelle persone che ho raccontato negli ultimi anni.

 

Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga nel nostro Paese: parla di un conflitto. Il conflitto tra due mondi. Illumina lo sguardo di aggrediti e aggressori. Regola la sintonia delle loro voci. Ci siamo riempiti per anni di numeri e poi di analisi.

 

Soprattutto, per anni, ci siamo affiancati a slogan ideologici che non facevano altro che semplificare la complessità della realtà. Scrivendolo ho bandito le ideologie, non perché non servano, ma perché ottundono la potenza del sentire e quindi impediscono di capire, ascoltare, vedere.

 

Questo libro è la cronaca di una guerra invisibile che da decenni si consuma dentro le mura di casa, nelle scuole, negli ospedali, nelle strade. Porta dietro di sé, insieme alle vite frantumate di una comunità che sempre si salva da sola, lo sgretolamento della democrazia di un Paese.

 

Racconta una battaglia e cerca di ritrovare chi, quando e dove è stata accesa la miccia. E vuole provare qualcosa: l’omolesbotransfobia non è un’emergenza. È un sentimento che abita la sotto la pelle delle persone. È cultura diffusa, radicata e amorevolmente gestita.

 

Questo libro non vuol essere niente di più di ciò che è: un’inchiesta giornalistica. Una finestra e uno specchio. Sulla vita delle persone Lgbt, su quello che è diventato il Paese che ha dichiarato silenziosamente la caccia a fratelli e sorelle, figli e figlie. Insulti, aggressioni, morti sono solo una scia e illuminano una grande domanda: perché?

 

 


Elsa Dorlin / 06-05-2020

 

Mentre la Prima guerra mondiale segna una battuta d’arresto per molte mobilitazioni femministe in Europa, interrompendo con ciò persino lo sviluppo dell’autodifesa femminista, l’autodifesa femminile conosce, invece, un nuovo slancio durante la Seconda guerra mondiale.

Le donne, che in questo momento sono oggetto di un’intensa propaganda che le incoraggia a raggiungere in massa le fabbriche per sostenere lo sforzo bellico, sono chiamate in causa come donne forti, coraggiose, capaci di fare il lavoro dei loro uomini.

Ora, questa domanda poco si addice alla norma dominante di una “femminilità indifesa”. Vengono lanciate campagne pubbliche destinate a insegnare alle donne a battersi e a rispondere colpo su colpo agli uomini disonesti che non sono stati mobilitati al fronte e che avrebbero la tentazione di approfittare della vulnerabilità di queste ragazze, madri e spose abbandonate a se stesse.

Come impone il contesto nazionalista, la difesa di sé e l’orgoglio femminile diventano non solo leciti ma costituiscono dei “valori ponte” che rappresentano la potenza e l’unità della nazione.

Ne è una testimonianza l’immagine ampiamente ridiffusa e ripetutamente distorta a partire dal 1980 sotto il nome di “Rosie the Riveter” e lo slogan che l’accompagna “We Can Do It!”. Di fatto, sono mescolate due rappresentazioni diverse.

L’immagine “We can dot it!”originale, creata nel 1942 da J. Howard Miller per la Westinghouse Company’s War Production Coordinating Committee, rappresenta un’operaia (il cui modello è Geraldine Hoff, una ragazza di 17 anni assunta in una fabbrica di metallurgia), truccata, dallo sguardo deciso, in tuta da lavoro e bandana rossa, che mostra con orgoglio il bicipite.

In realtà questo manifesto all’epoca è stato diffuso solo localmente e rinvia a tutta una serie di manifesti che incoraggiano le lavoratrici a entrare nelle fabbriche metallurgiche e a essere più produttive. “Rosie the Riveter” è un’opera di Norman Rockwell, pubblicata a maggio 1943 nel Saturday Evening Post, che rappresenta un’operaia americana dai capelli rossi, muscolosa, in tuta da lavoro, seduta a mangiare un panino durante la pausa di lavoro, che tiene la sua pistola a rivetto poggiata sulle ginocchia e calpesta un esemplare del Mein Kampf.

Rockwell ha fatto posare la sua modella (Mary Doyle, un’operaia di una compagnia telefonica di 19 anni) in modo da riprodurre la posa del profeta Isaia dipinto da Michelangelo nel 1509 nella Cappella Sistina.

Questa iconografia patriottica che mette in scena le americane in un tipo di femminilità molto “ambigua”, va di pari passo con un’ondata di pubblicazioni sulla necessità d’imparare a difendersi e di manuali di autodifesa destinati alle ragazze e alle donne.

Così, dietro la promozione di un’autodifesa femminile, bisogna soprattutto identificare gli interessi nazionalisti e capitalisti di una valorizzazione ad hoc della femminilità laboriosa, giovane e muscolosa. Questa norma di femminilità operaia, promossa per un periodo, sarà presto rimpiazzata dall’ideale borghese della “padrona di casa”, per definizione bianca.

 


Michele Cocchi / 2-05-2020

 

Scrivo racconti e romanzi per passione, per necessità, perché non potrei fare altrimenti, ma nella vita, quella di tutti i giorni, faccio lo psicoterapeuta e in queste settimane, inevitabilmente, il mio lavoro come quello di tutti è stato stravolto, non sospeso – in questo mi sento un privilegiato – ma stravolto sì.

A casa, all’ora prestabilita, dopo aver scelto un angolino sufficientemente riservato protetto dai suoni della vita domestica la quale, in qualche modo, prosegue riproducendo una parvenza di normalità – mia moglie che si muove tra le stanze, i giochi rumorosi dei bambini, i gatti che miagolano o graffiano le porte… – all’ora prestabilita chiamo, o vengo chiamato, dai miei pazienti che da quasi tre settimane incontro a distanza sullo schermo di un telefono o di un computer. Non dirò a quali riflessioni questo cambiamento mi porta, ma di alcune sensazioni provate sì: la mancanza del contatto fisico e di una certa ritualità protettiva; il sentimento di estraneità; il mal di testa; la paura di dire parole che possono attivare emozioni intense e non potermi protendere in avanti come per dire ci sono, ti sostengo; la loro intimità offerta alla mia vista, fatta di abitacoli di auto o scaffali di libri o poltrone e cuscini se si tratta di adulti, di peluche o poster appesi alle pareti o custodie aperte di videogiochi gettate sul materasso se si tratta di adolescenti; mentre i bambini, che chiamo soltanto per un saluto, si fanno invece trovare seduti al tavolo di cucina con a fianco scatole ricolme di pennarelli e mazzetti di fogli per trascorrere l’ora insieme a disegnare, o con scatole di plastica trasparente straripanti pezzetti di lego per costruire rifugi impenetrabili per nascondersi dal nemico invisibile… Ma c’è una particolare categoria di ragazzi su cui vorrei soffermarmi più a lungo. Sono quelli che chiamano, con una parola dal terribile suono, hikikomori, termine che io non amo perché alla lettera significa colui che ha scelto di isolarsi. Come loro, oggi, anche il resto del mondo improvvisamente si è ritirato nella propria casa – chi una casa ha la fortuna di possedere – per necessità, certo, non per scelta, ma come per necessità – a mio modo di pensare – si sono ritirati loro. Non è vero, infatti, che i ragazzi che si isolano nascondendosi al mondo, interrompendo la scuola, lo sport, le uscite con gli amici per chiudersi progressivamente in spazi sempre più ristretti – la casa, la propria camera, il proprio letto – e in silenzi sempre più profondi e ostili, lo facciano perché non hanno alternativa, lo fanno – come adesso noi – per necessità, per difesa.

Noi ci siamo rifugiati perché qualcosa di terribilmente minaccioso ci ha costretto a fermarci, e di conseguenza ci domandiamo, adesso, se la vita di prima fosse davvero migliore di questa, se non fosse troppo frenetica, troppo centrata su una visione consumistica e individualistica dell’esistenza, congetturiamo su cambiamenti necessari, su un mondo più lento, più solidale, più generoso, più rispettoso dell’ambiente.

Loro, i ragazzi autoreclusi, tutto questo lo hanno sentito molto prima di noi, sulla loro pelle, e la conclusione a cui sono arrivati – consapevole o meno che sia – è stata quella di rifugiarsi in casa.

Non siamo, in questi giorni, esattamente come loro, questo no, la nostra vita è stata stravolta, la loro, invece, non è cambiata: continuano ad alzarsi alla stessa ora dei giorni, settimane o mesi precedenti, a svolgere le poche attività che costellano la loro giornata, infine ad andare a dormire spesso senza sogni da sognare, indifferenti alla società che li circonda e con la quale hanno interrotto ogni rapporto perché – questa società – troppo complicata da comprendere, troppo difficile da affrontare, con troppe pretese o aspettative e, soprattutto, verso la quale non si sentono all’altezza.

Alcuni di loro mi dicono: Sto bene, per me è tutto come prima. Sono quelli che ancora non hanno riaperto le porte al mondo, quelli che sono ancora troppo delusi – soprattutto da se stessi – per ricominciare a sognare una vita reale, preferiscono fantasticarne una da supereroe sdraiati sui loro letti. Loro mi preoccupano, ma come mi preoccupavano prima. Coloro per i quali temo di più sono invece quelli che avevano fatto dei piccoli passi in avanti, quelli che dopo aver demolito tutto, disinvestito da tutto, rinunciato a tutto, sofferto l’angoscia della separazione e della solitudine, quando il mondo si era finalmente dimenticato di loro, e loro si erano finalmente rimessi in marcia, nella vita, a passetti lenti e silenziosi, ecco che sono stati rigettati nelle loro camere, sui loro letti, nelle loro fantasticherie a occhi aperti.

Probabilmente domani, quando ci diranno che è tutto finito, noi ritorneremo alle nostre vite e ci dimenticheremo delle nostre riflessioni – è questo che in fondo vogliamo, no? Che molti di noi desiderano – e tutto ripartirà come prima. Ma per loro no, per loro, l’isolamento – quello necessario per fuggire il nemico invisibile – non finirà.

Perché sento il bisogno di parlare di questo? Mi domando. Forse perché non si tratta soltanto di parlare del mio lavoro stravolto, o di uno dei numerosi dolori che la mente può provare, ma di imparare qualcosa – qualcosa che può essere utile a tutti – da chi ha sofferto prima di noi.


Serena Marchi / 2-05-2020

 

Io sono tornata bambina. Ai lunghi, interminabili pomeriggi estivi passati ad annoiarmi sotto l’acero del mio giardino. Quando guardavo il cielo dove le nuvole assumevano le forme più disparate e ci vedevo dentro qualunque cosa. Vuoi un cane, uno squalo, un coccodrillo o un folletto.

 

La chiusura forzata in casa per il coronavirus per me è iniziata a inizio marzo. Una febbre e un piccolo dolore al petto mi hanno costretta tra le mura domestiche ben prima del lockdown imposto dai decreti di Conte. Il giorno in cui sarei dovuta rientrare al lavoro è coinciso con il primo di quarantena forzata in tutto il Paese. Qui Verona, per un breve tempo la terra di mezzo della prima grande zona rossa del nord Italia, circoscritta tra le province di Milano, Brescia, Vicenza e Mestre. Mosca bianca, sembrava. Contagi minimi, pareva. Era -ahinoi- solo una questione di tempo.

 

Con la successiva chiusura di tutta Italia la mia quotidianità è cambiata, assieme a quella di milioni di altre persone. La camera che diventa ufficio, la moka che diventa macchinetta del caffè, il telefono che diventa porta sul mondo. Tutto si chiude in cento metri quadrati più una terrazza dove ogni cosa si amplifica e i contorni perdono fastidiosamente forma. Ed è lì che, lontana da tutti, per salvarmi da nevrosi causate dal rumore insopportabile di mio figlio che mastica o dal gatto che si fa ripetutamente le unghie, io sono tornata bambina.

 

Ero problematica, me piccina. Da piccola non parlavo. Preferivo starmene zitta, chiudermi nel mio mondo e osservare tutto quello che mi girasse attorno. La noia era tra le mie migliori amiche. Libri e noia, per la precisione. Con loro passavo ore a immaginarmi vite parallele, tratte dai cartoni animati o dai racconti che leggevo. Un giorno ero Candy Candy e raccoglievo fiori per adornarmi la camera, un altro ero Lady Oscar e cercavo nell’armadio di mio fratello i vestiti che più mi facessero assomigliare a lei. Un altro ancora ero Dorothy e immaginavo di indossare magiche scarpette rosse mentre il mio cane Rocky -un meticcio pieno di pelo- diventava Totò e mi guardava incuriosito.

 

Io e me, sotto l’acero, a canticchiare canzoni, a sognare il futuro, mentre il tempo lentamente passava. Un po’ come adesso, quando spengo il pc e ‘chiudo’ l’ufficio. Mi sono imposta un gioco, in questo strano tempo sospeso dove non sono più una bambina ma una tra i tanti che rispetta le regole e rimane a casa: trovare almeno tre cose belle, degne di nota, durante la giornata. In realtà ho rubato l’idea e una preziosa amica, che me l’ha prestata volentieri. Ora, quando sento le mura della stanza che mi si stringono contro e pare mi stiano per cadere addosso, quando le giornate paiono tutti identiche e le ore sembrano incagliate in un eterno presente, cerco una cosa bella.

 

Se accade (e me ne accorgo), me la appunto, per poi farne il riassunto serale. E così ecco la riscoperta del silenzio, l’odore forte del temporale, l’adozione di un ippopotamo a distanza, le note di una canzone dimenticata, un’ape che si ostina a voler entrare in casa, un orso che arriva nelle deserte colline veronesi, sentirsi cercata da chi è rimasto lontano, il sapore delle fragole, notare che non mi trucco da oltre un mese, alcuni angoli di casa che trasmettono emozioni, veder scivolare da un libro una vecchia cartolina, il gusto dolce delle mandorle, riordinare i miei libri, aprire una bottiglia di buon vino rosso.

 

Sono tornata a vedere le piccole cose, apparentemente insignificanti, come faceva patologicamente la me bambina. Ritrovate attenzioni che a me donano un po’ di gioia e mi fanno capire che basta poco, basta spingere un po’ in là lo sguardo, ed è già domani.


Carla Fiorentino / 30-04-2020

 

Prima di andare avanti nella lettura dovete sapere una cosa fondamentale: io in quarantena ci sto benissimo. E quindi, se siete qui per leggere una lunga elencazione di lagnanze di quanto mi manchi correre per ore lungo il fiume, scalare le montagne a mani nude o camminare scalza in mezzo ai boschi, sappiate che siete nel posto sbagliato, anche perché tutte quelle cose lì io non le ho mai fatte in vita mia né ho mai sognato di farle. Mi accontento beatamente di stare seduta sul mio divano a leggere e pensare. Più leggere che pensare ma questa è un’altra storia.

Ovviamente non vuol dire che me ne freghi di quello che succede al mondo ma anzi, proprio perché lo tengo in grande considerazione, sono ligia a rispettare le nuove regole. E quindi vi dico, non senza un sorrisetto di soddisfazione, che sono più di trenta giorni che non esco di casa. Ho spezzato la clausura solo per fare un salto dal macellaio di fronte al portone di casa, per procacciarmi il santo agnello pasquale che da brava sarda non poteva mancare nella mia tavola. E lo so che così mi inimicherò un’altra buona quota dei miei dieci lettori, ma questo è un diario di quarantena e se non si è sinceri nei diari allora ditemi voi dove dovremmo esserlo. Dunque, il divano.

Per quelli pochi che mi conoscono, non è un mistero che per me il paradiso abbia l’aspetto soffice e accogliente di un divano, possibilmente di colore verde. Non vorrei quindi sprecare battute preziose, per ribadire come sia felice di poter passare quanto più tempo possibile in sua compagnia. La bellezza di questi giorni sospesi però, non solo ha consolidato per me i vecchi amori, ma ne ha visto nascere di nuovi. Uno più di tutti è quello per l’acero giapponese che ho ricevuto in dono dai miei colleghi a inizio autunno. Lui che durante l’inverno aveva perso tutte le foglie trasformandosi in una scultura di arte povera, proprio agli inizi della quarantena si è cosparso di gemme che si sono trasformate ben presto in una cascata di foglie verdi. Esattamente di quel tono di verde che a me fa brillare il cuore. E sì lo so che il mio è un personaggio cinico ma questa scivolata di romanticismo me la dovete proprio concedere.

Nelle ultime ore del pomeriggio quando il sole si appresta a tramontare, io mi siedo in terrazzo con un bicchiere di vino in mano e lo guardo, il mio angolo di universo Myazakiano personale e sono felice. Qualche volta la mia attrazione nei confronti delle sue foglie verdi è così forte che mi alzo dalla sedia e le accarezzo. E mentre il mio vicino parla con google io parlo con lui. Il mio acero giapponese che si è rivelato il migliore compagno di quarantena possibile (dopo il divano per carità che se mi sente son dolori). E poi ci sono i nuovi rituali che danno dinamicità a queste giornate che potrebbero correre il rischio di essere tutte uguali.

Il martedì alle undici ricevo via email l’elenco di prodotti locali a km zero e ho un’ora di tempo per compilare la mia personale lista della spesa. Prima invio l’ordine e più possibilità ho di accedere ai prodotti più ambiti come la mozzarella di bufala o i biscotti al cioccolato crudo. Così che quella che potrebbe essere una banale spesa online si trasforma in una vera e propria avventura. Il giovedì arriva la spesa intorno alle due del pomeriggio e il momento in cui il citofono trilla e io pronuncio la fatidica frase “la metta pure in ascensore” mi regala sempre un fremito. Per non parlare poi dell’emozione nell’apertura della scatola magica che contiene sì tutte le prelibatezze da me consapevolmente scelte ma anche una quantità di prodotti misteriosi che vengono inseriti d’ufficio e cambiano ogni settimana. Ed è a questo punto che scatta un’altra magia di questa quarantena.

Quando la scatola si apre e la cucina viene investita da una folata di profumi di verdure meravigliose, io respiro a pieni polmoni e faccio incetta di campi arati, di orti e fienili e aie e campagna. Altroché corsa lungo il fiume e montagna scalata a mani nude e passeggiata scalza nei boschi. E poi succede che le suddette verdure quando le vado anche a mangiare abbiano tutto un altro sapore rispetto a quelle che, fino al giorno prima della quarantena, ho acquistato al supermercato sotto casa. Quel supermercato dove oggi tutti scalpitano per andare a costo di incappare nel virus o nella multa di qualche poliziotto zelante.

Poi c’è il sabato dedicato alla pizza, ovviamente impastata a mano con farine bio di grano estinto, acquistate online dopo lunghe ricerche e consultazioni di gruppo, al mulino collocato nella provincia più estrema di una qualche regione del regno perduto di Uzul. Poi c’è il fitness delle dodici e trenta, gli skyperitivi delle diciannove, la riunione del giovedì, le videochiamate famigliari su whatsApp, le fiscion su nefflix, le imprese culinarie che masterchef mi rifiuta per eccesso di zelo e la lettura. Ore e ore dedicate all’attività che in fondo è quella che più amo e che la quotidianità convulsa della metropoli sempre più mi ostacola: l’immersione nelle storie degli altri che alla fine diventano tutte la mia.


Erica Mou / 28-04-2020

 

Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. La tovaglia messa e poi tolta. Il tavolo passa da mensa a ufficio per lavori smart, che ogni tanto si incagliano nella tecnologia. Questo tavolo che altre volte è una bisca, una sala operatoria per calzini da rattoppare, un piano di impasto per pietanze antiche che mai avremmo pensato di cucinare. Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Le nostre stagioni quotidiane ruotano tutte attorno a questo tavolo, il nostro asse terrestre, che ogni tanto allontaniamo e avviciniamo al muro, così, tanto per provare. Come è più elegante la natura, di noi. Che al posto del tavolo apparecchia la terra, coi suoi fiori. Corri, se ti affacci al balcone si sente persino l’odore, oggi.


Estate. Autunno. Inverno. Primavera. Lo vedi? Lo vedi come la natura è più grandiosa di noi? Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Proprio non reggiamo il confronto. Mi avevi detto che quest’anno saremmo andati in India, perché tra pochi giorni compio trent’anni e tu dici che in India bisogna andarci prima di mettere su famiglia, quando si è ancora spericolati e non ci fa paura niente. Di indiana, amore mio, ci è rimasta solo la fila al supermercato. E l’altro giorno, mentre pregavo di trovare il lievito, ci ho pensato e mi è venuto da ridere.


Per fortuna ci sei tu, in questa casa con me.
Ti ho visto sdraiato sul divano con un libro in mano e ho pensato che forse possiamo ritrovare noi stessi anche qua, in questi quattro pasti, in questi quattro angoli di stanza. Forse la nostra India sta in questo appartamento. L’atro giorno mi sono ricordata che ho le gambe, mi succede ogni tanto quando sono un po’ triste di dimenticarmi di avere le gambe, soprattutto quando non esco, soprattutto quando fa un po’ freddo. In casa è entrata un’ondata di sole e mi sono ricordata che ho le gambe, mi sono messa la gonna e me le sono guardate per un tempo che non saprei dirti ma è stato parecchio. Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Tutto il resto si è asciugato ed è rimasto solo questo.

 

L’essenziale. I piccoli traguardi di sopravvivenza da superare, cicli senza evoluzione. Così mi pare ma poi ci ripenso. E in mezzo ai pasti vedo che ci sta tutto il mondo, mia nonna che videochiama per dire che sta bene, le mie gambe per ballare sul tappeto, duecentoventuno pagine che proteggo e che fino a poco fa non esistevano e mi commuovono, ci stanno le tue felpe e la mia voce, le brutte notizie ma anche qualcuna buona, l’applauso che alle 20.00 facciamo dal balcone ai vicini di casa, l’Italia, la Francia, la nostra India a domicilio.

 

Ci sta il fatto che tutto questo passerà, ma finché non passa noi in letargo non ci andremo mai, no no. Vedi che forse su questo siamo più bravi noi della natura? Per fortuna ci sei tu, in questa casa con me. Applichiamo un po’ di matematica filosofica, allora: quarantena diviso due uguale vento.
Che oggi porta l’odore dei fiori. Estate. Autunno. Inverno. Primavera. Quale sarà la prima cosa che vorrò fare dopo?


Beh, ti prometto che quando si potrà prenotiamo i voli e ci andiamo, in India. Ma prima però facciamo una cosa normale. Ti va se ce ne andiamo al mare?

 

 


Tiziana Barillà / 24-04-2020

 

Se questa è la normalità, allora me ne vado. Sono arrivata a questa conclusione esattamente due anni fa, quando decidevo di lasciare la grande città con le sue nevrosi, per ritrovare ossigeno e vita.

 

Un virus è piombato sulla nostra malsana normalità. Semina morte e paura in una società di morte e paura. E ci costringe tutti a uno stop. Questo fermarci, adesso, ci mostra quanto effimere fossero le libertà che avevamo fino a ieri. È davvero libertà essere liberi di essere infelici?

 

Dopo anni di caccia al nemico e odio dell’altro, ora una comunità che si era smarrita cerca di ritrovarsi. Cerca unità dove c’era divisione, cerca fiducia dove imperava il cinismo. Cerca senso collettivo in un mondo di egoismi e opportunismo.

 

Questa società è il corpo stanco di una donna. Troppo stanca per sopportare ancora egoismi e cattiveria. Troppo forte per tollerare altri soprusi. Troppo umana per credere ineluttabile la condanna a una vita a metà.

Morte e povertà ci hanno raggiunti da questa parte della barricata. Le nostre protezioni sono saltate e possiamo vedere quel che – da un pezzo – è all’ordine del giorno per l’altra metà del mondo.

 

Il problema non è il virus, ma il capitalismo. Se qualcosa di buono resterà da questa tragedia sarà l’averci messo in guardia da questa inumana normalità.

 

Dalla quarantena, vi racconto la mia personale fuga.
Accettatelo come un invito a fare altrettanto.

 

Aprile 2018.

 

Il vento fresco riaccende in me la voglia di vivere, mentre ingrano la terza e mi lascio alle spalle i palazzoni, cavalcando le fosse della strada.

 

Lascio Roma, una scelta di vita. Lascio la grande città, la giungla che mi ha dato carezze e schiaffi per più di un decennio. Mi sottraggo. Imbocco lautostrada e lascio dietro di me il traffico invadente, laria che toglie respiro invece di restituirlo, il tempo che non basta mai, i grandi e piccoli desideri disattesi, sistematicamente. Un caffè o un abbraccio, ormai tutto è diventato unimpresa. Titanica, talvolta.

 

Vivere per lavorare. Guadagnare il necessario per pagare laffitto della tua prigione. Correre, correre, correre. Fino allo stremo, fino a non rendersi più conto di dove si sta andando. Cammino tra i pochi che camminano a passo duomo con gli occhi aperti, mentre tutti intorno corrono con gli occhi chiusi, battendosi le mani sulle orecchie.

 

E dire basta. Stop al vaffanculoche – certamente – mi aspetta non appena varcherò la soglia di casa. Stop alla rabbia, alla frustrazione, a quel sentirsi sempre meno, sempre un po’ ‘menodi ciò che ti viene richiesto di essere.

 

Sono Donna io, mi ripeto. Quel pensiero non mi appartiene. E allora perché piegarmi a esso? Perché emanciparmi a parole e non anche con il corpo, con la mente, con il cuore?

 

Così, fare una scelta si traduce ancora una volta in andare via. Che è sempre doloroso e liberatorio insieme, perché vuol dire anche lasciare un pezzo di me. Di quella me che, con le tasche vuote e il cuore pieno, vengo accolta dallabbraccio di Roma. Niente di quel che sono esisterebbe senza Roma. La mia nuova città, che ha saputo abbracciarmi quando lasciavo il più grande pezzo di me, Reggio.

 

Ma adesso ho fame e sete di vita. Di andare a vivere, fare quello che dico e che penso. Agire, oltre che pensare. Riprendere la vita tra le mie mani. Lossigeno, il tempo, la gentilezza.

 

L’autostrada cede il posto a una strada un po’ più rotta, eppure è quella la strada per la libertà. Umbria. Altri abbracci mi aspettano, abbracci che col tempo non allentano la presa, anzi. Casa. La casa senza tempo, la mia nuova casa.

Tiziana Barillà

 

Aprile 2020.

 

Siamo ancora qui, a scacciare via i pensieri pesanti. Non c’è luogo al mondo in cui scompaiano da sé. Sveglia presto, scrivere, allenarsi, respirare.

 

Chi l’avrebbe detto – anche solo poche settimane fa – che mezzo mondo sarebbe rimasto rinchiuso in casa. Per laltro mezzo è cambiato poco, una casa non ce lha e la morte al fianco ce lha dalla nascita. Luguaglianza di nascita continua a essere solo unidea. E manco di tutti. Impraticata, irrealizzata. Ancora troppo lontana dallessere realtà.

 

Io sono tra i fortunati. Tra chi ha una casa e ha amore. Anzi di case ne ho più d’una, di amori anche. Da questa parte della barricata – che mi colloca dove i miei ideali mi dicono che non dovrei stare – leggo e ascolto riflessioni sparse, in questi giorni di pandemia.

 

No, questo che viviamo non è il miglior mondo possibile. Lumanità proprio non è fatta per sottostare a una gerarchia. Qualunque essa sia.

 

Adesso che viviamo in clausura, spero, riconosceremo un podi più il valore della libertà. Libertà di muoversi, di amare, di vivere, di essere felici.

 

Raccolgo ancora le idee. Non si dovrebbe mai smettere di raccogliere le idee. E poi darle in pasto al cuore proprio e altrui. Vivere è proprio una scelta. Ed è a vivere una vita che non è la tua che ci vuole coraggio.

 


Luca Bertolotti / 23-04-2020

 

È dal 16 marzo che sono a casa. Per una volta lavoro come verniciatore per una società che pare più lungimirante dello stesso governo che successivamente (appena un settimana dopo) ha posto il blocco di tutte le attività produttive non strettamente necessarie.

 

Per anni ho lavorato in aziende che hanno attentato alla salute dei dipendenti, quando ancora l’idea di un coronavirus su scala planetaria poteva essere annoverata nel filone narrativo delle distopie fantascientifiche.

 

Ho lavorato in ambienti malsani, tecnologicamente arretrati, frutto di gestioni votate al risparmio o semplicemente impoverite da un mercato sempre più asfittico. Ora potrei dirmi finalmente arrivato, quasi salvato: il mio datore di lavoro ha preferito la mia salute al suo profitto. Eppure mi sento come un disertore.

 

Io, ora a casa, senza nemmeno l’obbligo dello smart working, prigioniero di questa quarantena, sono libero finalmente di coltivare i miei interessi. Libero di leggere, di scrivere. Libero di seguire i bambini, di fargli fare i compiti, di stare con loro. Mi sento come un disertore che ha trovato il modo per imboscarsi mantenendo però la coscienza a posto. Perché, sì, il paragone viene facile: negli ultimi tempi il lavoro in fabbrica mi è parso assomigliare sempre di più ad una guerra. Certo un paragone trito ma comunque ormai un adagio, quasi una cantilena, tra operai.

 

Ora tutto deve esser più veloce, i tempi sempre più serrati, la produzione più rapida e con sempre meno resi, meno errori. Tecnologicamente un disegnatore tecnico è passato negli ultimi vent’anni dai rapidi a china su carta acetata a utilizzare un mouse e programmi quali SketchUp o CAD 3d.

 

Anche in produzione ci sono stati dei cambiamenti, ovvio: il falegname ora usa una sola macchina a controllo numerico al posto di tutte quelle che per anni hanno minacciato le sue falangi (foratrice 32, squadratrice, toupie, eccetera). Per un verniciatore come me, invece, uno da lavoro non seriale, non è cambiato nulla. Eppure, nel tempo, mi è stato chiesto di adeguare la mia produttività a quella degli altri, per non restare indietro nell’intera filiera.

 

Ultimamente ho sognato di tornare nelle vecchie e puzzolenti botteghe di un tempo. Ho sognato di tornare più umano, rallentato, anche se maggiormente in pericolo, magari con la schiena più rotta o i bronchi più ostruiti. A questo, mi dico, arriva lo stress, dovuto alla velocità come fine ultimo della produzione, a farti rimpiangere i mali minori così come quelli maggiori da cui, a ragione, sei scappato appena hai potuto.

 

Sì, io durante questa quarantena sarò il disertore, il traditore, quello che ad ogni rinvio d’apertura si sentirà sollevato. Sono quello che si sveglia al mattino fottendosene di essere in cassa integrazione. Già una volta ho subito gli effetti di una grave crisi economica: ho perso il migliore lavoro che avessi mai avuto per non ritrovarne più nemmeno un pallido surrogato.

 

Questa volta sento di aver da lasciare sul campo molto meno, anche se partite IVA e interinali potrebbero odiarmi per quello che sto scrivendo. Guardo il telegiornale, faccio videochiamate ai parenti, misuro la casa a passi. Penso al fatto che ho preso troppo sul serio il mio mestiere, al punto di averlo paragonato a una guerra, e intanto osservo le immagini di infermieri e medici addormentati sul linoleum dei corridoi dopo turni di lavoro a doppia cifra.

 

Io voglio che questo virus se ne vada come è arrivato anche per dare un senso al lavoro di queste persone, visto che un scopo al mio fatico sempre più a darlo. Ma no, non voglio tornare alla normalità. Alla mia normalità. A quella normalità. Non adesso, almeno.

 

Voglio solo fermarmi ancora per un po’.

 


Alessio Arena / 21-04-2020

 

 

All’inizio sembrava dovesse essere una specie di party in pigiama, una lunga festa che nessuno era disposto a passare da solo. Per questo, almeno nei primi giorni, chi non condivide il proprio appartamento con nessun’altra persona ha chiesto asilo a casa di amici. Poi ci siamo vergognati tutti di averla presa così. Per quanto le notizie dall’Italia cominciavano a farsi preoccupanti, e i decessi si contavano a centinaia anche a Madrid, avevamo deciso di tenere spento il televisore, ma ovviamente la strana e ingiustificata euforia dell’inizio era già diventata altro.

 

Io e il mio compagno viviamo in un quartiere vicino al centro di Barcellona, la parte sud di questa perfetta scacchiera di isolati quadrati, nata dall’ampliamento della città che si inaugurò negli anni sessanta dell’Ottocento. La zona attorno al mercato di Sant Antoni è zeppa di appartamenti per turisti, caffè e ristoranti con prezzi per portafogli nordici, ma anche di molti locali della “resistenza”, quelli che qui si chiamano “Bar Manolo”, evocando la memoria di un fantomatico locandiere, compendio del carattere e delle sospette abitudini igieniche iberiche d’altri tempi. Diversi bar come questi sono oggi sopravvissuti all’ondata di lindore e minimalismo hipster, ma mi domando se riusciranno a superare quest’ultimo e inaspettato colpo alla loro economia.

 

Quando tocca a me fare la spesa, cammino il più lento possibile, cerco di sgranchirmi le gambe anche se so, che al ritorno, sceglierò di non prendere l’ascensore, ma di salire a piedi gli otto piani che mi dividono da casa mia. È diventato il mio unico esercizio. In strada con la mascherina noto che gli occhiali mi si appannano di continuo, capisco che questi due detestabili accessori non possono convivere. O almeno non sulla mia faccia, che ne so. È difficile riconoscere le strade, questo quartiere chiassoso, questa città così piena di vita. Vedo le aiuole fiorite, e gli alberi che ben presto uniranno le proprie chiome da un marciapiede all’altro, si toccheranno senza rispettare la distanza di sicurezza e formeranno un tetto di foglie che ogni anno trasforma il panorama del quartiere, soprattutto se visto dall’alto, dagli appartamenti all’ottavo piano. Lo dicono in molti sui social: siamo gli unici a essersi fermati. Ma le piante e gli animali, tutta la natura è in piena azione.

 

Davanti al portone, con le buste della spesa, sono già le otto di sera. È quando tutti stanno fuori ai balconi, alle finestre, ai terrazzi per applaudire il lavoro del personale sanitario: in questo semplice gesto, condiviso dai vicini che, almeno a Barcellona, non sai quasi mai come si chiamino, anche oggi ognuno sembra scaricare la tensione accumulata durante il giorno. Per me non è così, per me non c’è nessun problema a restare a casa. Quello che a me fa un po’ di spavento è il dopo. Pensare a quanto complicato sarà riprendere il ritmo, ristabilire l’ordine, gli orari, il calendario, le scadenze.

 

Quello che mi fa spavento, forse, è che tutto torni come prima, che non ci sia nessun cambiamento profondo in questa vita che adesso guardiamo dai vetri di casa e sembra gioire della nostra assenza. È passato un mese? Non ne sono così sicuro. Ho smesso di guardare la mia agenda sul telefono, quando ho cancellato anche l’ultimo impegno di lavoro che avevo, il più lontano nel calendario. Solo tra marzo e aprile avrei dovuto cantare in molti posti, con la mia chitarra, o con la band al completo, avrei ancora dovuto parlare del mio ultimo album in cui dico che uno non sa mai qual è il luogo dove fiorirà e che per questo il viaggio resta condizione naturale dell’essere umano. Dovevo ancora fare qualche presentazione dell’ultimo romanzo, in cui racconto l’infinito viaggio della prima donna migrante italiana a calcare le scene dell’Academy of Music di New York.

 

Dovevo andare a Padova, Pescara, Girona, Roma, Madrid, Siviglia, Tarragona, Cadice. E a Napoli. Ho smesso di guardare l’agenda quando ho capito che nessuno saprà dirmi quando si recupereranno questi eventi, perché nessuno sa quando la gente potrà e avrà voglia di incontrarsi per ascoltare musica o parlare di letteratura. Ho cercato di organizzarmi, mettermi a scrivere e a tradurre gli ultimi lavori che mi restavano da consegnare. Magari mi invento qualcosa. Come dovranno fare i piccoli commercianti, i precari della cultura e un’infinità di gente che forse, per un momento, ha desiderato che questa clausura duri parecchio.

 

Perché rinchiusi non siamo tanto diversi dagli altri. Rinchiusi siamo liberi dal confronto con chi ha più di noi. Siamo lontani dalle frustrazioni della competitività. Ieri mi sono ricordato di un testo fantastico che mi consigliò di leggere un professore all’Università, Viaggio intorno alla mia camera, dello scrittore francese Xavier de Maistre. In questo strano libro, scritto negli anni novanta del Settecento, l’autore ripercorre in lungo e in largo la sua stanza, soffermandosi su dettagli ai quali non aveva fatto attenzione, riflettendo e divagando su diverse questioni filosofiche che finiscono per convincere chi legge che la dimensione del viaggio non è data da una destinazione, ma dall’atteggiamento che ha chi se lo propone. Il viaggio è uno stato mentale e c’entra poco con il turismo.

 

Chissà se non sarà più facile avere questo atteggiamento da viaggiatore, attento, rispettoso, interessato alle piccole cose, ai dettagli, quando ritorneremo in strada. Intanto mi fa sorridere chi dice che questo virus è una guerra. La guerra non è il virus ma la vita di tutti i giorni immersi in un sistema che ci vuole sempre più separati, ricchi dai poveri. Una società segregante come la nostra è la malattia dalla quale sarà molto più difficile guarire. Il viaggio più estremo da compiere.

 

Alessio Arena