Davide Carnevali / 7-11-2019

 

Dio e le stelle

 

Vero non è che Dio creò le stelle nel quarto giorno, come riportano le Scritture, per illuminare la terra, regolare il giorno e la notte e separare la luce dalle tenebre; per quello, sole e luna sarebbero bastati. Dio si inventò le stelle per un altro motivo, un motivo che non ha nulla a che vedere con quanto noi crediamo sia la loro funzione e il loro scopo: le creò per diletto. Le fece perché amava sedersi la notte nel mezzo del suo giardino a guardarle per ore, dall’alto del firmamento, in silenzio, fino alle prime luci del mattino.

L’uomo sa che, viste dal basso, dalla Terra, le stelle sono stupende. Ma io so che dall’alto, da dove Dio le guarda, lo sono ancora di più. Dal basso le stelle indicano al viaggiatore il cammino da intraprendere per giungere all’obiettivo che si è prefissato. Dall’alto, invece, suggeriscono al viaggiatore che la bellezza sta nel camminare senza meta, per arrivare da nessuna parte. Dal basso, con i loro moti e rotazioni, le stelle marcano il passo inflessibile delle stagioni e dei mesi, e il tempo della semina e il tempo del raccolto, e il tempo del lavoro e il tempo della festa. Dall’alto, invece, rivelano che stagioni e mesi durano a volte il tempo breve di un respiro, altre il lungo tempo di una vita e, altre ancora, un tempo che non è né breve né lungo, ma che è respiro e vita insieme, e che è questo il vero tempo della festa.

Viste ancora dal basso, le stelle si dispongono ordinatamente nello spazio e permettono che gli uomini traccino tra esse le linee che danno forma ai segni dello zodiaco, in cui è scritta la natura di ogni uomo e il suo carattere. Ma io so che dall’alto le stelle si configurano in costellazioni sconosciute, una per ogni eroe e ogni animale, compresi quelli estinti e quelli immaginari, e poi in forme che ricordano incroci e combinazioni di animali estinti e immaginari, e incroci di incroci e combinazioni di combinazioni, e incroci di combinazioni di incroci di combinazioni, potenzialmente (ed effettivamente) infiniti. Osservando le costellazioni dall’alto, scopriremmo così che il nostro segno non corrisponde al Capricorno né a quello dei Gemelli, ma alla Talpa cieca o al Cavallo con la criniera a spiga di grano, oppure alla strana bestia nata dall’accoppiamento di un cavallo e un’aquila dalla vista acuta, o tra l’essere risultante da questa combinazione e quello risultante dalla combinazione di un intelligente delfino e uno scarabeo smarrito; o tra tutte queste combinazioni combinate insieme e un fermacarte da scrivania, una pietra ovoidale, un salice o un eremita stanco. E tutte queste costellazioni rivelano all’uomo una delle sue nature e uno dei suoi caratteri, e nessuna di queste mente.

Dal basso le stelle rivelano all’uomo il destino che lo attende, ma io so che dall’alto raccontano a chi le osserva che il destino è multiforme, e può cambiare da un momento all’altro, improvvisamente, secondo il volere dell’uomo che le osserva, e assumere le sembianze più svariate. Anche le sembianze di ciò che non è destino, pur continuando a essere destino.

Dal basso le stelle sono belle da contemplare. Ma dall’alto lo sono ancora di più, e in un modo così stupendo che è impossibile descriverlo, o scriverlo, o anche solo immaginarlo.

Ph Filippo Quaranta

Davide Carnevali

Si dice che Dio concederà a un solo uomo, tra tutti gli uomini di tutti i tempi, per una volta, il privilegio di sedergli accanto per una notte intera, così che l’uomo, seduto accanto a Dio nel Giardino, possa porgli tutte le domande a cui ha sempre cercato risposta. Ma io so che l’uomo che ha avuto la fortuna di sedersi accanto a Dio non ha detto una parola. Ha guardato le stelle dall’alto ed è rimasto in silenzio, a contemplarle, fino alle prime luci del mattino. Dimenticandosi di tutte le domande a cui, nella vita, aveva cercato risposta.

 

Il diavolo innamorato


Fashionandbook / 23-10-2019

 

Quanto il corpo vestito è in grado di influire sulla percezione del singolo?

Una domanda alla quale, in apparenza, sarebbe molto semplice dare una risposta intuitiva: moltissimo. L’abbigliamento di ciascuno influisce in maniera sostanziale sulla percezione di ognuno, sebbene l’argomento in tempi recenti verrebbe probabilmente affrontato con un sorriso, o addirittura tacciato a superficiale.

Gli studi relativi alla sociologia della moda si potrebbero considerare relativamente recenti. A partire dagli anni Settanta, nel pieno periodo della rivoluzione culturale e politica mondiale, gli studi sociologici del vestire hanno trovato piena connessione con gli studi antropologici legati non solo al vestiario, ma anche alla relazione con il proprio corpo.

Il motivo di tutto questo? L’esplorazione del nostro corpo non può considerarsi legata soltanto ad un carattere strettamente scientifico, ma è definita il principale strumento di analisi di ciascun substrato culturale. Di conseguenza il corpo, ed in particolar modo il corpo “vestito”, diviene lo strumento fondamentale di analisi storica e contemporanea di ogni civiltà.

In merito a tale ricerca, risulta ancora più interessante porre la propria attenzione su come il corpo abbia assunto le sembianze di vero e proprio specchio dei più vasti scenari storici, economici e politici e di come “l’estetizzazione del mondo” proposta da sociologi quali Lipovetsky e Serroy non sia poi così lontana dalle realtà esistenti.

Un chiaro esempio della realizzazione del processo è percepibile nelle società africane e subsahariane e, nello specifico, nel loro non troppo recente approccio al sistema moda. Il tema del corpo e delle sue manipolazioni attraverso l’abbigliamento è sempre stato presente e silente nell’identità locale e, ciò che un tempo poteva considerarsi semplice tradizione, ora è pronto ad esporsi, ad entrare finalmente in stretto rapporto con il globale.

Allo stesso modo, fenomeni artistici e rituali tradizionali possono facilmente porsi in relazione a caratteri vestimentari, volti non solo a identificare un popolo in ogni suo aspetto, ma ad avvicinarsi, seppur con lentezza, ad un’idea sempre più radicata di commistione culturale.

Basti pensare alle città che fanno da sfondo alle settimane della moda africane per avere un’idea più chiara di come la comunione di genere e di culture voglia regnare indisturbata in territorio africano. La Nigeria, il Senegal, il Sudafrica sono pronti: i giovani talenti crescono di anno in anno, come anche la loro sfida nel combattere le debolezze dell’economia locale.

La nuova moda africana è un teatro postmoderno volto a riciclare e accostare elementi differenti al fine di rivendicare un’identità che non sia necessariamente solo africana, ma quanto meno caratterizzante.

Il romanzo di Chibundu Onuzo, “La figlia del re ragno” ci lascia con la stessa percezione. Abike, la protagonista, manifesta continuamente un forte attaccamento ad estetica e vestiario per la definizione di sé stessa, tanto socialmente, quanto individualmente. I suoi abiti sono fortemente occidentalizzati, il suo gruppo di amici rispetta gerarchie sociali estremamente comuni, quasi a sembrare stereotipate.

 

 

L’accento occidentale è evidente in ogni loro discorso, ma appare quasi estremizzato, come volto a descrivere altro. Una cultura, ad esempio. Abike si affezionerà ad un ragazzo, nel corso del romanzo, di ceto sociale differente dal suo. Lui vive nella Lagos povera, che Abike definisce mentalmente attraverso caratteri specifici: odori, ambienti tipici, si fondono col suo celato disgusto verso un mondo a cui non sente di appartenere, ma dal quale è incuriosita, poiché radicato in lei. La sua affezione per il ragazzo che deciderà volutamente di chiamare “Ambulante” e di cui non si conoscerà il vero nome, è un chiaro aspetto del fenomeno di estetizzazione analizzato da Lipovetsky.

La caratterizzazione del personaggio è evidente, non solo dalla sua caratterizzazione all’interno di un sistema societario, ma anche dal suo modo di vestire. Abike lo osserva, critica il suo vestiario ed i luoghi che frequenta, per poi finire con l’indossare, al loro primo appuntamento, i suoi jeans logori. Lo scopo? Certamente quello di uniformarsi, di sentirsi adatta ad un contesto che non sente proprio e che fatica ancora a comprendere come una semplice minigonna, ad esempio, non sia necessariamente associabile ad una “Ashewo”, una prostituta.

I riferimenti relativi al modo di vestire sono costantemente presenti. Descrivono realtà differenti, aiutano ad entrare in contatto con una percezione dell’adolescenza che in Occidente è ben definita da tempo.

Il contrasto tra le due facce di Lagos, quella povera dell’ambulante e quella ricca di Abike, fa da contorno ad ogni vicenda, quasi a giovarne la descrizione.

Un libro che all’apparenza potrebbe raccontare una storia forse scontata, o immaginabile, in grado di nascondere un mondo, dietro una frivolezza… totalmente apparente.

 

 

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Luci_di_libri / 17-10-2019

 

La mia storia è l’unica cosa di valore che mi sia rimasta, quindi non la condivido con chiunque.

Da quando ho iniziato a frequentare psicologia all’università, mi capita spesso di cogliere piccoli riferimenti a ciò che studio anche durante la lettura. Quando ne ho la possibilità, poi, mi piace usare i libri come punto di partenza per parlare di argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Così è successo con La figlia del Re Ragno, un romanzo che si presta bene ad introdurre il tema della resilienza, dal momento che tutti i personaggi hanno alle spalle dei vissuti di lutto e perdita con i quali si trovano a dover fare i conti lungo il corso della narrazione.

Il termine “resilienza” sta proprio ad indicare un processo attivo di autoriparazione e crescita in risposta alle avversità della vita. Questo significa che persone resilienti si diventa non malgrado le difficoltà ma proprio in virtù di queste. Ho sempre avuto la convinzione che anche dai momenti peggiori possiamo trarre qualcosa di buono e bello per la nostra vita, ed è stato interessante scoprire che l’ideogramma cinese che corrisponde alla parola “crisi” racchiude in sé questo duplice sguardo: è composto da due segni, un simbolo che indica “pericolo” e uno che significa “opportunità”. Quindi, nel processo di formazione della resilienza tutto si gioca nel modo in cui rielaboriamo e facciamo nostre quelle situazioni che ci toccano nel profondo, che ci feriscono, che potrebbero lasciarci potenzialmente più vulnerabili ma che allo stesso tempo ci forniscono l’occasione per ripartire più forti di prima.

La reazione più comune davanti ai piccoli e grandi traumi della vita è quella di accantonarli, relegarli in un angolo della nostra mente e non pensarci più. Spesso facciamo finta di nulla, asserragliati come siamo dentro a corazze su cui ogni situazione dolorosa rimbalza e torna indietro, senza che ci abbia minimamente scalfito. La tendenza a tagliare fuori le esperienze eccessivamente traumatiche è un ethos culturale che ci condiziona tutti, ma non è così che si costruisce la resilienza. Perché, se è vero che “pericolo” e “opportunità” sono le due facce d’una stessa medaglia, per vincere davvero bisogna essere disposti a stringerle entrambe tra le mani. Lo sforzo che ci viene richiesto, dunque, è quello di integrare l’esperienza intensa del trauma all’interno della nostra identità individuale e sociale; questo inevitabilmente condizionerà il modo in cui affronteremo la vita e le sue sfide in futuro.

Facile a dirsi, ma da dove si parte? Il primo step è quello di attribuire un significato alle difficoltà in modo tale da renderle più sostenibili e costruire una narrazione chiara e coerente di ciò che è successo così da essere in grado di elaborarlo. Ecco perché la frase del libro che ho riportato all’inizio mi ha così colpito: riconoscere che anche i momenti difficili fanno parte della nostra storia è il primo passo verso la resilienza. Il protagonista maschile – una delle due voci narranti del romanzo – questa cosa l’ha capita. Dopo la morte del padre è stato costretto ad abbandonare i privilegi della sua vita precedente e fare l’ambulante di strada pur di mantenere la madre e la sorella, eppure è riuscito a dare un significato a tutto questo. Anzi, va addirittura oltre e aggiunge un altro pezzo del puzzle: la sua storia non solo ha un senso, ha persino un valore. Sembra una banalità, ma tutto quello che ci succede è in grado di plasmarci e contribuisce a fare di noi esattamente ciò che siamo. Se riusciamo a vivere con questa consapevolezza diventeremo in grado di affrontare ogni sfida che la vita ci metterà davanti.

Tornando al libro, La figlia del Re Ragno è un romanzo che racconta di vite molto distanti tra loro, che si incontrano nello stesso angolo di Nigeria e si intrecciano l’una con l’altra. Abike – protagonista femminile e seconda voce narrante –, la madre e la sorella dell’ambulante di strada, Precious, Mr T., tutti hanno vissuto esperienze dolorose e ognuno di loro ha una propria storia da rivelare. Leggere questo libro mi ha fatto riflettere su quanti modi diversi abbiamo di reagire ad una stessa situazione e tutti possiamo riconoscerci, almeno in parte, in quello che viene raccontato. Attraverso questo romanzo la giovane autrice condivide con noi una storia che, forse, in parte è anche la sua storia; e questa è un’altra cosa fondamentale: raccontare – non a tutti, ma almeno a qualcuno – le nostre esperienze consente di specchiarsi l’uno nell’altro e fare un altro passo verso la resilienza.

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Titti Pentangelo / 4-10-2019

 

 

Certo che voglio tutto; come un uomo, in un mondo di uomini, voglio sfidare la legge. Voglio ottenere più di quanto mi era stato promesso in partenza. Non voglio che mi zittiscano. Non voglio che mi spieghino quello che posso fare.”

Se le donne sono tutte docili e graziose, allora Virginie Despentes non è per niente una di loro.

Della sua bellezza non le è mai importato, anzi si è sempre vista brutta e poco desiderabile. Lei, però, di desideri ne ha sempre avuti tanti e non le andava proprio di metterli da parte per vivere all’ombra di qualcuno. E se questo significava andare contro il suo stesso sesso pazienza: lei più a Kate Moss somiglia a King Kong.

Da qui il titolo del suo saggio, “King Kong Theory”, ripubblicato in Italia dopo tredici anni dall’uscita da Fandango Editore, con la nuova traduzione di Maurizia Balmelli.

Un testo forte, che scardina molte convenzioni sociali. Un urlo arrabbiato e potente in cui nessuno viene risparmiato, né donne né uomini.

Virginie non inventa nulla, racconta soltanto la sua vita. Quella di una ragazzina che voleva scoprire il mondo, di una donna che, seppur ferita, non ha mai accettato le regole che volevano imporle. Per lei l’immagine della “donna bianca, seducente ma non troia, snella ma non maniaca delle diete, buona padrona di casa ma non la classica sguattera, ambiziosa ma con dei limiti” che tentano di venderci in tutti i modi è pura invenzione. Una facile trovata della società capitalista per far sentire le donne sempre in difetto. Un modo per imporre la loro idea di femminilità.

 

 

Femminilità”..che parola strabusata. Tante volte Virginie si è sentita dire di non essere abbastanza femminile, di avere così tanta rabbia proprio per via della sua ostinazione ad essere diversa. Allora, ha provato ad “addomesticarsi”, a trattenere l’aggressività, ad essere docile e mansueta. Ma sempre con scarsi risultati.

Chi decide che cosa significa essere donna? E perché se non corrispondi a certi standard sei automaticamente tagliata fuori?

Virginie non ci sta e, allora, si fa fuori da sola. Via da qualsiasi limite e costrizione. Stop a generi e etichette. Lei è come King Kong, un essere neutro e senza sesso. Potenza pura.

Come il suo saggio, crudo e autobiografico. Lo stupro, l’esperienza della prostituzione, il modo in cui la società si relaziona con il porno: Virginie tocca tutti i temi più controversi. In questi casi, secondo lei, un’unica costante: la sottomissione delle donne al dominio dell’uomo.

Perché quelle rare volte in cui si è sentita donna è stato proprio quando era più debole. E, allora, se veramente si vogliono cambiare le cose c’è bisogno di tanto coraggio: “Il femminismo è una rivoluzione, un’avventura collettiva per le donne, per gli uomini e per gli altri. Una visione del mondo, una scelta. Non si tratta di opporre i piccoli vantaggi delle donne alle piccole conquiste degli uomini, ma di far saltare tutto.”

 

King Kong Theory

 

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Michela di bookmic_ / 2-10-2019

 

“La figlia del Re Ragno” di Chibundu Onuzo è un romanzo scritto in forma per lo più dialogica, in un lungo e sviscerante dialogo che narra una bizzarra e improbabile storia d’amore nata tra un ambulante e la ricca figlia di un grande uomo d’affari nigeriano. 

Due realtà che si incontrano o meglio si scontrano affacciate ai finestrini oscurati, varco in cui passano sguardi severi, gelati, caramelle, dolciumi e i pochi spiccioli che gli ambulanti si guadagnano correndo dietro alle macchine che talvolta si prendono gioco di loro.

Potrà funzionare tra di loro?

La trama intricata lega tutti i personaggi al padre di Abike, che sembra nascondere un passato tormentato e losco.

In tutto il romanzo più o meno velata è presente l’analisi, forse anche un po’ romanzata, della stancante sfida alla gerarchia ormai stratificata della società Nigeriana, che compie un diciottenne che di mestiere fa solamente l’ambulante, ma non da sempre.

Non lasciatevi trarre in inganno, non sempre tutto è proprio come ci appare: questo libro è sorprendente in quanto, inaspettatamente sono proprio gli stessi personaggi, per lo più di estrazione sociale subalterna, che hanno sfilze di pregiudizi pungenti, nei confronti gli uni degli altri.

Una storia complicata almeno quanto sembra nascere spontanea, tra le strade trafficate della Nigeria.

 

Cosa può unire due persone così diverse?

Forse Abike ha qualcosa di speciale, di diverso, e non si tratta della jeep, e neppure della casa con la piscina al coperto o del giardino estremamente curato, semplicemente qualcosa che va oltre il semplice fascino, per sfociare in attrazione, palpabile e asfissiante, che li inchioda entrambi alla dura realtà.

Affascinante e coinvolgente, quella di Abike e il suo ambulante quindi, non è affatto una storia facile, per nessuno dei due.

La ritmicità del testo è data dalle battute stringenti e poco introspettive. I dialoghi interiori anch’essi stringati, lasciano per fortuna solo al lettore, uno spaccato di intimità esacerbata e moderna, tendente all’individualizzazione cronica che si diffonde anche in Africa.

Piacevole dalle prime righe, intrigante dal primo capitolo, una lettura dal sapore esotico che mi sento di consigliare, per provare a conoscere una realtà per certi versi distante e diversa dalla nostra quotidianità.

– E voi siete più disobbedienti come Abike o più responsabile come l’ambulante?

Lo avete letto? Secondo me è davvero strepitoso, un esordio degno di tante attenzioni, aspetto con ansia il prossimo!

 

La figlia del Re Ragno

 

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Serena Marchi / 25 settembre 2019

 

Nel mondo la presenza delle donne in politica è sempre più una realtà consolidata. Angela Merkel, premier tedesca. Theresa May, fino a qualche mese fa primo ministro del Regno Unito. Christine Lagarde e Ursula Von Der Leyen, rispettivamente presidente della Banca centrale europea e presidente della Commissione europea. Kolinda Grabar-Kitarović, presidente della Croazia. Zuzana Čaputovŕ, presidente della Slovacchia. Nicola Sturgeon, premier della Scozia. Erna Solberg, primo ministro norvegese. Jacinda Ardern, premier della Nuova Zelanda.

L’elenco continuerebbe ancora con donne a capo di stati africani e sud americani, donne leader di movimenti e partiti negli Stati Uniti. In Italia, ancora nulla. Per ora.

 

I tre libri di Serena Marchi

 

Chissà cosa ne pensano, a riguardo, le politiche italiane. Chissà perché da noi si fa così tanta fatica ad accettare che le donne stiano ai posti di comando. Chissà perché il nostro paese non ha ancora avuto una Premier, una Presidente della Repubblica e perché le leader a capo dei partiti siano pochissime.

Chissà quali sono le storie delle principali donne che invece, nelle stanze dei bottoni, in Italia, ci sono arrivate. Donne di ieri e di oggi, giovani e adulte, di destra, sinistra e centro che là, nel cuore decisionale, siedono o si sono sedute. Perché del potenziale femminile si parla troppo poco. E si riflette ancor meno sul possibile ‘Pink Tank’, ossia un serbatoio di pensiero tutto rosa.

 

Serena Marchi

 

Non è stato facile convincere i principali nomi noti del ‘Pink Tank’ italiano a raccontarsi. Anzi, è stata la parte più complicata di questo testo. Interpellati via mail i loro uffici, non tutte le politiche alle quali avevo chiesto appuntamento hanno accettato (Maria Elena Boschi, Viola Carofalo e Susanna Camusso, per esempio), qualcuna ha temporeggiato fino a non farmi sapere più nulla (Alessandra Mussolini, Maria Stella Gelmini, Virginia Raggi, Giusi Nicolini, Debora Serracchiani) altre non hanno proprio risposto (Lara Comi, Elisabetta Casellati, Giulia Bongiorno, Chiara Appendino, Federica Mogherini).

Nonostante questo, nelle pagine che seguono, si trova uno spaccato rappresentativo dato da chi, invece, mi ha concesso tempo prezioso regalando a voi l’idea di quella che, a oggi, è la realtà delle donne che vivono o hanno vissuto la politica in Italia.

E chissà che le testimonianze di Emanuela Baio, Paola Binetti, Laura Boldrini, Emma Bonino, Mara Carfagna, Luciana Castellina, Monica Cirinnà, Anna Finocchiaro, Mariapia Garavaglia, Elisabetta Gardini, Cécile Kyenge, Marianna Madia, Giorgia Meloni, Rosa Menga, Irene Pivetti, Daniela Santanchè, Elly Schlein e Livia Turco possano servire da stimolo e da spunto per tutte le ragazze che, in alto, hanno la sacrosanta pretesa di arrivarci.

Speriamo presto.

 

La copertina di Pink Tank


Leonardo Palmisano / 26-07-2019

 

In “Nessuno uccide la morte”, il bandito Carlo Mazzacani è alle prese con la singolare scomparsa del suo amico Elia Colucci, il camorrista che difende la città di Taranto dalla Ndrangheta.

Mazzacani attraversa i suoi luoghi, arrivando a scoprire fatti impensabili, in una Puglia oscura e impenetrabile: quella Valle d’Itria dove i giovani di una comunità hippy, capeggiati da un’anziana matriarca, vendono alcool di contrabbando contravvenendo alle regole della Sacra Corona Unita.

Ed è proprio la morte di uno di questi giovani, Matteo Maltempo, innamorato di Elia Colucci, che spinge Mazzacani a muoversi come solo lui sa fare. Affondando il piede sull’acceleratore della Porsche, impugnando di frequente la Colt e svicolando dalle richieste insistenti della procuratrice capo Teresa Buonamica.

 

Il primo libro della saga, “Tutto torna”.


A fargli compagnia, come sempre, il gigantesco Luigi Mascione. Insieme, il duo della Banda dei Santi riuscirà a risolvere anche questo caso, con un susseguirsi di fughe e di colpi di scena, gettando una luce piena sui misfatti di una terra mafiosa e insanguinata.

Il tema di questo romanzo è l’amicizia, un sentimento che piomba nella vita del bandito quando pensa di aver ritrovato l’amore nella sua giovane compagna Isabella Uda. 

 

L’autore, Leonardo Palmisano


L’azione, il movimento e l’urgenza di cercare Colucci danno al bandito il pretesto per mettere ancora una volta la sua acuta intelligenza criminale al servizio di una morale superiore.

 

Nessuno uccide la morte


Martina Marianella / 1 agosto 2019

 

I’m every woman: un pensiero fraintendibile nel suo significato. Liv Strömquist gioca con la dicotomia attraverso la citazione sottile di un brano di Chaka Kan, uscito nel 1978. La canzone racconta di come una donna, racchiusa in sé ogni personalità femminile, possa essere finalmente perfetta per il suo uomo. Un’esasperazione dei ruoli che attualmente sembrerebbe anacronistica, forse, o alla quale ogni donna si opporrebbe, dando uno sguardo alle fasi del movimento femminista del secolo scorso. La condizione attuale della donna non potrebbe, di certo, definirsi la stessa di cinquant’anni fa: ma quali sono state le condizioni che hanno dato il via al cambiamento? L’evoluzione sociologica della popolazione ha portato ad una progressiva affermazione dell’uguaglianza di genere, sempre più distante dai preconcetti interposti tra identità sessuale e gerarchie sociali.

Liv Strömquist, nello specifico, ripercorre il racconto femminista attraverso voci di donne che, per una ragione o per l’altra, si siano trovate a seguire i loro uomini, non solo sostenendoli nella scalata verso il successo, ma anche nell’annullamento di loro stesse. Ma non si può parlare di grandi uomini senza far menzione delle grandi donne al loro fianco, e Liv lo sa bene. Il suo trattato postmoderno analizza, attraverso lo strumento del graphic novel, il processo di affermazione della donna come identità indipendente e libera, attraverso fonti storiche, giornalistiche e biografiche dirette ed indirette, soffermandosi specialmente sull’aspetto più sociale di un processo che, nel bene e nel male, dovrebbe coinvolgere ogni uomo.

Basti pensare alla figura di Priscilla Presley, moglie del cantante Elvis o ancora a Ronnie Spector, frontwoman del gruppo femminile The Ronettes: la prima trattata come un trofeo da mostrare, la seconda vittima delle ossessioni malate del marito. Di chi stiamo parlando? Nient’altro che del famoso produttore discografico Phil Spector. Erano gli anni del rock and roll, delle rivoluzioni, ma si era ancora lontani dall’idea di uguaglianza tra uomini e donne. La nostra autrice, però, sceglie di partire dal principio, parlando non di una, ma di tutte le grandi donne oscurate da grandi uomini e di cui mai si è sentito parlare. Racconta la verità, unita a tutte quelle situazioni scomode ed insidiose che portarono il nostro Einstein, ad esempio, a dichiarare la paternità della teoria sulla relatività, anche se precedentemente sperimentata con la moglie. Mileva Mari, anche lei fisica, anzi la prima ad averla studiata al Politecnico di Zurigo. Si è mai sentito parlare di lei?

 

 

Lo stesso percorso tematico ed iconografico analizzato da Liv Strömquist può essere affrontato attraverso l’evoluzione della moda che, per prima, si è trovata a subire una lenta “emancipazione” nel suo processo di democratizzazione. Ebbene sì, anche se potrebbe risultare strano, la moda si è evoluta lentamente in un processo di avvicinamento alla donna, rendendola unica, bella, speciale. La moda, nel suo processo evolutivo, ha abbracciato le donne ed è vicina alle donne. A tutte loro. A cominciare da Tulla Larsen, compagna di Edward Munch, per poi concludere con Yoko Ono, la moda si è trovata a subire una trasformazione continua, seguendo non solo il corso trascinante degli eventi, ma anche il progresso della società. Se la moda costringente delle sorelle Shelley si mascherava dietro l’amore libero del marito narcisista Percy, le minigonne ed il gender fluid furono il punto di forza che portò donne come Ronnie Spector alla ribellione.

La moda, influenzata dai tempi, cominciò lentamente a manifestarsi come rappresentazione della propria essenza, abbandonando per sempre l’idea di status sociale o di caratterizzazione di genere. La stessa teoria, confermata ed analizzata da sociologi quali Blumer e Lipovetsky, sarà sostenuta con forza da Diana Crane, la quale parlerà dell’influenza della moda nella società e dell’identità di genere attraverso il fenomeno del “bottom-up”, che ebbe la sua massima espressione verso la metà degli anni Settanta, nel processo di democratizzazione della moda. Non importa che la donna sia nuda o vestita, dal fisico asciutto o dalle curve morbide. Non importa come voglia apparire, a patto che la moda diventi piena espressione della sua personalità. Un processo inevitabile, dando uno sguardo al passato ed ai canoni di abbigliamento che imponevano l’appartenenza ad uno status, o peggio, ad una classe sociale volta a spersonalizzare l’identità di ognuno. Di conseguenza, se il femminismo è rappresentato di per sé come una lotta per l’uguaglianza, la moda può essere, senza dubbio, definita il suo principale strumento. La Crane continua la sua analisi attraverso la definizione di abiti “chiusi” ed “aperti”, tesi a rappresentare o meno l’uniformità e la fluidità di genere. “Le donne hanno saccheggiato l’intero guardaroba maschile – scrive parlando del jeans – e talora si sono preferiti abiti unisex”. Il jeans: lo stesso “abito unisex” che definirà la donna del nuovo secolo, declinabile nei più svariati usi e nel racconto di diversi aspetti della propria personalità. Lo stesso capo con cui Liv decide di rappresentare Yōko Ono, la figura di donna indipendente per eccellenza: forte, vera ed anche un po’ strega nell’immaginario collettivo, ma al tempo stesso bella ed ammaliante, per i medesimi motivi.

Pertanto Liv, nel suo processo creativo, racconta l’indipendenza femminile attraverso l’evoluzione delle culture e della società, che appaiono esattamente come lo specchio della moda, e della sua mutazione attraverso i secoli.

Nessuno può definire se il processo sarà breve, ma possiamo affermare con certezza che in entrambi i casi la chiave sia una: l’uguaglianza. Solo in quel momento, quando sarà la stessa uguaglianza a dominare ogni dinamica politica e sociale, potremmo finalmente guardarci negli occhi e dichiarare a piena voce: I’m Every Woman, sono ogni donna. Non per loro, per me stessa.

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Jonathan Bazzi / 26 luglio 2019

 

Non gli credo

 

Non gli credo.
Ho paura che non sia vero.
E se non è vero, stiamo solo perdendo tempo. La malattia progredirà indisturbata: le stiamo lasciando campo libero, il mio corpo a disposizione. Di me può fare quello che vuole.
È quello che farà.
Trent’anni, il medico curante credeva fosse mononucleosi, muore di leucemia.
Milano: la famiglia del giovane chiede di chiarire le responsabilità di una morte che forse si poteva evitare.
Torno a casa, mi rimetto a cercare in rete, mi affido ai siti, ai forum, cerco tra i valori e le descrizioni dei sintomi. Pagine che apro, una dopo l’altra.
No, non ce l’ho.
Non è mononucleosi.
Il medico si è confuso. Dice così perché non sa che pesci prendere.
Torno nel suo studio, gli porto gli esiti degli esami, quelli che gli ho mandato su WhatsApp.
In effetti i valori sono ambigui, dice. Potrebbe essere che ne stai uscendo, o che l’hai avuta in passato. Magari da piccolo.
Ma come uscendo? Io sto male adesso, io sto sempre peggio.
Continuiamo con le vitamine e gli integratori, dice. Ah guarda, oggi mi hanno portato un campione omaggio di queste pastiglie erboristiche. È una radice cinese potente, una bomba.
Se vuoi, te ne lascio una confezione.
Fammi sapere.
Torno a casa, mi metto a letto. Raccolgo le gambe, mi raggomitolo. Provo a chiedere a qualcun altro.
Mando una mail dal cellulare a Lorenzo, un ragazzo che ho conosciuto anni fa in una delle scuole di yoga che ho frequentato. È medico, ginecologo, insegna anche lui. Un po’ mi vergogno – non siamo così in confidenza – ma più pareri raccolgo e meglio è.
Mi risponde in fretta: i sintomi in effetti sono compatibili con la mononucleosi.
Gli chiedo nello specifico dei miei valori ma non risponde più. Devo chiedere a una mia collega, dice.
Silenzio. Più niente.
Si sarà dimenticato.
Non ha senso scrivergli ancora.
Allora cambio consulente, scrivo a Eugenia: lavorava per la televisione, poi ha mollato e si è dedicata all’insegnamento dell’Iyengar, lo yoga dell’allineamento. Mi dice di prendere la papaya fermentata: costa un po’ ma rinforza il sistema immunitario.
Visto che la mononucleosi non ha una cura specifica, secondo lei intanto mi posso aiutare con quella.
Sto continuando a insegnare. E quando insegno faccio finta di niente.
Evito di raccontare ai responsabili dei posti in cui lavoro che non sto bene: la mononucleosi è contagiosa, va a finire che mi lasciano a casa. Sto continuando a fare lezione anche se non vorrei: non posso smettere, mi servono i soldi. Non dimostro le posizioni, cerco di guidare le classi il più possibile con la voce.
Se mi sento troppo stanco, mi appoggio alla parete o mi siedo per terra.
Mi sforzo di non dare nell’occhio.
Non vorrei più uscire di casa ma non ho alternative. Ogni volta il pensiero già proiettato al dopo, a quando sarà tutto finito. Faccio la spola tra il letto e il divano. Mi nascondo sotto la coperta di pile con i gatti, mi riaddormento e puntualmente ricomincio a sudare.
Mi sveglio, mi alzo, mi cambio e torno a sdraiarmi.
Questo è il nuovo ritmo delle mie giornate.
Una sequenza di gesti senza futuro.
Nessun progetto, nessun desiderio.
Poi però novità: non ho più solo la febbre. Irritazione al palato, raffreddore, muco, gola infiammata.
Una settimana, due settimane: era un’influenza inceppata?
Ora si sfoga e se ne andrà, come ogni altra influenza che ho avuto.
È stata una fase, un momento di debolezza, succede.
Mia madre mi chiama: come ti senti?
Al solito, di sicuro non andrei a farmi una corsa.
No, certo. Un po’ alla volta.
Mi si abbassa la voce, le corde vocali bloccate, compromesse anche le vie respiratorie. Inalo almeno tre volte al giorno il vapore dalla pentola più grossa che ho in casa, riempita di acqua bollente. Nell’acqua lascio cadere dieci gocce di Tea Tree Oil, l’olio essenziale ricavato dalla melaleuca, una pianta australiana usata dagli aborigeni. L ’ho letto su internet: va benissimo per le infiammazioni.
Uno, due, tre giorni.
Non mi fa niente.
Provo ad assumere l’olio direttamente per via orale: solo un paio di gocce, mi consiglia chi se ne intende. Estremo rimedio, dicono, non bisogna abusarne. È fortissimo, sa di deodorante per armadi. Il sapore resta in bocca per ore.
Due giorni, tre, quattro: stesso risultato, non mi riesce a curare.
Se non è mononucleosi, allora cos’è?
Perché ho la febbre da settimane?
Non posso fare a meno di digitare nella barra di Google. E se è un tumore? Leucemia? Un linfoma? Continuo a cercare online, mi assillo con le informazioni rintracciate in rete. Marius mi dice di smetterla, che non serve a niente. Ma a cos’altro dovrei pensare?
Leggo e rileggo le stesse cose, in continuazione. Imparo sintomi, evoluzione e cura di un numero spropositato di malattie, scivolo giorno dopo giorno in una competizione interna tra le ipotesi e gli scenari peggiori. Tra le possibilità scelgo sempre quella più eclatante, quella senza rimedio: mi porto avanti, devo prendermi cura del panico. Soddisfarlo mi viene più facile: immagino tutto il male possibile.
Basta, ho deciso: è un tumore.
Arriverà, sta arrivando il tempo della chemioterapia.
Mi diranno la data del ricovero. Saluterò il mio ragazzo, saluterò lui e saluterò i gatti. Li bacerò – per l’ultima volta? – e andrò a farmi riempire di tubi e di farmaci che mi faranno stare ancora peggio di come sto. Sarò lontano, a letto, mi dovranno aiutare a fare tutto.
Mi verrai a trovare? Mi amerai ancora mentre me ne starò andando?
Ricoverato, dovrò andare via da qui, da casa nostra. Io che non mi allontano mai, che non posso lasciarvi neanche per due giorni di fila, finirò in un qualche ospedale mai visto. Mi cadrà tutto: le sopracciglia, i peli, i capelli.
Com’è una faccia su cui non resta più niente?
Dormo sempre di più – dormo per non pensare, per avere un po’ meno paura. Non riesco più a leggere, né a scrivere e allora dormo, mi spengo, mi calmo col sonno. Inizio a saltare delle lezioni in palestra, mi faccio sostituire. Mi telefonano, mi cercano. Spesso neanche rispondo.
Come mai non sei venuto? Ti aspettavamo.
Non mi interessa più niente, non ho più la forza di controllare, ricordarmi, essere responsabile – costi, scadenze, bollette –, procurarmi i soldi per le spese e l’affitto.
Vada tutto come deve andare.
Tanto ho capito cosa mi aspetta.
Scrivo al mio medico: sto pensando di andare al Pronto Soccorso, inizio davvero a essere al limite.
La febbre come va?
Ieri sera e stamattina la temperatura era normale, poco fa invece è salita a 37.3.
Se ti fa sentire meglio, vacci.
Ci vado davvero, ma non serve a niente: la mia non è un’urgenza, dicono.
È da gestire col medico curante.
Possono darmi solo il codice bianco.
La prospettiva di restare ore su una sedia mi annienta. Letto, divano, io mi devo sdraiare.
Ritorno a casa.
Un pomeriggio, due, cinque.
Perdo la cognizione del tempo.
Cerco qualcosa da guardare mentre mi riaddormento.
Su YouTube apro uno dopo l’altro tutti i video di Maurizia Paradiso malata, quelli che ha postato mentre era ricoverata per la leucemia al San Gerardo di Monza e faceva la chemio. Parolacce, urla, nessuna censura. Lei ci scherza, io mi preparo a quel che verrà. La guardo che ride, sbraita, manda affanculo: non è mica la fine del mondo. C’è vita anche lì. È successo anche ad altri: fatemi vedere come si fa. Trovo i video di alcune ragazze che hanno scoperto di avere il cancro e hanno deciso di documentare giorno per giorno quello che stanno vivendo. Donne di venti, trent’anni, senza capelli, gonfie, con la pelle grigia e le occhiaie nere.
Toccherà anche a me, sì, ma non devo morire per ora, non deve succedere adesso: devo fare la chemio, magari operarmi.
Un passo alla volta.
Resisto un po’, torno dal medico.
Senti, io sto ancora male.
Guardiamo un’altra volta gli esami.
Ah, ma scusa, non ti hanno inserito l’emocromo, l’esame di base, la cosa più importante, la prima che si va a controllare. Globuli rossi, globuli bianchi, piastrine: se c’è un’infezione si vede da lì, se è un tumore pure.
Non c’è? Forse ho sbagliato io. Pensavo di avertelo segnato invece mi sarò distratto. Scusami, a volte sono un disastro. Facciamo l’emocromo e già che ci siamo controlliamo anche qualche altra cosa. Da quanto non fai l’esame dell’HIV?
Da un po’.
Mento.
Non l’ho mai fatto.

 

[La foto dell’autore è di Claudia Beretta]

Vai a Febbre.

 

 


Elisa Casseri / 19 luglio 2019

 

«Parli solo della struttura di questo libro»

«Non è vero»

«E le quattro voci… E i salti temporali… E i rapporti simbiotici…

E il ciclo delle piante… E le stagioni che permutano… E poi le micorrize…»

«Ma perché mi stai sgridando?»

«Perché fai sembrare il tuo romanzo un libro complesso. Vuoi che sembri un libro complesso?»

«No, che non voglio. Anche perché non è un libro complesso»

«Invece È un libro complesso, ma non lo deve sembrare»

«Non ho capito»

«La complessità è una cosa bella solo se non la dici. Se la dici, se cerchi di spiegarla, disorienti»

«Quindi per non disorientare devo mentire?»

«No, non devi mentire. La devi smettere di parlare SOLO della struttura di questo libro»

«Vabbè, a me sembra che mi stai chiedendo di mentire. E poi guarda che le micorrize…»

«Dio ce ne scampi e liberi da queste dannate micorrize…»

[Conversazioni su La botanica delle bugie, 2019]

C’è stato un periodo, dopo la laurea, in cui ho risposto a un sacco di annunci di lavoro. Sapevo che non volevo fare niente che c’entrasse con quello che avevo studiato, ma ero in quell’interregno strano (che, devo ammettere, non ho mai veramente abbandonato) in cui, mentre si cerca di capire in che modo gestire filosoficamente la scrittura e la vita, si sa che si deve pure pagare l’affitto e allora tanto vale muoversi.
Ho fatto dei colloqui insensati, durante i quali ho reagito con impeccabile concretezza a domande come «Dove ti vedi tra cinque anni?», non credendo a nemmeno una delle parole che pronunciavo. Mi ricordo che, una volta, dopo aver risposto a un annuncio molto vago, mi sono ritrovata a fingere una sapienza econometrica di fronte alla donna che mi doveva valutare e che, appena mi sono seduta, mi ha detto che mi sarei dovuta occupare della cessione del quinto.
«Sa cos’è la cessione del quinto?».
«Certo che lo so», ho risposto io – che non lo so nemmeno adesso cosa sia la cessione del quinto.
È stato il periodo in cui ho domandato tantissime volte a me stessa quello con cui, per tutto il resto della vita, ho ossessionato ogni persona con cui ho avuto a che fare.
Dopo ogni giornata passata a rispondere agli annunci, dopo ogni telefonata in cui cercavo di convincere qualcuno della sensatezza di quello che stavo facendo, dopo ogni terribile colloquio in cui portavo il mio curriculum in formato europeo e raccontavo la mia tesi e le mie skills, mi guardavo in uno specchio e me lo chiedevo.
Pure oggi, a cosa è servito mentire?

Ovviamente non sono riuscita mai a darmi una risposta soddisfacente, così come non ci sono mai riusciti, per tutto il resto della vita, mia madre, mio padre, il mio migliore amico, il prete, il professore di Meccanica dei solidi, l’allenatore di salto in alto, mia nonna, il dirimpettaio, il cane di quartiere. Non c’è riuscito nemmeno un mio fidanzato musicista che, all’inizio, sembrava essere un estimatore della verità – mi diceva di saper riconoscere i miei «Sì» veri da quelli finti perché questi ultimi suonavano in bemolle – e poi quando decise di lasciarmi mi disse che lo faceva perché non sorridevo abbastanza.
«In che senso non sorrido abbastanza?», gli chiesi io, senza sorridere.
«Nel senso che non sorridi abbastanza».
Dopo qualche mese in cui ci eravamo lasciati e ripresi, scoprii che si stava sentendo con un’altra ragazza, allora lo guardai intensamente e glielo chiesi.
«Ma non potevi dirmi la verità? A cosa è servito mentire?».
«Non lo so», mi rispose.
Tolta mia sorella, che si è sempre spesa in risposte articolate e di concetto alla domanda «A cosa serve mentire?» (non ultima, ieri pomeriggio, quando mi ha detto: «Mentire è un atto di civiltà»), «Non lo so» è sempre stata una delle risposte più gettonate. In qualsiasi tempo verbale, tono vocale o clima emotivo io abbia declinato quella domanda, «Non lo so» è stata una reazione sempre molto usata. Forse perché è vera?
Non lo so.

So che si mente per ottenere un lavoro o per poterlo lasciare. So che si mente per riuscire ad amare o per lasciarsi odiare. So che si mente per gioco o per fatica. So che si mente perché non si sa distinguere una chitarra da un basso o perché si capisce troppo bene la musica. So che si mente per circostanza o per scelta. Insomma, so, come lo sanno tutti, che si mente per tutto e il contrario di tutto. E so (perché ci ho provato) che non è possibile trovare una funzione matematica che definisca il rapporto tra quello che è vero e quello che non lo è.
Per questo, a un certo punto, ho cercato di smettere di indagare, di non accanirmi nello scorticare tutti con le mie domande disorientanti, con i miei tentativi di soluzione, con le strutture nelle quali cercavo di incasellare i processi mentali che mi avevano, li avevano, ci avevano portati a fare, non fare, mentire, non mentire, capire, non capire.
L’ho detto, l’ho giurato: «La smetto». Però poi non l’ho fatto.
In pratica, ho mentito.

E a cosa è servito mentire? Beh, per una volta, mi sono saputa rispondere: mentire, per me, è servito a scrivere La botanica delle bugie, un libro che non parla mai, nemmeno per una volta di micorrize. Lo so che io non faccio che parlarne, ma nel libro non c’è nemmeno un’occorrenza di questa parola. Davvero.
E allora, lo giuro: la smetto.
Da oggi parlerò solo di cessione del quinto.