Erica Mou / 6-03-2020

 

Non avrò mai la pazienza di uno scrittore. Non sarò mai in grado di perseguire un’idea per centinaia di pagine.”

Questa era la frase ricorrente nei miei pensieri, ogni volta che negli ultimi dieci anni ho aperto un file sul computer, ogni volta che qualcuno mi incoraggiava a scrivere un libro.

Ho sempre avuto paura di non avere la pazienza, io che appartengo alla prima generazione della storia con una soglia d’attenzione tascabile, io che sono abituata alle canzoni, che mi esprimo nel tempo perfetto di tre minuti e dieci secondi, con tanto di ripetizioni nei ritornelli.

E invece, alle porte del mio trentesimo compleanno, eccomi qui, con il mio primo romanzo tra le mani.

Nel mare c’è la sete” è stata una cascata. Un susseguirsi di parole che, come nella magia di ogni forma di scrittura, un po’ sono pensate e un po’ nascono da sole, da una parte inaccessibile al resto della vita.

Nel mare c’è la sete” è una lunghissima canzone. Questo romanzo si svolge tutto in ventiquattro ore e, oltre a un’unità di tempo credo abbia anche un’unità di luogo: la storia, in fin dei conti, è ambientata tutta nella testa nella protagonista, in un posto che non è mio ma che mi sono ritrovata ad abitare, a indagare, a perdonare.

Nel mare c’è la sete” non mi ha richiesto pazienza. Solo del tempo. E la differenza sta nel fatto che a volte la pazienza accetta la rinuncia se un punto esclamativo la segue. E molto spesso sottintende moderazione, sopportazione.

Il tempo invece no.

Il tempo, invece, vuol dire stare, esserci, prendersi cura.


Stefano Massini / 24-01-2020

 

C’è qualcosa di talmente… stupido nel male. Sì: stupido. E guardi che non parlo delle coincidenze. Dico che il male si nutre di paura. Ne ha bisogno. Voi eravate fieri che la gente tremasse, anche solo a vedere una divisa. Portavate i teschi coi coltelli incisi nei distintivi. La paura, certo, la paura. Eppure, a sentirvi parlare, è così chiaro che ad avere paura eravate per primi voi.

Il linguaggio, Herr Eichmann. Il linguaggio è lo specchio, sempre, di cosa sentiamo davvero. Ci pensi: la chiamavate “Soluzione Finale”. Non avevate il coraggio di dire “Massacro”. E il gas di Globočnik? Era un “Trattamento Speciale”.

Poco fa ha detto che il suo ufficio era addetto all’Evacuazione. Solo dei codardi possono chiamare Evacuazione la cacciata in massa di migliaia di persone. Perché non Ufficio Espulsione? Ufficio Azzeramento Ebraico. No. Evacuazione. Bastava ascoltarvi davvero, per capire chi eravate.

Ma è sempre così: il male si nasconde dietro il fumo, sembra devastante, enorme. Per guardarlo in faccia basterebbe ascoltare, attentamente, come parla. Quali parole sceglie di usare. Solo allora vedresti che è una cosa stupida, sì, stupida, lo penso: non ha forza nemmeno per chiamare le cose per nome. “Soluzione Finale”… se non fosse una tragedia, farebbe ridere. Anzi, perché mi stupisco?

Tutto è ridicolo.

 


Luca Bertolotti / 23-01-2020

 

Per anni ho abitato il tempo e lo spazio, in cui in seguito ho ambientato Poliestere, chiedendomi che cosa sarebbe rimasto della fabbrica che avevo intorno, di tutta la fatica spesa, il veleno, la rabbia, la paura, ma anche l’allegria sguaiata, le risate da spaccarsi le costole, il cameratismo più grossolano.

Poliestere è nato per dare una risposta a questa domanda e, nel farlo, ho dovuto dare un inquilino a questo tempo e questo spazio, Livio Belotti. Ovviamente con quel suo background (per non parlare del temperamento) non potevano che capitargli un mucchio di cose che sono successe anche a me. Ma, citando Céline un po’ a memoria e a tentoni, per fare letteratura (o quantomeno per provarci) bisogna piegare la menzogna al vero.

 

Luca Bertolotti

 

È proprio necessario spiegare per filo e per segno cosa è accaduto realmente e cosa è stato immaginato, così come identificare, quasi siano dei colpevoli, quei personaggi inventati di sana pianta e quelli che sono stati ricalcati sulle sagome di persone esistenti?

L’importante è stato sopravvivere a quel caos di giorni spaiati per poterlo raccontare in una storia coerente, per quanto folle sotto molti aspetti. Solo così ho provato a dare un senso alle macerie che mi sono lasciato alle spalle ma anche a quelle in mezzo alle quali mi aggiro tuttora.

 

 

Poliestere è il nome di un materiale di largo consumo, impiegato un po’ per tutto. Un materiale che per giungere inoffensivo nelle nostre case ha dovuto per un breve tempo essere veleno liquido, aerosol, instabilità.

Io vorrei che questo libro portasse ancora un po’ di quel profumo di tossicità, quando il poliestere è ancora senza forma, senza direzione, solo un fluido appena colato da una latta da venticinque kg e pronto per la catalisi.

Buona intossicazione.

 


Redazione / 3-01-2020

 

Ecco la selezione degli incipit creativi che in tanti avete ci avete inviato come esercizio de I Quaderni Fandango di Scrittura Creativa:

 

I riferimenti a fatti e persone di questa storia non sono per nulla casuali.
Esistono, sono esistiti, esisteranno. Cambiano i nomi, a volte. A volte neppure quelli.
Ma questa non è la loro storia. È una storia. Perché le parole sono formule magiche.
Aprono mondi, reali perché immaginati. Creano vite, reali, perché scritte.
Mischiano destini. Regalano a occhi blu la durezza di rughe altrui. Fanno cadere da altre mani quel bicchiere di vino. Il sogno ha un altro sognatore. Il blu diventa il colore preferito senza che il verde protesti, si ascoltano addirittura canzoni che non parlano di noi e quella volta quelle parole si è persino riusciti a dirle.
Il dolore, quello no, è lo stesso. Perché una storia non è una finzione e le parole scritte sono reali, come i soldi dello stipendio, il nervoso del capoufficio e il trapano del dentista.

Ilaria Maria Dondi

 

 

Quell’estate segnò la fine e l’inizio di tutto. Erano i giorni del fuoco, il tempo in cui le fiamme divorarono i rami argentati degli ulivi che ci avevano dato rifugio e ombra, ristoro e protezione. I nostri ulivi. Di quei capi verdeggianti che accarezzavano il cielo adesso non sono rimaste che dita nere e raggrinzite che sbucano dal terreno, mani di cadaveri dimenticati nella nuda terra in tombe senza nome. Non eravamo né bambini né uomini, eravamo puro divenire e guardavamo il paradiso che si stava sgretolando, mentre nel petto qualcosa ruggiva e scalciava. Quello fu il momento esatto in cui si creò il prima e il dopo. Da quell’estate le nostre strade avrebbero preso direzioni diverse, ma la cenere degli ulivi sarebbe rimasta per sempre sulle nostre spalle e nulla l’avrebbe spazzata via.

Maria Josè Di Salvo

 

 

Alcuni dicono che quel tipo sulla croce, prima di morire, abbia detto: Eli, Eli, lama sabachthani. In particolare uno che stava lì sotto se ne accorse e disse: «Sta morendo, e chiama Elia».

Antonio Esposito

 

 

Non possiamo correre da luogo a luogo senza perdere qualcosa, passare in fretta da un posto all’altro tutta la nostra mercanzia o cambiare lavoro in un minuto come più ci fa comodo. Niente impiega più tempo a viaggiare dell’anima ed è lentamente, se si sposta con il corpo, che essa lo raggiunge. Così si ingarbugliano quelli che si credono veloci, mal congiunti di necessità, perché l’anima li raggiunge a poco a poco e quando li ha raggiunti essi partono impedendole lo stesso esercizio a ritroso. Alla lunga, finiscono per credere di esistere e non esistono più.

Alessia Amato

 

 

È strano come il tempo e le circostanze riescano a distruggere tutti i piani di una vita: pochi anni, pochi mesi, pochi giorni e cambia tutto, finisce tutto, si riaprono controversie che pensavi di aver chiuso per sempre. O forse solo in parte, e adesso tornano irrimediabilmente a te.

Anna Negri

 

 

Tornò a casa, come tutte le sere, per l’ora di cena. Tolse dalle tasche portafoglio, smartphone e chiavi e le poggiò, come al solito, sopra il mobile dell’ingresso. Si tolse il giaccone e, come sempre, lo appese in anticamera. Poi, come d’abitudine, si tolse la maschera di lattice da umano e andò a riporla in bagno.

Elisabetta Zoia

 

 

Sono stanca di raccontare questa storia, perché nessuno crede che sia potuto accadere tutto questo. Allora la scrivo, sì e chi mi vorrà credere bene, altrimenti prendetelo come un romanzo esagerato, forse surreale.

Eleonora Gai

 

 

Dopo aver perso tutto, restai solo con la mia ricchezza.

Mirco Sirignano

 

 

Mi piace immaginare che la nostra storia sia iniziata nel mese di agosto 2015, mentre lui spegneva le sue quattro candeline in un Istituto di suore della Romagna e io le mie quarantuno in un campeggio in Umbria. Quel giorno ho espresso un solo desiderio che cozzava in modo impressionante con quello che stavo vivendo: volevo diventare mamma ancora una volta e quel cancro bastardo non mi avrebbe certo fermata. Ci sarebbero voluti altri tre anni prima di poterci guardare negli occhi per la prima volta.

Lisa Marcucci

 

 

Tendo evidentemente al grado minore di ordine. Entropia, è quella roba lì, dice mio cugino. E mi spiega. Che di vite ne avevo iniziate già diciamo tre, ma tutto sta a capire qual’è l’unità di misura, tipo se è morire, allora diventano due. E questa seconda forse dice male, esordio confuso ma sono fiduciosa, e terrorizzata, e assolutamente impreparata. Andrà tutto bene.

Cristina Raiconi

 

 

Mi trascino sul bagnasciuga e cerco falene moribonde per salvarle dall’abisso che sta per inghiottirle.

Giulia De Blasi

 

 

Manuelito Guaranà si ripeté che la paura è solo un’illusione, come gli aveva insegnato la zingara di Santa Rosa leggendogli i tarocchi, e così estrasse il machete e seguì la belva nel labirinto.

Marco Pinnavaia

 

 

Quando mio padre finì di raccontarmi entusiasta di questo nuovo posto in cui era finito, questa scoperta che aveva fatto quasi per caso, un bellissimo parco nella nostra città, Parigi – chissà come c’era finito, si chiedeva, e si riprometteva di portarmici il prima possibile -, rimasi sconcertata.
Erano trent’anni che mio padre viveva a Parigi, e questo parco,
Les Jardins du Luxembourg, era il posto in cui andavamo a passeggiare tutte le domeniche fin da quando ero bambina.

Veronica Nucci

 

 

È un’ora incerta. È un’ora indecisa anche per le libellule che tremano sui giunchi mentre attendo che la pioggia torni a cadere in un’esplosione di gocce d’umidità, soggiogate dal supplizio di un vagare senza rimedio.

Paolo Marcoionni

 

 


Samlibrary94 / 27-12-2019

 

Quando Franziska lasciò finalmente trapelare il suo sguardo, scoprì un abissò che spaventò Anna. Era un dolore affine al suo, eppure di una profondità che le risultava inquietante. Anna intuiva l’orrore, ma non era in grado di interpretarlo”.

Anna Kreuz trascorre le sue giornate come un automa, occupandosi metodicamente dei pazienti della casa di cura dove lavora in Svizzera e delle piante carnivore della sua serra, a cui dedica ancor più attenzione che alle persone.

Quando però alla clinica arriva una nuova ospite, Anna si inquieta e i fantasmi del passato tornano a tormentarla, riemergendo prepotentemente sotto forma di ricordi.

Sono proprio i ricordi, oscuri e frammentati, che ci rivelano la storia di Anna e Franziska, conosciutesi in collegio e unite da tormenti comuni. Si tratta di una storia di dolore e sofferenza, di amore e di pulsioni, di atrocità e sensi di colpa, che pian piano rivela tutto il suo orrore, anche se in maniera mai chiara, ma sempre ambigua e oscura e in questo senso lo stile dell’autrice risulta decisamente rappresentativo: i cambi di punti di vista, il passaggio dalla prima alla terza persona, i salti continui tra passato e presente possono confondere inizialmente, ma il tutto risulta decisamente funzionale alla storia.

Per comprendere e sentire appieno il romanzo, imprescindibile risulta la storia dell’autrice che nella Trilogia della Violenza, di cui “Il marchio” rappresenta il primo volume, racconta la terribile persecuzione che fu possibile, ancora una volta, nel cuore dell’Europa del Novecento.

Protagonista di questa tragedia, ai più sconosciuta, la Svizzera, dove l’associazione Pro Juventute utilizzò l’eugenetica e le armi scientifiche nel tentativo di eliminare i nomadi di etnia Jenisch.

Mariella Mehr

Intere famiglie e clan furono divisi e smantellati, furono messe in atto sterilizzazioni e torture e ovviamente non mancarono le violenze e gli abusi, si imposero i divieti di matrimoni e centinaia di bambini furono strappati alle madri per crescere poi in orfanotrofi, istituti, manicomi e prigioni.

Vittima di tutto questo fu anche Mirella, nata da madre Jenisch nel 1947, che, strappata ai genitori durante l’infanzia, crebbe in sedici famiglie diverse e tre istituti. Quando poi a 18 anni le tolsero il figlio, la sua rabbia crebbe e venne ancora ricoverata in quattro ospedali psichiatrici e reclusa in un carcere femminile.

Alla luce di ciò, non risulta difficile capire quanto di lei vi sia in questo romanzo.

Risultano infatti inevitabili l’oscurità dei suoi ricordi, l’atrocità di ciò che Anna e Franziska – l’una zingara e l’altra ebrea – hanno dovuto subire, la necessità di trovare un’anima con cui condividere il proprio dolore, l’instabilità e la follia che emergono sempre più dalle pagine di questa storia, che mi piacerebbe immaginare solo come una brutta storia, ma che, purtroppo, non lo è.

Non si tratta di un libro piacevole o facile. E’ un libro che va letto con cognizione di causa, perché è un pugno nello stomaco, anzi, una vera e propria coltellata, ma è un libro che ha uno scopo, deve raccontare una storia e lo fa alla perfezione.

Leggete questo romanzo, perché il crimine più grande che si possa commettere nei confronti della Storia è dimenticarla.

 

Il marchio

 

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Redazione / 09-12-2019

 

È ufficiale: il libro d’esordio di Jonathan Bazzi, Febbre, è stato premiato come miglior libro dell’anno da Fahrenheit di Radio3.

Secondo la giuria: “La decisione di dedicare un premio così prestigioso all’editoria indipendente va a colmare un deficit di attenzione verso un territorio attraversato da molte difficoltà, ma anche in continuo fermento, e di fatto rappresenta un caso unico nel vasto panorama dei premi letterari”.

 

Febbre, secondo le parole dell’autore, «è un romanzo che racconta di periferia geografica e sociale, di violenza assistita e di disabilità, di genealogia del trauma ed eredità familiare, di dipendenza affettiva e sofferenza psichica, di gerarchia, di genere e patriarcato, di amore per le parole e della letteratura come pratica di liberazione. C’è l’HIV? Certo. Ma la mia sfida era ed è proprio quella di tirar fuori il virus (e chi l’ha contratto) dai toni da campagna di sensibilizzazione, dai servizi giornalistici con la musichetta tetra e gli aggettivi grevi. Ho deciso di parlarne, già dal 2016, per essere libero di personalizzare la mia condizione – abitarla davvero, per non subirla come una presenza calata dall’altro che mi rinchiude in un discorso condotto da altri».

 

 

 

 


Luca Scivoletto / 19-11-2019

L’idea è nata da una visione di scarpe parlanti, le stesse che ho descritto nelle prime pagine del libro. Confesso che quelle attese estenuanti, in sezione, ad aspettare che mio padre finisse di parlare con i compagni del partito, le ho vissute sul serio. E che veramente osservavo quelle scarpe, me ne rappresentavo la voce, il tono. Parlavano di politica, parlavano in dialetto, erano le scarpe di chi aveva voglia di contare, di partecipare. Erano caratteri, atteggiamenti, prese di posizione, critiche, puntualizzazioni. Era la politica vera, in provincia, nel Sud, in Sicilia, la politica dei comunisti, dei rompicoglioni, dei litigiosi, dei verbosi, di quelli che contestavano ogni cosa. Era dissipazione di tempo e di energie, coronarie che si gonfiavano, voci che si rompevano, sigari, sigarette, riunioni, bandiere, manifesti, e scarpe rotte. I comunisti: puri e superiori. Lo erano sul serio? Si è scritto e detto tanto intorno a questa gloriosa «superiorità morale». Oggi mi interessa poco sapere se fosse vera o presunta. Il punto è che, a forza di provarci, qualcuno c’è quasi riuscito, a essere puro. A suo danno, s’intende. Perché qualcuno ci ha anche lasciato la pelle, molti la salute, altri ancora un rapporto normale coi figli, la famiglia, la realtà.

È un mondo sommerso e dimenticato, quello da cui sono partito per raccontare questa storia. Il mondo di chi si è sforzato di essere puro stando ai margini, lontano tanto dalla lotta armata quanto dai salotti dell’intellighenzia, dalla Russia ma spesso anche da Botteghe Oscure; facendola, la lotta, nei consigli comunali, nelle sezioni, nei quartieri. Era un’altra politica quella di cui sono stato testimone, che creava dipendenza, come una droga; e poteva totalizzare la vita, condizionare ogni altra scelta. Questo è avvenuto nella mia famiglia. Anche se voglio rassicurarvi: ne sono uscito vivo. Tant’è che, invece di farvi sorbire un diario dei miei traumi infantili, ho deciso di prendere per il culo me stesso, i miei, la mia infanzia, la mia città, il Pci, e raccontarvi la politica a mio modo, forse con la speranza di “redimerla”, darle un senso che la disincagliasse dalle letture consuete.

Sì, la politica è stato il mestiere di mio padre, la ragione di vita dei miei genitori, e sebbene abbia deciso di occuparmi di altro nella vita, so che con la politica dovrò fare sempre i conti. L’aspetto autobiografico della vicenda,tuttavia, si esaurisce in queste premesse. Perché, diciamolo, anche ai figli dei criminali, o – che ne so – dei mormoni, può capitare di dover fare i conti con la propria tradizione familiare (d’accordo, a me è andata un po’ meglio). E partendo da questo presupposto, il vero sforzo per me è stato quello di trovare la voce giusta perché la storia di Enrico Belfiore e Renato Magenta somigliasse a quella di tanti ragazzini della loro età che, per crescere, devono rompere la bolla di certezze che li ha protetti fin dall’infanzia. La mia bolla si chiamava Pci, ma è quasi un dettaglio secondario.

Luca Scivoletto

Quasi. Perché cresceteci voi in mezzo alla «superiorità morale» sul finire degli anni Ottanta, trovatevi voi a essere «figli del Partito» nel momento storico sbagliato, con tutti gli ideali, le fedi e le parole d’ordine assorbite nei primi anni di vita che nel giro di pochi mesi diventano del tutto inservibili. Affrontatela voi, a undici anni, la vostra prima frustrazione identitaria. E il campeggio dei Pionieri? E l’agognata iscrizione alla Fgci a quattordici anni? Ma che Pionieri, che Fgci! Ormai era finito tutto, avevamo scherzato. Restava quindi solo qualche canzoncina e marchi di fabbrica difficili da cancellare. Come, ad esempio, un’opposizione di principio a tutto ciò che fa la maggioranza della gente, a volte senza neanche capirne bene il perché, un senso di opposizione agli «altri» che è rimasto lì, anche dopo che il Muro di Berlino era crollato e il Pci aveva cambiato nome, rendendo quelli come Enrico e Renato dei piccoli disadattati.

Mi ha divertito indagare le reazioni dei miei due protagonisti a un mondo che si trasforma velocemente, senza che loro se accorgano. Enrico e Renato condensano due reazioni opposte rispetto a ciò che hanno ricevuto in eredità e vivono in modo diverso l’obbligo del crescere. Mi è piaciuto anche osservarli da vicino, lungo un anno scolastico, secondo quella dilatazione spaziotemporale che è propria di quella fase tremenda della propria vita che è la preadolescenza. È stato come viaggiare nel tempo. Ha significato ricostruire pensieri, sintonizzarsi con quelle che supponi siano state le loro sensazioni di dodicenni, rimettersi in ascolto di parole, insulti, complimenti, umiliazioni ed esaltazioni ricevute dagli altri. Ma scrivere questa storia ha significato anche abbandonarsi a una divertente indistinzione tra episodi veri e altri mai esistiti, al mescolarsi di ricordi e distopie personali, di realtà e desideri irrealizzati. In fondo, nel raccontare Enrico e Renato, credo di essermi anch’io adattato alla capacità di deformare il mondo, tipica di quella loro bastarda età, facendomi narratore esterno, accettando allo stesso tempo il loro gioco, copiandolo talvolta. Così, pur partendo dalle scarpe, dalla politica, dalla mia famiglia, alla fine sono contento di aver traghettato questa storia oltre l’autobiografia, permettendo ai miei due protagonisti di realizzare le loro fantasie a metà tra il gioco e l’avventura, e in questo modo metterli nelle condizioni di trovare faticosamente un loro linguaggio, cioè crescere.

I Pionieri, quindi, non è un’indagine sociologica sulle famiglie comuniste italiane negli anni ’80. È un libro pensato per tutti, in particolare per chi abbia voglia di riflettere in modo ironico sul peso ingombrante delle eredità familiari, sul chiaroscuro in cui si consuma il passaggio dall’infanzia all’adolescenza; sulla lotta fra ribellione e conformismo che inizia a manifestarsi in quegli anni; sul potere salvifico dell’avventura (nella natura, nell’ignoto, in se stessi, è uguale), quando ci si sente appesantiti da tutte le cose che ci hanno fatto crescere, ma che, almeno in parte, dobbiamo buttare giù dalla mongolfiera per continuare a stare in volo.


Davide Carnevali / 7-11-2019

 

Dio e le stelle

 

Vero non è che Dio creò le stelle nel quarto giorno, come riportano le Scritture, per illuminare la terra, regolare il giorno e la notte e separare la luce dalle tenebre; per quello, sole e luna sarebbero bastati. Dio si inventò le stelle per un altro motivo, un motivo che non ha nulla a che vedere con quanto noi crediamo sia la loro funzione e il loro scopo: le creò per diletto. Le fece perché amava sedersi la notte nel mezzo del suo giardino a guardarle per ore, dall’alto del firmamento, in silenzio, fino alle prime luci del mattino.

L’uomo sa che, viste dal basso, dalla Terra, le stelle sono stupende. Ma io so che dall’alto, da dove Dio le guarda, lo sono ancora di più. Dal basso le stelle indicano al viaggiatore il cammino da intraprendere per giungere all’obiettivo che si è prefissato. Dall’alto, invece, suggeriscono al viaggiatore che la bellezza sta nel camminare senza meta, per arrivare da nessuna parte. Dal basso, con i loro moti e rotazioni, le stelle marcano il passo inflessibile delle stagioni e dei mesi, e il tempo della semina e il tempo del raccolto, e il tempo del lavoro e il tempo della festa. Dall’alto, invece, rivelano che stagioni e mesi durano a volte il tempo breve di un respiro, altre il lungo tempo di una vita e, altre ancora, un tempo che non è né breve né lungo, ma che è respiro e vita insieme, e che è questo il vero tempo della festa.

Viste ancora dal basso, le stelle si dispongono ordinatamente nello spazio e permettono che gli uomini traccino tra esse le linee che danno forma ai segni dello zodiaco, in cui è scritta la natura di ogni uomo e il suo carattere. Ma io so che dall’alto le stelle si configurano in costellazioni sconosciute, una per ogni eroe e ogni animale, compresi quelli estinti e quelli immaginari, e poi in forme che ricordano incroci e combinazioni di animali estinti e immaginari, e incroci di incroci e combinazioni di combinazioni, e incroci di combinazioni di incroci di combinazioni, potenzialmente (ed effettivamente) infiniti. Osservando le costellazioni dall’alto, scopriremmo così che il nostro segno non corrisponde al Capricorno né a quello dei Gemelli, ma alla Talpa cieca o al Cavallo con la criniera a spiga di grano, oppure alla strana bestia nata dall’accoppiamento di un cavallo e un’aquila dalla vista acuta, o tra l’essere risultante da questa combinazione e quello risultante dalla combinazione di un intelligente delfino e uno scarabeo smarrito; o tra tutte queste combinazioni combinate insieme e un fermacarte da scrivania, una pietra ovoidale, un salice o un eremita stanco. E tutte queste costellazioni rivelano all’uomo una delle sue nature e uno dei suoi caratteri, e nessuna di queste mente.

Dal basso le stelle rivelano all’uomo il destino che lo attende, ma io so che dall’alto raccontano a chi le osserva che il destino è multiforme, e può cambiare da un momento all’altro, improvvisamente, secondo il volere dell’uomo che le osserva, e assumere le sembianze più svariate. Anche le sembianze di ciò che non è destino, pur continuando a essere destino.

Dal basso le stelle sono belle da contemplare. Ma dall’alto lo sono ancora di più, e in un modo così stupendo che è impossibile descriverlo, o scriverlo, o anche solo immaginarlo.

Ph Filippo Quaranta

Davide Carnevali

Si dice che Dio concederà a un solo uomo, tra tutti gli uomini di tutti i tempi, per una volta, il privilegio di sedergli accanto per una notte intera, così che l’uomo, seduto accanto a Dio nel Giardino, possa porgli tutte le domande a cui ha sempre cercato risposta. Ma io so che l’uomo che ha avuto la fortuna di sedersi accanto a Dio non ha detto una parola. Ha guardato le stelle dall’alto ed è rimasto in silenzio, a contemplarle, fino alle prime luci del mattino. Dimenticandosi di tutte le domande a cui, nella vita, aveva cercato risposta.

 

Il diavolo innamorato


Fashionandbook / 23-10-2019

 

Quanto il corpo vestito è in grado di influire sulla percezione del singolo?

Una domanda alla quale, in apparenza, sarebbe molto semplice dare una risposta intuitiva: moltissimo. L’abbigliamento di ciascuno influisce in maniera sostanziale sulla percezione di ognuno, sebbene l’argomento in tempi recenti verrebbe probabilmente affrontato con un sorriso, o addirittura tacciato a superficiale.

Gli studi relativi alla sociologia della moda si potrebbero considerare relativamente recenti. A partire dagli anni Settanta, nel pieno periodo della rivoluzione culturale e politica mondiale, gli studi sociologici del vestire hanno trovato piena connessione con gli studi antropologici legati non solo al vestiario, ma anche alla relazione con il proprio corpo.

Il motivo di tutto questo? L’esplorazione del nostro corpo non può considerarsi legata soltanto ad un carattere strettamente scientifico, ma è definita il principale strumento di analisi di ciascun substrato culturale. Di conseguenza il corpo, ed in particolar modo il corpo “vestito”, diviene lo strumento fondamentale di analisi storica e contemporanea di ogni civiltà.

In merito a tale ricerca, risulta ancora più interessante porre la propria attenzione su come il corpo abbia assunto le sembianze di vero e proprio specchio dei più vasti scenari storici, economici e politici e di come “l’estetizzazione del mondo” proposta da sociologi quali Lipovetsky e Serroy non sia poi così lontana dalle realtà esistenti.

Un chiaro esempio della realizzazione del processo è percepibile nelle società africane e subsahariane e, nello specifico, nel loro non troppo recente approccio al sistema moda. Il tema del corpo e delle sue manipolazioni attraverso l’abbigliamento è sempre stato presente e silente nell’identità locale e, ciò che un tempo poteva considerarsi semplice tradizione, ora è pronto ad esporsi, ad entrare finalmente in stretto rapporto con il globale.

Allo stesso modo, fenomeni artistici e rituali tradizionali possono facilmente porsi in relazione a caratteri vestimentari, volti non solo a identificare un popolo in ogni suo aspetto, ma ad avvicinarsi, seppur con lentezza, ad un’idea sempre più radicata di commistione culturale.

Basti pensare alle città che fanno da sfondo alle settimane della moda africane per avere un’idea più chiara di come la comunione di genere e di culture voglia regnare indisturbata in territorio africano. La Nigeria, il Senegal, il Sudafrica sono pronti: i giovani talenti crescono di anno in anno, come anche la loro sfida nel combattere le debolezze dell’economia locale.

La nuova moda africana è un teatro postmoderno volto a riciclare e accostare elementi differenti al fine di rivendicare un’identità che non sia necessariamente solo africana, ma quanto meno caratterizzante.

Il romanzo di Chibundu Onuzo, “La figlia del re ragno” ci lascia con la stessa percezione. Abike, la protagonista, manifesta continuamente un forte attaccamento ad estetica e vestiario per la definizione di sé stessa, tanto socialmente, quanto individualmente. I suoi abiti sono fortemente occidentalizzati, il suo gruppo di amici rispetta gerarchie sociali estremamente comuni, quasi a sembrare stereotipate.

 

 

L’accento occidentale è evidente in ogni loro discorso, ma appare quasi estremizzato, come volto a descrivere altro. Una cultura, ad esempio. Abike si affezionerà ad un ragazzo, nel corso del romanzo, di ceto sociale differente dal suo. Lui vive nella Lagos povera, che Abike definisce mentalmente attraverso caratteri specifici: odori, ambienti tipici, si fondono col suo celato disgusto verso un mondo a cui non sente di appartenere, ma dal quale è incuriosita, poiché radicato in lei. La sua affezione per il ragazzo che deciderà volutamente di chiamare “Ambulante” e di cui non si conoscerà il vero nome, è un chiaro aspetto del fenomeno di estetizzazione analizzato da Lipovetsky.

La caratterizzazione del personaggio è evidente, non solo dalla sua caratterizzazione all’interno di un sistema societario, ma anche dal suo modo di vestire. Abike lo osserva, critica il suo vestiario ed i luoghi che frequenta, per poi finire con l’indossare, al loro primo appuntamento, i suoi jeans logori. Lo scopo? Certamente quello di uniformarsi, di sentirsi adatta ad un contesto che non sente proprio e che fatica ancora a comprendere come una semplice minigonna, ad esempio, non sia necessariamente associabile ad una “Ashewo”, una prostituta.

I riferimenti relativi al modo di vestire sono costantemente presenti. Descrivono realtà differenti, aiutano ad entrare in contatto con una percezione dell’adolescenza che in Occidente è ben definita da tempo.

Il contrasto tra le due facce di Lagos, quella povera dell’ambulante e quella ricca di Abike, fa da contorno ad ogni vicenda, quasi a giovarne la descrizione.

Un libro che all’apparenza potrebbe raccontare una storia forse scontata, o immaginabile, in grado di nascondere un mondo, dietro una frivolezza… totalmente apparente.

 

 

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Luci_di_libri / 17-10-2019

 

La mia storia è l’unica cosa di valore che mi sia rimasta, quindi non la condivido con chiunque.

Da quando ho iniziato a frequentare psicologia all’università, mi capita spesso di cogliere piccoli riferimenti a ciò che studio anche durante la lettura. Quando ne ho la possibilità, poi, mi piace usare i libri come punto di partenza per parlare di argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Così è successo con La figlia del Re Ragno, un romanzo che si presta bene ad introdurre il tema della resilienza, dal momento che tutti i personaggi hanno alle spalle dei vissuti di lutto e perdita con i quali si trovano a dover fare i conti lungo il corso della narrazione.

Il termine “resilienza” sta proprio ad indicare un processo attivo di autoriparazione e crescita in risposta alle avversità della vita. Questo significa che persone resilienti si diventa non malgrado le difficoltà ma proprio in virtù di queste. Ho sempre avuto la convinzione che anche dai momenti peggiori possiamo trarre qualcosa di buono e bello per la nostra vita, ed è stato interessante scoprire che l’ideogramma cinese che corrisponde alla parola “crisi” racchiude in sé questo duplice sguardo: è composto da due segni, un simbolo che indica “pericolo” e uno che significa “opportunità”. Quindi, nel processo di formazione della resilienza tutto si gioca nel modo in cui rielaboriamo e facciamo nostre quelle situazioni che ci toccano nel profondo, che ci feriscono, che potrebbero lasciarci potenzialmente più vulnerabili ma che allo stesso tempo ci forniscono l’occasione per ripartire più forti di prima.

La reazione più comune davanti ai piccoli e grandi traumi della vita è quella di accantonarli, relegarli in un angolo della nostra mente e non pensarci più. Spesso facciamo finta di nulla, asserragliati come siamo dentro a corazze su cui ogni situazione dolorosa rimbalza e torna indietro, senza che ci abbia minimamente scalfito. La tendenza a tagliare fuori le esperienze eccessivamente traumatiche è un ethos culturale che ci condiziona tutti, ma non è così che si costruisce la resilienza. Perché, se è vero che “pericolo” e “opportunità” sono le due facce d’una stessa medaglia, per vincere davvero bisogna essere disposti a stringerle entrambe tra le mani. Lo sforzo che ci viene richiesto, dunque, è quello di integrare l’esperienza intensa del trauma all’interno della nostra identità individuale e sociale; questo inevitabilmente condizionerà il modo in cui affronteremo la vita e le sue sfide in futuro.

Facile a dirsi, ma da dove si parte? Il primo step è quello di attribuire un significato alle difficoltà in modo tale da renderle più sostenibili e costruire una narrazione chiara e coerente di ciò che è successo così da essere in grado di elaborarlo. Ecco perché la frase del libro che ho riportato all’inizio mi ha così colpito: riconoscere che anche i momenti difficili fanno parte della nostra storia è il primo passo verso la resilienza. Il protagonista maschile – una delle due voci narranti del romanzo – questa cosa l’ha capita. Dopo la morte del padre è stato costretto ad abbandonare i privilegi della sua vita precedente e fare l’ambulante di strada pur di mantenere la madre e la sorella, eppure è riuscito a dare un significato a tutto questo. Anzi, va addirittura oltre e aggiunge un altro pezzo del puzzle: la sua storia non solo ha un senso, ha persino un valore. Sembra una banalità, ma tutto quello che ci succede è in grado di plasmarci e contribuisce a fare di noi esattamente ciò che siamo. Se riusciamo a vivere con questa consapevolezza diventeremo in grado di affrontare ogni sfida che la vita ci metterà davanti.

Tornando al libro, La figlia del Re Ragno è un romanzo che racconta di vite molto distanti tra loro, che si incontrano nello stesso angolo di Nigeria e si intrecciano l’una con l’altra. Abike – protagonista femminile e seconda voce narrante –, la madre e la sorella dell’ambulante di strada, Precious, Mr T., tutti hanno vissuto esperienze dolorose e ognuno di loro ha una propria storia da rivelare. Leggere questo libro mi ha fatto riflettere su quanti modi diversi abbiamo di reagire ad una stessa situazione e tutti possiamo riconoscerci, almeno in parte, in quello che viene raccontato. Attraverso questo romanzo la giovane autrice condivide con noi una storia che, forse, in parte è anche la sua storia; e questa è un’altra cosa fondamentale: raccontare – non a tutti, ma almeno a qualcuno – le nostre esperienze consente di specchiarsi l’uno nell’altro e fare un altro passo verso la resilienza.

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