Elsa Dorlin / 06-05-2020

 

Mentre la Prima guerra mondiale segna una battuta d’arresto per molte mobilitazioni femministe in Europa, interrompendo con ciò persino lo sviluppo dell’autodifesa femminista, l’autodifesa femminile conosce, invece, un nuovo slancio durante la Seconda guerra mondiale.

Le donne, che in questo momento sono oggetto di un’intensa propaganda che le incoraggia a raggiungere in massa le fabbriche per sostenere lo sforzo bellico, sono chiamate in causa come donne forti, coraggiose, capaci di fare il lavoro dei loro uomini.

Ora, questa domanda poco si addice alla norma dominante di una “femminilità indifesa”. Vengono lanciate campagne pubbliche destinate a insegnare alle donne a battersi e a rispondere colpo su colpo agli uomini disonesti che non sono stati mobilitati al fronte e che avrebbero la tentazione di approfittare della vulnerabilità di queste ragazze, madri e spose abbandonate a se stesse.

Come impone il contesto nazionalista, la difesa di sé e l’orgoglio femminile diventano non solo leciti ma costituiscono dei “valori ponte” che rappresentano la potenza e l’unità della nazione.

Ne è una testimonianza l’immagine ampiamente ridiffusa e ripetutamente distorta a partire dal 1980 sotto il nome di “Rosie the Riveter” e lo slogan che l’accompagna “We Can Do It!”. Di fatto, sono mescolate due rappresentazioni diverse.

L’immagine “We can dot it!”originale, creata nel 1942 da J. Howard Miller per la Westinghouse Company’s War Production Coordinating Committee, rappresenta un’operaia (il cui modello è Geraldine Hoff, una ragazza di 17 anni assunta in una fabbrica di metallurgia), truccata, dallo sguardo deciso, in tuta da lavoro e bandana rossa, che mostra con orgoglio il bicipite.

In realtà questo manifesto all’epoca è stato diffuso solo localmente e rinvia a tutta una serie di manifesti che incoraggiano le lavoratrici a entrare nelle fabbriche metallurgiche e a essere più produttive. “Rosie the Riveter” è un’opera di Norman Rockwell, pubblicata a maggio 1943 nel Saturday Evening Post, che rappresenta un’operaia americana dai capelli rossi, muscolosa, in tuta da lavoro, seduta a mangiare un panino durante la pausa di lavoro, che tiene la sua pistola a rivetto poggiata sulle ginocchia e calpesta un esemplare del Mein Kampf.

Rockwell ha fatto posare la sua modella (Mary Doyle, un’operaia di una compagnia telefonica di 19 anni) in modo da riprodurre la posa del profeta Isaia dipinto da Michelangelo nel 1509 nella Cappella Sistina.

Questa iconografia patriottica che mette in scena le americane in un tipo di femminilità molto “ambigua”, va di pari passo con un’ondata di pubblicazioni sulla necessità d’imparare a difendersi e di manuali di autodifesa destinati alle ragazze e alle donne.

Così, dietro la promozione di un’autodifesa femminile, bisogna soprattutto identificare gli interessi nazionalisti e capitalisti di una valorizzazione ad hoc della femminilità laboriosa, giovane e muscolosa. Questa norma di femminilità operaia, promossa per un periodo, sarà presto rimpiazzata dall’ideale borghese della “padrona di casa”, per definizione bianca.

 


Michele Cocchi / 2-05-2020

 

Scrivo racconti e romanzi per passione, per necessità, perché non potrei fare altrimenti, ma nella vita, quella di tutti i giorni, faccio lo psicoterapeuta e in queste settimane, inevitabilmente, il mio lavoro come quello di tutti è stato stravolto, non sospeso – in questo mi sento un privilegiato – ma stravolto sì.

A casa, all’ora prestabilita, dopo aver scelto un angolino sufficientemente riservato protetto dai suoni della vita domestica la quale, in qualche modo, prosegue riproducendo una parvenza di normalità – mia moglie che si muove tra le stanze, i giochi rumorosi dei bambini, i gatti che miagolano o graffiano le porte… – all’ora prestabilita chiamo, o vengo chiamato, dai miei pazienti che da quasi tre settimane incontro a distanza sullo schermo di un telefono o di un computer. Non dirò a quali riflessioni questo cambiamento mi porta, ma di alcune sensazioni provate sì: la mancanza del contatto fisico e di una certa ritualità protettiva; il sentimento di estraneità; il mal di testa; la paura di dire parole che possono attivare emozioni intense e non potermi protendere in avanti come per dire ci sono, ti sostengo; la loro intimità offerta alla mia vista, fatta di abitacoli di auto o scaffali di libri o poltrone e cuscini se si tratta di adulti, di peluche o poster appesi alle pareti o custodie aperte di videogiochi gettate sul materasso se si tratta di adolescenti; mentre i bambini, che chiamo soltanto per un saluto, si fanno invece trovare seduti al tavolo di cucina con a fianco scatole ricolme di pennarelli e mazzetti di fogli per trascorrere l’ora insieme a disegnare, o con scatole di plastica trasparente straripanti pezzetti di lego per costruire rifugi impenetrabili per nascondersi dal nemico invisibile… Ma c’è una particolare categoria di ragazzi su cui vorrei soffermarmi più a lungo. Sono quelli che chiamano, con una parola dal terribile suono, hikikomori, termine che io non amo perché alla lettera significa colui che ha scelto di isolarsi. Come loro, oggi, anche il resto del mondo improvvisamente si è ritirato nella propria casa – chi una casa ha la fortuna di possedere – per necessità, certo, non per scelta, ma come per necessità – a mio modo di pensare – si sono ritirati loro. Non è vero, infatti, che i ragazzi che si isolano nascondendosi al mondo, interrompendo la scuola, lo sport, le uscite con gli amici per chiudersi progressivamente in spazi sempre più ristretti – la casa, la propria camera, il proprio letto – e in silenzi sempre più profondi e ostili, lo facciano perché non hanno alternativa, lo fanno – come adesso noi – per necessità, per difesa.

Noi ci siamo rifugiati perché qualcosa di terribilmente minaccioso ci ha costretto a fermarci, e di conseguenza ci domandiamo, adesso, se la vita di prima fosse davvero migliore di questa, se non fosse troppo frenetica, troppo centrata su una visione consumistica e individualistica dell’esistenza, congetturiamo su cambiamenti necessari, su un mondo più lento, più solidale, più generoso, più rispettoso dell’ambiente.

Loro, i ragazzi autoreclusi, tutto questo lo hanno sentito molto prima di noi, sulla loro pelle, e la conclusione a cui sono arrivati – consapevole o meno che sia – è stata quella di rifugiarsi in casa.

Non siamo, in questi giorni, esattamente come loro, questo no, la nostra vita è stata stravolta, la loro, invece, non è cambiata: continuano ad alzarsi alla stessa ora dei giorni, settimane o mesi precedenti, a svolgere le poche attività che costellano la loro giornata, infine ad andare a dormire spesso senza sogni da sognare, indifferenti alla società che li circonda e con la quale hanno interrotto ogni rapporto perché – questa società – troppo complicata da comprendere, troppo difficile da affrontare, con troppe pretese o aspettative e, soprattutto, verso la quale non si sentono all’altezza.

Alcuni di loro mi dicono: Sto bene, per me è tutto come prima. Sono quelli che ancora non hanno riaperto le porte al mondo, quelli che sono ancora troppo delusi – soprattutto da se stessi – per ricominciare a sognare una vita reale, preferiscono fantasticarne una da supereroe sdraiati sui loro letti. Loro mi preoccupano, ma come mi preoccupavano prima. Coloro per i quali temo di più sono invece quelli che avevano fatto dei piccoli passi in avanti, quelli che dopo aver demolito tutto, disinvestito da tutto, rinunciato a tutto, sofferto l’angoscia della separazione e della solitudine, quando il mondo si era finalmente dimenticato di loro, e loro si erano finalmente rimessi in marcia, nella vita, a passetti lenti e silenziosi, ecco che sono stati rigettati nelle loro camere, sui loro letti, nelle loro fantasticherie a occhi aperti.

Probabilmente domani, quando ci diranno che è tutto finito, noi ritorneremo alle nostre vite e ci dimenticheremo delle nostre riflessioni – è questo che in fondo vogliamo, no? Che molti di noi desiderano – e tutto ripartirà come prima. Ma per loro no, per loro, l’isolamento – quello necessario per fuggire il nemico invisibile – non finirà.

Perché sento il bisogno di parlare di questo? Mi domando. Forse perché non si tratta soltanto di parlare del mio lavoro stravolto, o di uno dei numerosi dolori che la mente può provare, ma di imparare qualcosa – qualcosa che può essere utile a tutti – da chi ha sofferto prima di noi.


Serena Marchi / 2-05-2020

 

Io sono tornata bambina. Ai lunghi, interminabili pomeriggi estivi passati ad annoiarmi sotto l’acero del mio giardino. Quando guardavo il cielo dove le nuvole assumevano le forme più disparate e ci vedevo dentro qualunque cosa. Vuoi un cane, uno squalo, un coccodrillo o un folletto.

 

La chiusura forzata in casa per il coronavirus per me è iniziata a inizio marzo. Una febbre e un piccolo dolore al petto mi hanno costretta tra le mura domestiche ben prima del lockdown imposto dai decreti di Conte. Il giorno in cui sarei dovuta rientrare al lavoro è coinciso con il primo di quarantena forzata in tutto il Paese. Qui Verona, per un breve tempo la terra di mezzo della prima grande zona rossa del nord Italia, circoscritta tra le province di Milano, Brescia, Vicenza e Mestre. Mosca bianca, sembrava. Contagi minimi, pareva. Era -ahinoi- solo una questione di tempo.

 

Con la successiva chiusura di tutta Italia la mia quotidianità è cambiata, assieme a quella di milioni di altre persone. La camera che diventa ufficio, la moka che diventa macchinetta del caffè, il telefono che diventa porta sul mondo. Tutto si chiude in cento metri quadrati più una terrazza dove ogni cosa si amplifica e i contorni perdono fastidiosamente forma. Ed è lì che, lontana da tutti, per salvarmi da nevrosi causate dal rumore insopportabile di mio figlio che mastica o dal gatto che si fa ripetutamente le unghie, io sono tornata bambina.

 

Ero problematica, me piccina. Da piccola non parlavo. Preferivo starmene zitta, chiudermi nel mio mondo e osservare tutto quello che mi girasse attorno. La noia era tra le mie migliori amiche. Libri e noia, per la precisione. Con loro passavo ore a immaginarmi vite parallele, tratte dai cartoni animati o dai racconti che leggevo. Un giorno ero Candy Candy e raccoglievo fiori per adornarmi la camera, un altro ero Lady Oscar e cercavo nell’armadio di mio fratello i vestiti che più mi facessero assomigliare a lei. Un altro ancora ero Dorothy e immaginavo di indossare magiche scarpette rosse mentre il mio cane Rocky -un meticcio pieno di pelo- diventava Totò e mi guardava incuriosito.

 

Io e me, sotto l’acero, a canticchiare canzoni, a sognare il futuro, mentre il tempo lentamente passava. Un po’ come adesso, quando spengo il pc e ‘chiudo’ l’ufficio. Mi sono imposta un gioco, in questo strano tempo sospeso dove non sono più una bambina ma una tra i tanti che rispetta le regole e rimane a casa: trovare almeno tre cose belle, degne di nota, durante la giornata. In realtà ho rubato l’idea e una preziosa amica, che me l’ha prestata volentieri. Ora, quando sento le mura della stanza che mi si stringono contro e pare mi stiano per cadere addosso, quando le giornate paiono tutti identiche e le ore sembrano incagliate in un eterno presente, cerco una cosa bella.

 

Se accade (e me ne accorgo), me la appunto, per poi farne il riassunto serale. E così ecco la riscoperta del silenzio, l’odore forte del temporale, l’adozione di un ippopotamo a distanza, le note di una canzone dimenticata, un’ape che si ostina a voler entrare in casa, un orso che arriva nelle deserte colline veronesi, sentirsi cercata da chi è rimasto lontano, il sapore delle fragole, notare che non mi trucco da oltre un mese, alcuni angoli di casa che trasmettono emozioni, veder scivolare da un libro una vecchia cartolina, il gusto dolce delle mandorle, riordinare i miei libri, aprire una bottiglia di buon vino rosso.

 

Sono tornata a vedere le piccole cose, apparentemente insignificanti, come faceva patologicamente la me bambina. Ritrovate attenzioni che a me donano un po’ di gioia e mi fanno capire che basta poco, basta spingere un po’ in là lo sguardo, ed è già domani.


Carla Fiorentino / 30-04-2020

 

Prima di andare avanti nella lettura dovete sapere una cosa fondamentale: io in quarantena ci sto benissimo. E quindi, se siete qui per leggere una lunga elencazione di lagnanze di quanto mi manchi correre per ore lungo il fiume, scalare le montagne a mani nude o camminare scalza in mezzo ai boschi, sappiate che siete nel posto sbagliato, anche perché tutte quelle cose lì io non le ho mai fatte in vita mia né ho mai sognato di farle. Mi accontento beatamente di stare seduta sul mio divano a leggere e pensare. Più leggere che pensare ma questa è un’altra storia.

Ovviamente non vuol dire che me ne freghi di quello che succede al mondo ma anzi, proprio perché lo tengo in grande considerazione, sono ligia a rispettare le nuove regole. E quindi vi dico, non senza un sorrisetto di soddisfazione, che sono più di trenta giorni che non esco di casa. Ho spezzato la clausura solo per fare un salto dal macellaio di fronte al portone di casa, per procacciarmi il santo agnello pasquale che da brava sarda non poteva mancare nella mia tavola. E lo so che così mi inimicherò un’altra buona quota dei miei dieci lettori, ma questo è un diario di quarantena e se non si è sinceri nei diari allora ditemi voi dove dovremmo esserlo. Dunque, il divano.

Per quelli pochi che mi conoscono, non è un mistero che per me il paradiso abbia l’aspetto soffice e accogliente di un divano, possibilmente di colore verde. Non vorrei quindi sprecare battute preziose, per ribadire come sia felice di poter passare quanto più tempo possibile in sua compagnia. La bellezza di questi giorni sospesi però, non solo ha consolidato per me i vecchi amori, ma ne ha visto nascere di nuovi. Uno più di tutti è quello per l’acero giapponese che ho ricevuto in dono dai miei colleghi a inizio autunno. Lui che durante l’inverno aveva perso tutte le foglie trasformandosi in una scultura di arte povera, proprio agli inizi della quarantena si è cosparso di gemme che si sono trasformate ben presto in una cascata di foglie verdi. Esattamente di quel tono di verde che a me fa brillare il cuore. E sì lo so che il mio è un personaggio cinico ma questa scivolata di romanticismo me la dovete proprio concedere.

Nelle ultime ore del pomeriggio quando il sole si appresta a tramontare, io mi siedo in terrazzo con un bicchiere di vino in mano e lo guardo, il mio angolo di universo Myazakiano personale e sono felice. Qualche volta la mia attrazione nei confronti delle sue foglie verdi è così forte che mi alzo dalla sedia e le accarezzo. E mentre il mio vicino parla con google io parlo con lui. Il mio acero giapponese che si è rivelato il migliore compagno di quarantena possibile (dopo il divano per carità che se mi sente son dolori). E poi ci sono i nuovi rituali che danno dinamicità a queste giornate che potrebbero correre il rischio di essere tutte uguali.

Il martedì alle undici ricevo via email l’elenco di prodotti locali a km zero e ho un’ora di tempo per compilare la mia personale lista della spesa. Prima invio l’ordine e più possibilità ho di accedere ai prodotti più ambiti come la mozzarella di bufala o i biscotti al cioccolato crudo. Così che quella che potrebbe essere una banale spesa online si trasforma in una vera e propria avventura. Il giovedì arriva la spesa intorno alle due del pomeriggio e il momento in cui il citofono trilla e io pronuncio la fatidica frase “la metta pure in ascensore” mi regala sempre un fremito. Per non parlare poi dell’emozione nell’apertura della scatola magica che contiene sì tutte le prelibatezze da me consapevolmente scelte ma anche una quantità di prodotti misteriosi che vengono inseriti d’ufficio e cambiano ogni settimana. Ed è a questo punto che scatta un’altra magia di questa quarantena.

Quando la scatola si apre e la cucina viene investita da una folata di profumi di verdure meravigliose, io respiro a pieni polmoni e faccio incetta di campi arati, di orti e fienili e aie e campagna. Altroché corsa lungo il fiume e montagna scalata a mani nude e passeggiata scalza nei boschi. E poi succede che le suddette verdure quando le vado anche a mangiare abbiano tutto un altro sapore rispetto a quelle che, fino al giorno prima della quarantena, ho acquistato al supermercato sotto casa. Quel supermercato dove oggi tutti scalpitano per andare a costo di incappare nel virus o nella multa di qualche poliziotto zelante.

Poi c’è il sabato dedicato alla pizza, ovviamente impastata a mano con farine bio di grano estinto, acquistate online dopo lunghe ricerche e consultazioni di gruppo, al mulino collocato nella provincia più estrema di una qualche regione del regno perduto di Uzul. Poi c’è il fitness delle dodici e trenta, gli skyperitivi delle diciannove, la riunione del giovedì, le videochiamate famigliari su whatsApp, le fiscion su nefflix, le imprese culinarie che masterchef mi rifiuta per eccesso di zelo e la lettura. Ore e ore dedicate all’attività che in fondo è quella che più amo e che la quotidianità convulsa della metropoli sempre più mi ostacola: l’immersione nelle storie degli altri che alla fine diventano tutte la mia.


Erica Mou / 28-04-2020

 

Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. La tovaglia messa e poi tolta. Il tavolo passa da mensa a ufficio per lavori smart, che ogni tanto si incagliano nella tecnologia. Questo tavolo che altre volte è una bisca, una sala operatoria per calzini da rattoppare, un piano di impasto per pietanze antiche che mai avremmo pensato di cucinare. Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Le nostre stagioni quotidiane ruotano tutte attorno a questo tavolo, il nostro asse terrestre, che ogni tanto allontaniamo e avviciniamo al muro, così, tanto per provare. Come è più elegante la natura, di noi. Che al posto del tavolo apparecchia la terra, coi suoi fiori. Corri, se ti affacci al balcone si sente persino l’odore, oggi.


Estate. Autunno. Inverno. Primavera. Lo vedi? Lo vedi come la natura è più grandiosa di noi? Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Proprio non reggiamo il confronto. Mi avevi detto che quest’anno saremmo andati in India, perché tra pochi giorni compio trent’anni e tu dici che in India bisogna andarci prima di mettere su famiglia, quando si è ancora spericolati e non ci fa paura niente. Di indiana, amore mio, ci è rimasta solo la fila al supermercato. E l’altro giorno, mentre pregavo di trovare il lievito, ci ho pensato e mi è venuto da ridere.


Per fortuna ci sei tu, in questa casa con me.
Ti ho visto sdraiato sul divano con un libro in mano e ho pensato che forse possiamo ritrovare noi stessi anche qua, in questi quattro pasti, in questi quattro angoli di stanza. Forse la nostra India sta in questo appartamento. L’atro giorno mi sono ricordata che ho le gambe, mi succede ogni tanto quando sono un po’ triste di dimenticarmi di avere le gambe, soprattutto quando non esco, soprattutto quando fa un po’ freddo. In casa è entrata un’ondata di sole e mi sono ricordata che ho le gambe, mi sono messa la gonna e me le sono guardate per un tempo che non saprei dirti ma è stato parecchio. Cena. Colazione. Pranzo. Merenda. Tutto il resto si è asciugato ed è rimasto solo questo.

 

L’essenziale. I piccoli traguardi di sopravvivenza da superare, cicli senza evoluzione. Così mi pare ma poi ci ripenso. E in mezzo ai pasti vedo che ci sta tutto il mondo, mia nonna che videochiama per dire che sta bene, le mie gambe per ballare sul tappeto, duecentoventuno pagine che proteggo e che fino a poco fa non esistevano e mi commuovono, ci stanno le tue felpe e la mia voce, le brutte notizie ma anche qualcuna buona, l’applauso che alle 20.00 facciamo dal balcone ai vicini di casa, l’Italia, la Francia, la nostra India a domicilio.

 

Ci sta il fatto che tutto questo passerà, ma finché non passa noi in letargo non ci andremo mai, no no. Vedi che forse su questo siamo più bravi noi della natura? Per fortuna ci sei tu, in questa casa con me. Applichiamo un po’ di matematica filosofica, allora: quarantena diviso due uguale vento.
Che oggi porta l’odore dei fiori. Estate. Autunno. Inverno. Primavera. Quale sarà la prima cosa che vorrò fare dopo?


Beh, ti prometto che quando si potrà prenotiamo i voli e ci andiamo, in India. Ma prima però facciamo una cosa normale. Ti va se ce ne andiamo al mare?

 

 


Tiziana Barillà / 24-04-2020

 

Se questa è la normalità, allora me ne vado. Sono arrivata a questa conclusione esattamente due anni fa, quando decidevo di lasciare la grande città con le sue nevrosi, per ritrovare ossigeno e vita.

 

Un virus è piombato sulla nostra malsana normalità. Semina morte e paura in una società di morte e paura. E ci costringe tutti a uno stop. Questo fermarci, adesso, ci mostra quanto effimere fossero le libertà che avevamo fino a ieri. È davvero libertà essere liberi di essere infelici?

 

Dopo anni di caccia al nemico e odio dell’altro, ora una comunità che si era smarrita cerca di ritrovarsi. Cerca unità dove c’era divisione, cerca fiducia dove imperava il cinismo. Cerca senso collettivo in un mondo di egoismi e opportunismo.

 

Questa società è il corpo stanco di una donna. Troppo stanca per sopportare ancora egoismi e cattiveria. Troppo forte per tollerare altri soprusi. Troppo umana per credere ineluttabile la condanna a una vita a metà.

Morte e povertà ci hanno raggiunti da questa parte della barricata. Le nostre protezioni sono saltate e possiamo vedere quel che – da un pezzo – è all’ordine del giorno per l’altra metà del mondo.

 

Il problema non è il virus, ma il capitalismo. Se qualcosa di buono resterà da questa tragedia sarà l’averci messo in guardia da questa inumana normalità.

 

Dalla quarantena, vi racconto la mia personale fuga.
Accettatelo come un invito a fare altrettanto.

 

Aprile 2018.

 

Il vento fresco riaccende in me la voglia di vivere, mentre ingrano la terza e mi lascio alle spalle i palazzoni, cavalcando le fosse della strada.

 

Lascio Roma, una scelta di vita. Lascio la grande città, la giungla che mi ha dato carezze e schiaffi per più di un decennio. Mi sottraggo. Imbocco lautostrada e lascio dietro di me il traffico invadente, laria che toglie respiro invece di restituirlo, il tempo che non basta mai, i grandi e piccoli desideri disattesi, sistematicamente. Un caffè o un abbraccio, ormai tutto è diventato unimpresa. Titanica, talvolta.

 

Vivere per lavorare. Guadagnare il necessario per pagare laffitto della tua prigione. Correre, correre, correre. Fino allo stremo, fino a non rendersi più conto di dove si sta andando. Cammino tra i pochi che camminano a passo duomo con gli occhi aperti, mentre tutti intorno corrono con gli occhi chiusi, battendosi le mani sulle orecchie.

 

E dire basta. Stop al vaffanculoche – certamente – mi aspetta non appena varcherò la soglia di casa. Stop alla rabbia, alla frustrazione, a quel sentirsi sempre meno, sempre un po’ ‘menodi ciò che ti viene richiesto di essere.

 

Sono Donna io, mi ripeto. Quel pensiero non mi appartiene. E allora perché piegarmi a esso? Perché emanciparmi a parole e non anche con il corpo, con la mente, con il cuore?

 

Così, fare una scelta si traduce ancora una volta in andare via. Che è sempre doloroso e liberatorio insieme, perché vuol dire anche lasciare un pezzo di me. Di quella me che, con le tasche vuote e il cuore pieno, vengo accolta dallabbraccio di Roma. Niente di quel che sono esisterebbe senza Roma. La mia nuova città, che ha saputo abbracciarmi quando lasciavo il più grande pezzo di me, Reggio.

 

Ma adesso ho fame e sete di vita. Di andare a vivere, fare quello che dico e che penso. Agire, oltre che pensare. Riprendere la vita tra le mie mani. Lossigeno, il tempo, la gentilezza.

 

L’autostrada cede il posto a una strada un po’ più rotta, eppure è quella la strada per la libertà. Umbria. Altri abbracci mi aspettano, abbracci che col tempo non allentano la presa, anzi. Casa. La casa senza tempo, la mia nuova casa.

Tiziana Barillà

 

Aprile 2020.

 

Siamo ancora qui, a scacciare via i pensieri pesanti. Non c’è luogo al mondo in cui scompaiano da sé. Sveglia presto, scrivere, allenarsi, respirare.

 

Chi l’avrebbe detto – anche solo poche settimane fa – che mezzo mondo sarebbe rimasto rinchiuso in casa. Per laltro mezzo è cambiato poco, una casa non ce lha e la morte al fianco ce lha dalla nascita. Luguaglianza di nascita continua a essere solo unidea. E manco di tutti. Impraticata, irrealizzata. Ancora troppo lontana dallessere realtà.

 

Io sono tra i fortunati. Tra chi ha una casa e ha amore. Anzi di case ne ho più d’una, di amori anche. Da questa parte della barricata – che mi colloca dove i miei ideali mi dicono che non dovrei stare – leggo e ascolto riflessioni sparse, in questi giorni di pandemia.

 

No, questo che viviamo non è il miglior mondo possibile. Lumanità proprio non è fatta per sottostare a una gerarchia. Qualunque essa sia.

 

Adesso che viviamo in clausura, spero, riconosceremo un podi più il valore della libertà. Libertà di muoversi, di amare, di vivere, di essere felici.

 

Raccolgo ancora le idee. Non si dovrebbe mai smettere di raccogliere le idee. E poi darle in pasto al cuore proprio e altrui. Vivere è proprio una scelta. Ed è a vivere una vita che non è la tua che ci vuole coraggio.

 


Luca Bertolotti / 23-04-2020

 

È dal 16 marzo che sono a casa. Per una volta lavoro come verniciatore per una società che pare più lungimirante dello stesso governo che successivamente (appena un settimana dopo) ha posto il blocco di tutte le attività produttive non strettamente necessarie.

 

Per anni ho lavorato in aziende che hanno attentato alla salute dei dipendenti, quando ancora l’idea di un coronavirus su scala planetaria poteva essere annoverata nel filone narrativo delle distopie fantascientifiche.

 

Ho lavorato in ambienti malsani, tecnologicamente arretrati, frutto di gestioni votate al risparmio o semplicemente impoverite da un mercato sempre più asfittico. Ora potrei dirmi finalmente arrivato, quasi salvato: il mio datore di lavoro ha preferito la mia salute al suo profitto. Eppure mi sento come un disertore.

 

Io, ora a casa, senza nemmeno l’obbligo dello smart working, prigioniero di questa quarantena, sono libero finalmente di coltivare i miei interessi. Libero di leggere, di scrivere. Libero di seguire i bambini, di fargli fare i compiti, di stare con loro. Mi sento come un disertore che ha trovato il modo per imboscarsi mantenendo però la coscienza a posto. Perché, sì, il paragone viene facile: negli ultimi tempi il lavoro in fabbrica mi è parso assomigliare sempre di più ad una guerra. Certo un paragone trito ma comunque ormai un adagio, quasi una cantilena, tra operai.

 

Ora tutto deve esser più veloce, i tempi sempre più serrati, la produzione più rapida e con sempre meno resi, meno errori. Tecnologicamente un disegnatore tecnico è passato negli ultimi vent’anni dai rapidi a china su carta acetata a utilizzare un mouse e programmi quali SketchUp o CAD 3d.

 

Anche in produzione ci sono stati dei cambiamenti, ovvio: il falegname ora usa una sola macchina a controllo numerico al posto di tutte quelle che per anni hanno minacciato le sue falangi (foratrice 32, squadratrice, toupie, eccetera). Per un verniciatore come me, invece, uno da lavoro non seriale, non è cambiato nulla. Eppure, nel tempo, mi è stato chiesto di adeguare la mia produttività a quella degli altri, per non restare indietro nell’intera filiera.

 

Ultimamente ho sognato di tornare nelle vecchie e puzzolenti botteghe di un tempo. Ho sognato di tornare più umano, rallentato, anche se maggiormente in pericolo, magari con la schiena più rotta o i bronchi più ostruiti. A questo, mi dico, arriva lo stress, dovuto alla velocità come fine ultimo della produzione, a farti rimpiangere i mali minori così come quelli maggiori da cui, a ragione, sei scappato appena hai potuto.

 

Sì, io durante questa quarantena sarò il disertore, il traditore, quello che ad ogni rinvio d’apertura si sentirà sollevato. Sono quello che si sveglia al mattino fottendosene di essere in cassa integrazione. Già una volta ho subito gli effetti di una grave crisi economica: ho perso il migliore lavoro che avessi mai avuto per non ritrovarne più nemmeno un pallido surrogato.

 

Questa volta sento di aver da lasciare sul campo molto meno, anche se partite IVA e interinali potrebbero odiarmi per quello che sto scrivendo. Guardo il telegiornale, faccio videochiamate ai parenti, misuro la casa a passi. Penso al fatto che ho preso troppo sul serio il mio mestiere, al punto di averlo paragonato a una guerra, e intanto osservo le immagini di infermieri e medici addormentati sul linoleum dei corridoi dopo turni di lavoro a doppia cifra.

 

Io voglio che questo virus se ne vada come è arrivato anche per dare un senso al lavoro di queste persone, visto che un scopo al mio fatico sempre più a darlo. Ma no, non voglio tornare alla normalità. Alla mia normalità. A quella normalità. Non adesso, almeno.

 

Voglio solo fermarmi ancora per un po’.

 


Alessio Arena / 21-04-2020

 

 

All’inizio sembrava dovesse essere una specie di party in pigiama, una lunga festa che nessuno era disposto a passare da solo. Per questo, almeno nei primi giorni, chi non condivide il proprio appartamento con nessun’altra persona ha chiesto asilo a casa di amici. Poi ci siamo vergognati tutti di averla presa così. Per quanto le notizie dall’Italia cominciavano a farsi preoccupanti, e i decessi si contavano a centinaia anche a Madrid, avevamo deciso di tenere spento il televisore, ma ovviamente la strana e ingiustificata euforia dell’inizio era già diventata altro.

 

Io e il mio compagno viviamo in un quartiere vicino al centro di Barcellona, la parte sud di questa perfetta scacchiera di isolati quadrati, nata dall’ampliamento della città che si inaugurò negli anni sessanta dell’Ottocento. La zona attorno al mercato di Sant Antoni è zeppa di appartamenti per turisti, caffè e ristoranti con prezzi per portafogli nordici, ma anche di molti locali della “resistenza”, quelli che qui si chiamano “Bar Manolo”, evocando la memoria di un fantomatico locandiere, compendio del carattere e delle sospette abitudini igieniche iberiche d’altri tempi. Diversi bar come questi sono oggi sopravvissuti all’ondata di lindore e minimalismo hipster, ma mi domando se riusciranno a superare quest’ultimo e inaspettato colpo alla loro economia.

 

Quando tocca a me fare la spesa, cammino il più lento possibile, cerco di sgranchirmi le gambe anche se so, che al ritorno, sceglierò di non prendere l’ascensore, ma di salire a piedi gli otto piani che mi dividono da casa mia. È diventato il mio unico esercizio. In strada con la mascherina noto che gli occhiali mi si appannano di continuo, capisco che questi due detestabili accessori non possono convivere. O almeno non sulla mia faccia, che ne so. È difficile riconoscere le strade, questo quartiere chiassoso, questa città così piena di vita. Vedo le aiuole fiorite, e gli alberi che ben presto uniranno le proprie chiome da un marciapiede all’altro, si toccheranno senza rispettare la distanza di sicurezza e formeranno un tetto di foglie che ogni anno trasforma il panorama del quartiere, soprattutto se visto dall’alto, dagli appartamenti all’ottavo piano. Lo dicono in molti sui social: siamo gli unici a essersi fermati. Ma le piante e gli animali, tutta la natura è in piena azione.

 

Davanti al portone, con le buste della spesa, sono già le otto di sera. È quando tutti stanno fuori ai balconi, alle finestre, ai terrazzi per applaudire il lavoro del personale sanitario: in questo semplice gesto, condiviso dai vicini che, almeno a Barcellona, non sai quasi mai come si chiamino, anche oggi ognuno sembra scaricare la tensione accumulata durante il giorno. Per me non è così, per me non c’è nessun problema a restare a casa. Quello che a me fa un po’ di spavento è il dopo. Pensare a quanto complicato sarà riprendere il ritmo, ristabilire l’ordine, gli orari, il calendario, le scadenze.

 

Quello che mi fa spavento, forse, è che tutto torni come prima, che non ci sia nessun cambiamento profondo in questa vita che adesso guardiamo dai vetri di casa e sembra gioire della nostra assenza. È passato un mese? Non ne sono così sicuro. Ho smesso di guardare la mia agenda sul telefono, quando ho cancellato anche l’ultimo impegno di lavoro che avevo, il più lontano nel calendario. Solo tra marzo e aprile avrei dovuto cantare in molti posti, con la mia chitarra, o con la band al completo, avrei ancora dovuto parlare del mio ultimo album in cui dico che uno non sa mai qual è il luogo dove fiorirà e che per questo il viaggio resta condizione naturale dell’essere umano. Dovevo ancora fare qualche presentazione dell’ultimo romanzo, in cui racconto l’infinito viaggio della prima donna migrante italiana a calcare le scene dell’Academy of Music di New York.

 

Dovevo andare a Padova, Pescara, Girona, Roma, Madrid, Siviglia, Tarragona, Cadice. E a Napoli. Ho smesso di guardare l’agenda quando ho capito che nessuno saprà dirmi quando si recupereranno questi eventi, perché nessuno sa quando la gente potrà e avrà voglia di incontrarsi per ascoltare musica o parlare di letteratura. Ho cercato di organizzarmi, mettermi a scrivere e a tradurre gli ultimi lavori che mi restavano da consegnare. Magari mi invento qualcosa. Come dovranno fare i piccoli commercianti, i precari della cultura e un’infinità di gente che forse, per un momento, ha desiderato che questa clausura duri parecchio.

 

Perché rinchiusi non siamo tanto diversi dagli altri. Rinchiusi siamo liberi dal confronto con chi ha più di noi. Siamo lontani dalle frustrazioni della competitività. Ieri mi sono ricordato di un testo fantastico che mi consigliò di leggere un professore all’Università, Viaggio intorno alla mia camera, dello scrittore francese Xavier de Maistre. In questo strano libro, scritto negli anni novanta del Settecento, l’autore ripercorre in lungo e in largo la sua stanza, soffermandosi su dettagli ai quali non aveva fatto attenzione, riflettendo e divagando su diverse questioni filosofiche che finiscono per convincere chi legge che la dimensione del viaggio non è data da una destinazione, ma dall’atteggiamento che ha chi se lo propone. Il viaggio è uno stato mentale e c’entra poco con il turismo.

 

Chissà se non sarà più facile avere questo atteggiamento da viaggiatore, attento, rispettoso, interessato alle piccole cose, ai dettagli, quando ritorneremo in strada. Intanto mi fa sorridere chi dice che questo virus è una guerra. La guerra non è il virus ma la vita di tutti i giorni immersi in un sistema che ci vuole sempre più separati, ricchi dai poveri. Una società segregante come la nostra è la malattia dalla quale sarà molto più difficile guarire. Il viaggio più estremo da compiere.

 

Alessio Arena


Matteo B. Bianchi / 17-04-2020

 

 

Poco prima che esplodesse l’emergenza sanitaria avevo ricominciato a tenere un diario.

Quella del diario è un’attività che periodicamente cerco di riprendere, spinto soprattutto dalla consapevolezza che come lettore amo moltissimo leggere diari e dunque come scrittore mi sento in colpa nel non frequentare questo genere.

Questa volta, per forzarmi ulteriormente a mantenere l’impegno, avevo acquistato un’app che offre un impianto grafico alettante, consente l’inserimento di immagini o allegati ed è utilizzabile da dispositivi differenti (il portatile, quando sono a casa, lo smartphone, quando sono in giro). L’uso dell’app prevede un abbonamento, una cifra pressoché simbolica, di circa un euro al mese, e tuttavia anche questo tributo economico rientra nel novero degli incentivi che mi spingono a ottemperare l’incombenza, assecondando quel subdolo e minimale meccanismo capitalista secondo il quale se una cosa la paghi allora devi sfruttarla.

(A volte ho l’impressione che sempre più parti della mia vita, privata e professionale, debbano ormai ricorrere a meccanismi compensativi o a espedienti pratici: vado in biblioteca così poi sono costretto a concentrarmi e a scrivere, attendo che si avvicini la data di consegna così sono obbligato a finire il lavoro, scelgo l’abbonamento più costoso in palestra così che i sensi di colpa economici mi spingano a frequentarla… Un progressivo abdicare della forza di volontà a favore di patetici trucchetti psicologici)1.

Tenere un diario nel corso di una pandemia si è rivelato più arduo del previsto, però.

Quando il premier Conte ha dichiarato per la prima volta l’obbligo del confinamento domestico, la gravità conclamata della situazione e l’impatto emotivo della richiesta hanno generato in me una sorta di senso di sospensione dalla realtà tale che per alcuni giorni mi è stato impossibile annotare alcunché.

Una volta accusato il colpo ed entrato a regime, ho recuperato la lucidità per comprendere come proprio in un momento storico come questo fosse essenziale annotare appunti e riflessioni, quindi che urgesse tornare alla pratica del diario.

L’ho fatto, dunque. Ho annotato sia le mie sensazioni che i piccoli eventi che punteggiano queste giornate sospese (la prima spesa dopo giorni, l’arrivo delle mascherine nella farmacia più vicina, il resoconto delle videochat di gruppo con amici e familiari…)2.

Poi simili registrazioni hanno cominciato ad apparirmi sempre meno essenziali, rivelando la loro natura di minutaglie. L’assenza di eventi, di esperienze, fa vacillare lo scopo stesso del diario. Che cos’ho di significativo da registrare? Il mio diario si è così trasformato in una riflessione sul senso stesso di tenere un diario, cambiando anche stili e modalità nel corso dei giorni. Persino le letture che sto portando avanti ne influenzano la natura (dopo aver letto il nuovo libro della scrittrice americana Jenny Offill, che utilizza una prosa ridotta a frammenti, ho cominciato a scrivere a frammenti anch’io; notizie e osservazioni tratte dagli articoli della rivista letteraria “Freeman’s” sono finite fra le mie annotazioni giornaliere…).

Registro l’azione di registrare. Sono nel mondo e fuori dal mondo allo stesso tempo. Fuori la minaccia, l’emergenza, il terrore, dentro il silenzio, il tempo e lo spazio dilatati.

Mio marito che si cimenta nella preparazione di gnocchi fatti in casa diventa l’evento della giornata. Rileggendo questa annotazione fra mesi, anni, mi apparirà un segno di disperazione, una forma di resistenza, un’indicazione di insensibilità e di pochezza, mi farà sorridere, mi farà vergognare?

Sto scrivendo un diario dell’incertezza, il cui senso forse verrà svelato solo col tempo. O forse capirò col tempo che non aveva davvero alcun senso farlo. 

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1 A parziale consolazione, scopro che il ricorso a meccanismo psicologici per portare a termine i propri compiti professionali risulta essere assai diffuso nella mia categoria. Lo rivelano gli stessi autori sui social, confessando la loro debolezza in questo periodo nel quale abitudini e rituali sono stati annullati: la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan, che in un post di Facebook ammette quanto le fosse essenziale uscire di casa per scrivere al bar (“Quando dicevo che io per scrivere avevo bisogno di fare colazione al bar non era un vezzo. Il mio cervello è stato abituato così”); il premio Pulitzer Andrew Sean Greer che in un tweet ammette di ricorrere a ricatti con sé stesso, permettendosi delle ricompense solo se completa gli obiettivi che si era prefissato di scrivere (“My new rule: if I write 500 words, I get to play a videogame”).

2 Ho dato persino vita a progetti diaristici paralleli dedicati ad altri conteggi, come lo spin-off mediatico dell’agenda annuale (omaggio di una casa editrice e rimasta ignorata su uno scaffale per due mesi) nella quale ora annoto ogni film, ogni episodio di serie tv che vedo in questa quarantena.


Davide Carnevali / 14-04-2020

 

In questo periodo di rallentamento forzato delle attività umane, per non parlare dell’economia, sentiamo ripetere ossessivamente che la cultura non deve morire – e, possibilmente, nemmeno il teatro. Interpretando questa preghiera come una chiamata alle armi, i teatranti provano in tutti modi a non dare per terminata la stagione, mossi apparentemente dall’alto ideale di diffondere lo Spirito dell’Arte tra la gente chiusa in casa, che di teatro dovrebbe essere apparentemente affamata. Online si possono fare un sacco di cose, soprattutto quando ci si annoia.

Così sul web gli autori continuano a scrivere, i registi a dirigere e gli attori ad attoreggiare. Insomma, non si finisce mai di reinventarsi il proprio mestiere. Quasi nullo è però il dibattito sulle modalità, e quindi sul senso, di questo mestiere da reinventare. Se ora siamo invasi di monologhi e sketch che raccontano la miseria del nostro isolamento, tra un po’ ci riempiremo di testi sulla pandemia e la fine del mondo così come lo conosciamo.

Si faranno spettacoli post-espressionisti sull’individuo che grida l’angoscia del suo “io” alienato, e i teorici parleranno di teatro post-apocalittico (vi confesso che in realtà se ne parla già). Se le prospettive sono queste, mi sembra chiaro che la cultura in generale e il teatro in particolare si sono ridotti a sistemi parassitari del mondo reale. E che, diffusamente e terribilmente, si sono perse le tracce di una qualsiasi capacità di metaforizzazione: distanziarsi un pochino dalla situazione odierna per non farsi trasportare via dal flusso degli avvenimenti, e acquisire così una prospettiva sulla direzione in cui gli avvenimenti stanno fluendo.

Senza scomodare il caro vecchio principio romantico dell’artista come profeta, forse dovremmo chiederci se la nostra responsabilità nei confronti della società non dovrebbe essere quella di interpretare il presente per preparare al futuro, invece di succhiare il sangue all’attualità e sfruttare e le sue mode – rivisitando il tema del virus in tutte le salse e rompendo anche un po’ i maroni alla gente già depressa a causa del confinamento. Il teatro non dovrebbe smaronare e deprimere; anche se spesso lo fa.

Questo blocco generale non può essere allora una buona occasione per fermarsi e riflettere, piuttosto che produrre per forza o per inerzia proposte parateatrali di dubbia qualità? Che non si capisce poi a chi dovrebbero interessare: il pubblico a casa ha accesso a ottimi prodotti confezionati da Netflix, HBO e Amazon Prime, pensati espressamente per una fruizione mediata dallo schermo, che il teatro invece digerisce male. Altra cosa sono i radiodrammi, gli audiolibri e le letture; ma di là della curiosità che un monologo in Instagram Live può suscitare, o del valore documentaristico che conserva la registrazione di un bello spettacolo, mi sembra che il teatro sia qualcos’altro. E tra un drammaturgo che dà voce al virus come fosse un personaggio, un attore che smonologa su Skype e il mio vicino che scende in strada portando a passeggio una stufa elettrica con le rotelle ricoperta da un pellicciotto e legata a un guinzaglio, mi sembra che la teatralità sia tutta dalla parte di quest’ultimo.

Forse un momento come questo è proprio il più adatto per domandarci quale teatro serva a questa società. Visto che, detto molto sinceramente, secondo me il teatro è una delle poche cose di cui quasi nessuno sente la mancanza; contrariamente alla Champions, la birretta con gli amici e la carta igienica, che invece sì hanno lasciato un grande vuoto nei nostri cuori, stomaci e culi. Il challenge che lancerei a questo punto è: cosa può fare il teatro, per riacquistare un posto, non solo nei pressi dei nostri cervelli, ma possibilmente anche lì vicino alle nostre viscere?

Tutti ripetono che la cultura ci salverà, ma quasi nessuno spiega come. Forse lo farà se smetteremo di parafrasare i personaggi del film di Bong Joon-ho, parassiti solo apparentemente intelligenti, ma in realtà estremamente stupidi. E se il grande insegnamento del regista sudcoreano stesse nel dirci che fare teatro non serve a nulla, se si limita a imitare il reale senza essere poi capace di reinventarlo quando i fatti inaspettati della vita ci pongono davanti a questa necessità…? E infatti mi sembra che il film finisse male.

La riduzione del teatro a un fenomeno visuale e acustico non fa che evidenziare la miseria di una concezione di teatralità che si è imposta, da secoli, come egemonica – o, detto in parole povere, come “normale”, nel senso che è quella che detta la norma. Ma il teatro non è un problema di visione, né di ascolto. E se pensiamo che «ok, va bene, tutto quello che vuoi, però ora il video in streaming è l’unica cosa che abbiamo a disposizione in questi tempi di merda», ci sbagliamo.

Il teatro ha a disposizione un’arma molto più pericolosa, ancora più pericolosa proprio perché i tempi che stiamo vivendo sono pieni di cacca: l’immaginazione. Non l’imitazione, ma l’invenzione della realtà. E però il teatro può sfoderare quest’arma solo se accetta di non essere pura visione, ma problematizzazione della visione. Insomma, per essere davvero teatro, il teatro deve in qualche modo essere infedele alla sua etimologia linguistica (il verbo theaomai, in greco, significa –a grandi linee- “osservare”). E questo è forse l’aspetto più interessante della sua natura: il fatto teatrale trascende il suo aspetto linguistico e, attraverso questa operazione di distacco, anche il suo aspetto visuale. Perché il teatro –contrariamente a quello che molti pensano- non è stare a lì a guardare e ascoltare attori che parlano e si muovono su un palco; il teatro è fondamentalmente manifestazione fisica di qualcosa che avviene davanti a un pubblico di individui in carne e ossa, nonostante il linguaggio e nonostante lo sguardo.

Questa esperienza, che è come una realtà potenziata, permette allo spettatore di intuire che intorno a noi c’è dell’altro, oltre a quello che vediamo e ascoltiamo. Qualche cosa che spesso sfugge al nostro sguardo e alle nostre orecchie, proprio perché le immagini e le parole la nascondono. Il teatro ci dice che la realtà non è quello che ci fanno vedere o sentire; la realtà è quello che sente e crea, in un dato momento, lo spettatore con la sua immaginazione. Ma quest’idea di teatro è rimasta nella nostra cultura, e quindi nella nostra idea di cosa sia il teatro, generalmente sommersa. Perché sarebbe utile farla emergere ora?

Se invece di guardare all’interno di una webcam ci guardassimo intorno, scopriremmo che mai come in questo periodo in cui i teatri hanno chiuso, il teatro si è aperto così tanto alle nostre vite. Cominciando, finalmente, ad avere un ruolo da protagonista nella nostra quotidianità (soprattutto in quella del mio vicino con la stufa). Non solo perché tutto il mondo sia un palco, né perché la vita sia un sogno, né perché –perdonami, Marzullo- i sogni aiutino a vivere; ma perché tutti noi, da sempre, adottiamo pratiche teatrali nel nostro vivere.

Lo sapevano Shakespeare, Calderón, Pirandello e Brecht; e anche –per chi volesse approfondire ora che ha tempo di leggere- Ervin Goffman (La vita quotidiana come rappresentazione, 1959), John Austin (Come fare cose con le parole, 1962) o Victor Turner (Antropologia della performance, 1986). Solo che spesso non ce ne accorgiamo. E, cosa ancora più imbarazzante, spesso non se ne accorge nemmeno chi fa teatro.

Il giorno immediatamente successivo all’inizio del confinamento abbiamo visto nascere spontaneamente iniziative come i concerti alla finestra, le improvvisate corali di canzoni popolari, i bingo inter-vicinali, raves e flash-mobs al balcone. Tutte queste sono espressioni di teatralità. Così come lo è stata, qui in Spagna, l’enorme cacerolada (protesta pubblica di carattere economico-politico, eseguita battendo ritmicamente un cucchiaio contro una pentola o padella) che ha accompagnato il discorso del 18 marzo del re Felipe VI, che in diretta a reti unificate invitava al patriottismo di fronte alla crisi, parlava di “società”, “popolo” e “nazione”, ma non nominava mai la parola “cultura”, né si soffermava sul fatto che suo padre Juan Carlos sia coinvolto nel più grande crimine finanziario che abbia mai toccato la monarchia dalla fine della dittatura: fondi neri in paradisi fiscali.

Vi sembra strano che lo scandalo sia venuto fuori proprio mentre tutti parlano solo del virus, e che nel giro di due giorni nessuno ne abbia più parlato…? Monologo sciapo dal finale scontato, che denota capacità attorali scarsissime da parte del sovrano. La protesta pubblica non solo metteva l’accento su un’incongruenza politica, ma era un atto di pura rivendicazione del potere del teatro.

Chi scrive discorsi sa che il linguaggio è un generatore infinito di mondi. Utilizzando una parola piuttosto che un’altra, creiamo nella testa di chi ascolta un’immagine della realtà piuttosto che un’altra. Come i buoni drammaturghi, anche i buoni politici (o i loro gohstwriters) conoscono l’importanza della scelta delle parole e sono ben coscienti del loro potenziale, e del loro pericolo. In Spagna, le conferenze stampa in questi giorni avvengono per via telematica, in sale praticamente vuote, in cui compare il politico, solo.

Come un piccolo Papa nella deserta piazza San Pietro, che porta su di sé la croce della crisi (i buoni fotografi si differenziano dai buoni drammaturghi solo perché utilizzano immagini per creare altre immagini). Le domande vengono inviate dai giornalisti a un addetto, che le filtra, prima di passarle a chi deve rispondere. Eppure la risposta del politico spesso non ha a che vedere con la domanda posta dal giornalista; solitamente si limita a ripetere frammenti di un discorso già pronunciato, riproponendo determinate parole chiave e sostituendo le altre, meno importanti, con sinonimi.

Mentre assume l’atteggiamento e il tono di chi risponde, il politico fa di tutto per evitare di rispondere (soprattutto alle questioni scomode), e approfitta di un tempo che dovrebbe essere dedicato al dialogo per riaffermare un discorso che non ammette replica; perché, non essendo il giornalista presente, non c’è la possibilità di un vero dibattito. Poche volte come in questi casi abbiamo assistito a un fallimento tanto eclatante delle funzioni del giornalismo. Poche volte come in questi casi appare tanto evidente che il politico è un attore che ha imparato una parte a memoria.

Non c’è, però, nulla di politico in questa attitudine; proprio perché non c’è apertura alla polis, alla comunità. Un muro invisibile, quello che in teatro chiamiamo “quarta parete”, divide la tribuna dalla platea, l’attore dallo spettatore, la politica dal cittadino. Il fallimento della comunicazione è il fallimento tanto della politica, come del teatro.

I politici si servono abbondantemente di espedienti teatrali. L’uso della voce, la scelta dei gesti, la prossemica… servono a mettere in risalto certe caratteristiche del soggetto rispetto ad altre, danno indicazioni sulla sua psicologia, costruiscono la sua personalità. È quello che si chiama “caratterizzazione”. Fondamentale, per fare in modo che lo spettatore percepisca il personaggio in un certo modo: forte, autoritario, comprensivo, amico… Lo stesso discorso vale per le luci, i costumi o la scenografia.

Avete fatto caso a cosa appare alle spalle degli intervistati nelle videoconferenze, in questi giorni? Quale parte della loro casa ci mostrano, quali fotografie sulla scrivania, quali libri sulle mensole (se hanno dei libri), quali soprammobili, suppellettili, crocefissi…? Un personaggio è il risultato di parole e azioni in un determinato contesto, una composizione artificiale di elementi che lo contraddistinguono. Ciò che qualcuno (un autore, un regista) vuole che lo spettatore veda. Niente di più. Le finzioni teatrali si costruiscono così, e una volta compreso come si costruiscono le finzioni teatrali, forse possiamo imparare a riconoscere come si costruiscono le finzioni della vita quotidiana. E a proteggercene. Soprattutto le finzioni linguistiche.

Nulla è più pericoloso, in questi tempi di debolezza emotiva, della retorica. In questi giorni la retorica invade tanto il discorso della politica, come quello dei cittadini (controllate le vostre chat in Wazzup). La retorica è una specie di distribuzione su grande scale di immagini prefabbricate. Quando un presidente parla di “guerra contro il virus”, impiega un linguaggio prettamente militare, che subito ci riporta all’idea di una lotta con due fazioni in campo: i buoni e i cattivi. Il virus ovviamente è il nemico e noi siamo i buoni; «quindi noi vinceremo, abbiate fede».

Questo linguaggio è di facile assimilazione e aderisce a un’idea di realtà a cui siamo stati abituati sin da bambini, grazie alla letteratura, i fumetti, il cinema, la televisione e le fiabe. Fateci caso: alla riga 3 di questo articolo, ho parlato di “chiamata alle armi”, e vi è sembrato perfettamente naturale. Perché? Perché una delle basi sulle quali noi costruiamo storie e racconti è la nozione di “conflitto”. C’è uno scontro: il primo personaggio vuole qualcosa e il secondo personaggio vuole impedirgli di ottenerla.

Ne nasce una lotta, e la storia dei due personaggi è la storia di questa lotta. Noi adottiamo costantemente queste storie e racconti, perché tutti viviamo quotidianamente situazioni che incaselliamo in dinamiche di questo tipo: tutti abbiamo obiettivi da raggiungere e tutti dobbiamo risolvere problemi che ci impediscono di raggiungerli. La nostra vita si riempe così di conflitti, e i manuali di scrittura teatrale anche. E se vediamo la nostra vita come un problema di conflitto, il mondo si dividerà per noi in buoni e cattivi, e noi vogliamo stare dalla parte dei buoni e questo ci fa pensare, automaticamente, di essere buone persone. È molto complicato accettare il proprio lato cattivo (Joker ne sapeva qualcosa; ma anche il Batman di Nolan).

La retorica serve anche a questo: ad autoconvincerci di essere buone persone. Buone persone che lottano insieme per una buona causa. Ora, il problema non è che non stiamo lottando per una buona causa… Il problema è: chi dice che dobbiamo parlare di “lotta” e di “causa”? C’è in giro un virus, ok; cosa significa “combatterlo” o “sconfiggerlo”? In che senso una malattia è un “nemico”? In che senso il confinamento è “necessario”? È proprio necessario, per un fenomeno naturale come una pandemia, parlare di guerra, che di solito non ha niente di naturale ma è, anzi, un evento del tutto umano…?

Le parole non sono innocue.

Creano nella nostra testa immagini, che si connettono con altre immagini e richiamano alla mente altre parole, che evocano altre immagini e il risultato di tutto questo è una certa immagine del mondo, quella roba che un linguista tedesco che oggi dà il nome a un’università di Berlino in cui lavora una mia cara amica chiamava in un modo impronunciabile: Weltanschauung (se questa parola vi sembra così orribile, vi rivelo che i Tedeschi hanno una parola di 63 lettere per indicare una legge inutile sul marchio di controllo alla qualità della carni bovine e affini: Rindfleischetikettierungsüberwachungsaufgabenübertragungsgesetz. Non sto scherzando).

La Weltanschauung è il modo in cui vediamo il mondo; possiamo vederlo, per esempio, come un campo di battaglia, in cui tutti siamo soldati. Fa un po’ schifo, lo so. Ma capita spesso, e chi pratica uno sport di squadra lo sa. A cosa serve? Beh, ci hanno insegnato a essere combattivi, competitivi e stronzi. Sempre. Sul lavoro, soprattutto, che è la base della nostra attività economica, che si fonda su una guerra permanente, in quel grande campo di battaglia (scusate la retorica) che è il mercato. Ma buttarla su questo piano può anche essere utile, per esempio, a fare in modo che la popolazione non si senta turbata se vede in strada militari in divisa mentre è obbligata per legge a stare chiusa in casa. Non sto dicendo che non sia utile stare chiusi in casa in questo momento (non sto dicendo un sacco di cose, in questo articolo), né che i militari in strada non siano brave persone che svolgono oggi un importantissimo servizio pubblico.

Ma.

Ma dobbiamo essere bravi a pensare che, se oggi ci accettiamo questa situazione un po’ strana, non per forza saremo obbligati ad accettarla in futuro. Magari quando, per qualsiasi altro motivo, questa situazione si ripeterà. Perché da dove viene oggi questa necessità del confinamento? È una necessità assoluta (non c’è alternativa) o relativa (ci sarebbero state alternative, ma ce le siamo giocate)? Siamo liberi di pensare che “necessario” oggi significa che non possiamo fare il numero adeguato di test, non abbiamo materiale di protezione in numero sufficiente e le nostre strutture ospedaliere non sono preparate a reggere l’impatto – qualcuno si ricorda dei tagli alla sanità pubblica degli ultimi decenni? E siamo liberi di pensare, per quanto scomodo possa essere, che la salute non è solo una questione di patologia fisica, ma anche una questione di libertà mentale e di ricerca delle felicità.

Certo, il problema è che una patologia fisica è riscontrabile scientificamente, mentre il problema della felicità lo è un po’ meno. Oggi ci stanno dicendo che dobbiamo sforzarci e rinunciare a una parte di felicità e a una parte dei nostri diritti fondamentali (la libertà di circolazione è uno di questi), in virtù di un bene maggiore che ci è stato promesso (recuperare il nostro stile di vita). Ok, io non sono un epidemiologo che lavora con dati scentifici; ma come teatrante che lavora con dati linguistici, posso consigliare che dobbiamo fare attenzione a che questa cosa non permei nella nostra Weltanaschauung, nel nostro modo naturale di vedere le cose.

Perché sicuramente arriverà -in passato è successo spesso, solo che ormai non se ne ricorda più nessuno- quel momento in cui ci sarà chiesto di nuovo di rinunciare per un po’ ai nostri diritti fondamentali, in nome di un beneficio futuro. Sacrificare la felicità presente, in virtù di un premio che ci sarà assegnato (mmm… non ci avevano detto qualcosa di simile a catechismo?). Ecco, il motivo per cui dobbiamo fare attenzione è che quando questa situazione si ripresenterà, sarà un po’ più facile pensare che sia normale. E un po’ più facile accettarla, visto che c’è già stato un precedente.

Quando vivevo a Berlino o a Buenos Aires, ogni tanto pensavo a cosa avrei fatto se avessi avuto trent’anni nella Germania hitleriana o nell’Argentina della dittatura militare. Chissà quella lieve sensazione d’angoscia che sentiamo oggi allo starcene rinchiusi in casa può esserci utile per intendere la situazione di chi ha vissuto in uno “stato di eccezione” permanente, che è quel momento in cui chi governa dice: «scusate, ma ora devo proprio fare tutto da solo, abbiate pazienza. Voi obbedite e abbiate fede e tutto si sistemerà».

Evidentemente non si tratta di fare paragoni: non è la stessa cosa. Ma forse questa sensazione di non-libertà, che stiamo vivendo a un grado minimo e superficiale, può aiutarci a farci un’idea della vita in tempi davvero difficili che hanno vissuto altre persone. A me, il fatto di essere obbligato a restare in casa, la proibizione a svolgere certe attività e la limitazione del movimento, l’imposizione di certe regole sul cui rispetto veglia un corpo di polizia… riportano un po’ alla mente un’esperienza come quella. Pure se io, nella mia vita, non l’ho mai vissuta. Si chiama “empatia”, e può generare “immedesimazione”.

Pure di questo, i manuali di teatro sono pieni. È una cosa naturale, perché per noi è istintivo (almeno così pensava Aristotele) metterci nei panni degli altri e imitarli, sin da quando siamo bambini e impariamo a vivere facendo finta di essere come gli adulti che ci circondano. Il teatro non fa altro che sfruttare questi processi mimetici (nel senso che hanno a che fare con la mimesis, il termine greco per “imitazione”; non con le divise militari verdimarronciognole – che ossessione questa dei militari, no?). A cosa viene tutto questo? Beh, se facciamo questo sforzo mimetico, per esempio, possiamo arrivare a comprendere quanto è facile, estremamente facile, terribilmente facile, accettare la limitazione della propria libertà personale, se una possibilità viene fatta percepire come necessità. E forse non ci sembrerà così strambotico che a vari milioni di persone sia successo in passato. E forse nemmeno ci sembreranno così strambotiche quelle situazioni in cui quelle persone l’hanno accettato; ma, al contrario, ci sembreranno un po’ più normali. Pericolosamente normali. E forse questo ci tornerà utile quando queste cose torneranno un giorno pericolosamente a succedere.

Può servire anche a questo il teatro? Mi sa di sì.

Questo ci porta pericolosamente a riflettere infine su ciò che consideriamo uno stato di emergenza. “Emergenza” è una parola che abbiamo ascoltato molto, negli ultimi anni. L’abbiamo ascoltata, per esempio, quando si parlava di “emergenza umanitaria” o “emergenza climatica”. Sembra passato un secolo, no? E sebbene queste emergenze siano di gran lunga più persistenti e pericolose dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, la nostra reazione a quelle emergenze è stata praticamente nulla; per non parlare delle reazioni che abbiamo quotidianamente di fronte agli appelli di Emergency, che non hanno meno a che fare con la vita umana. Mi sembra però che queste emergenze abbiano avuto ben poco impatto sulle nostre vite.

Forse questo si deve al fatto che oggi ci riesce più facile ragionare sul brevissimo periodo, piuttosto che sul lungo. Nella nostra Weltanschauung è entrata prepotentemente l’idea che è meglio essere rapidi, flessibili, efficienti, adattarci immediatamente ai cambi repentini, saperci trasformare per stare al passo con i tempi, soprattutto quelli di produzione. Una quarantina di anni fa, un filosofo francese che si chiamava Jean-Françoise Lyotard disse che i grandi progetti che regolavano le nostra vita non fanno più per noi, nell’era della postmodernità.

Una delle conseguenze è che cerchiamo la risoluzione immediata dei conflitti , un’altra è che non vogliamo o non siamo più capaci di strutturare la nostra vita proiettando obiettivi ed elaborando strategie sul lungo periodo. Abbiamo perso l’abitudine di guardare avanti nel tempo; non pensiamo per le generazioni future, ma solo per la nostra (bye bye Greta). È una cosa naturale: la società in cui viviamo ce l’ha richiesto; e il tipo di economia che dirige la società in cui viviamo ce lo esige.

Avete visto le immagini di quegli allevamenti in cui il latte finisce dalla capra alla fogna, perché i produttori di formaggio non lo comprano più, quel latte non si può conservare, non si può consumare (non è pastorizzato) e in due giorni va a male? È solo un esempio agreste, ma queste cose succedono su larga scala. La nostra economia si basa sulla velocità, i flussi economici e finanziari sono rapidi, il processo di produzione e consumo anche. Escogitare soluzioni per l’emergenza umanitaria o per fermare il cambio climatico implicano uno sforzo progettuale troppo grande, lento, farraginoso e non avremmo risultati tangibili sottomano prima di molti anni. Questa cosa è tremenda: siamo ossessionati dalla tangibilità dei risultati.

Vogliamo dati e numeri, ogni giorno riceviamo dai telegiornali dati e numeri, e anche questa pandemia si sta risolvendo in una questione di dati e numeri. Perché quest’attrazione morbosa per la tracciabilità dei risultati? Avere sottomano dati e numeri ci dà l’impressione di avere controllare le cose. E se abbiamo l’impressione di avere il controllo sulle cose, ne abbiamo meno paura. Questa idea, che nella storia della storia si è configurata come la perversione massima delle correnti positiviste, è parte della nostra cultura, della nostra Weltanschauung. Tutto ciò che è misurabile, definito, commensurabile è meglio di ciò che sfugge alle misurazioni, alle definizioni e alla nostra comprensione. Da Aristotele in poi (che aveva formulato questa brillante intuizione basicamente per far girare le balle al suo maestro Platone) siamo tutti un po’ più materialisti. Amiamo avere il controllo della situazione. E quando ci accorgiamo che nell’esistenza umana non tutto è controllabile (siamo stati tutti innamorati) andiamo in crisi. Per evitare di passare per brutte esperienze di questo tipo, ci affanniamo a organizzare la nostra vita. Fermare il mondo un giorno al mese per limitare le emissioni di CO2 e migliorare un poco il clima non era, fino a un mese fa, una meravigliosa utopia che nessuno credeva realizzabile? Oggi, che il mondo se è fermato da un giorno all’altro fondamentalmente per la paura enorme che ci assalito davanti a qualcosa di non misurabile, non definito e non comprensibile come l’espansione di un virus, l’abbiamo realizzata.

Cosa ci resta adesso, se non la meraviglia in sé? La meraviglia di queste città vuote e silenziose. Ma anche la meraviglia di non sapere cosa succederà domani. Come vivremo nei prossimi mesi, o anni? Il nostro sistema economico reggerà all’impatto? E se il nostro sistema economico fosse da buttare? E se lo stile di vita che abbiamo adottato finora fosse da buttare? Fa un po’ paura, come tutte le cose sconosciute. Certo, è il prezzo che la meraviglia fa sempre pagare. Non preoccupatevi, non c’è nulla di scientifico in quello che sto dicendo. È solo un piccolo volo poetico. Ma anche di tutta questa meraviglia e poesia, il teatro si occupa abbondantemente.

La verità è che il mondo è in perenne stato di emergenza. Stavo per scrivere “il mondo in cui viviamo”, ma effettivamente quello che è in emergenza perenne non è in alcun modo il mondo in cui viviamo. Il mondo in emergenza è, al contrario, proprio “il mondo in cui non viviamo” e questa negazione è essenziale perché possiamo continuare a vivere la nostra vita. È come se, per vivere, dovessimo dimenticarci di quel mondo in emergenza, e sommergerlo nel flusso di altri pensieri. In caso contrario, la nostra esistenza non sarebbe sopportabile.

Chi di noi potrebbe vivere in pace sapendo che la nostra vita è possibile solo nei termini in cui altre vite sono negate, che per ogni individuo che mantiene il nostro livello di vita ce ne sono vari che non possono mantenerlo, che l’Europa è ricca solo perché buona parte degli altri continenti è povera, che per costruire questo mondo abbiamo devastato per secoli il mondo degli altri e se il Primo Mondo è primo, è perché ce ne sono altri che devono rimanere per forza Secondo e Terzo, altrimenti che cavolo di senso avrebbe questa distinzione…?

Tutto questo, nella nostra quotidianità, ce lo dobbiamo dimenticare, dobbiamo “fare finta che” non esista. E questo fingere è, in fin dei conti, un altro atto di teatralità. Il più importante, forse. La finzione sta alla base di tutto. Appartiene a quella tradizione delle arti dello spettacolo che invita a nascondere, tramite artificio, il reale dietro un’apparenza di realtà. Secondo questa linea di pensiero, la vita si nasconde dietro la sua ricostruzione sul palco e la coscienza dell’attore si nasconde dietro quella del personaggio. Lo spettatore accetta questa convenzione, vede ciò che il teatro gli mostra e lo riceve “come se fosse” realtà. Poco importa se non lo è; quello che importa è l’illusione. In questo modo accettiamo di prendere per vero ciò che è falso. Non lo facciamo solo quando entriamo a teatro, ovviamente. Lo facciamo anche quando ne usciamo. E questo può essere problematico.

Nel corso della storia sono emerse altre linee di pensiero che hanno proposto di vedere le cose in modo diverso. Pensatori come Friedrich Nietzsche o Antonin Artaud hanno cercato nell’origine rituale del teatro il contatto essenziale con la realtà, non filtrata da una rappresentazione. Bertolt Brecht ha optato invece per mantenere la rappresentazione, però mostrando al pubblico i meccanismi della sua costruzione e ricezione. Cioè facendo in modo che il teatro dichiarasse esplicitamente di essere un’operazione artificiale, facendo vedere chiaramente allo spettatore come si costruiscono queste finzioni e com’è facile crederci, e soprattutto quali sono i rischi conseguenti. Tanto i primi come il secondo hanno auspicato, cioè, l’emergenza di una teatralità sommersa.

In un suo breve saggio chiamato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, un altro filosofo tedesco (vi giuro che è l’ultimo che cito) di nome Walter Benjamin, che tanto si è occupato di teatro e soprattutto di Brecht, fa un paragone tra il mago e il medico. Il primo cura il malato con l’imposizione delle mani dalla distanza, avvolto da un’aura di mistero; il secondo annulla la distanza tra sé e il paziente, si presenta come un uomo di fronte a un altro uomo, da cui si differenzia solo per una maggiore abilità tecnica, e non per qualità sovrannaturali.

Forse mai come di fronte alle grandi epidemie, l’uomo patisce una crisi nella crisi: l’impossibilità di esercitare la sua propria umanità, che si realizzava nella prossimità, nell’annullamento della distanza tra essere umano e essere umano. Vorrei dirvi che questo annullamento della distanza è proprio ciò che contraddistingue il teatro da ogni altra forma d’arte. Perché, il teatro è presenza fisica di più corpi nello stesso spazio: il corpo dell’attore e quelli del pubblico. Ecco perché all’inizio di questo articolo vi dicevo che dobbiamo superare l’idea che il teatro sia visione e ascolto, e abbandonarci all’esperienza, che è l’esperienza della vita. E nella vita non c’è nulla di più umano che questa prossimità.

Facciamo in modo che non ce la tolgano, quando tutto questo sarà finito. Ci stiamo abituando a pensare che si può fare il bene dalla distanza, ognuno da casa sua. È vero, ma è un’idea di “fare il bene” molto limitata e limitante. Ci stiamo abituando a pensare che possiamo parlare e discutere senza riunirci in gruppo. E che la condivisione fisica è prescindibile. Facciamo in modo di non pensare che una società può funzionare dalla distanza, online, attraverso immagini e suoni e senza condivisione fisica.

Ci stiamo abituando a pensare che, anche se il cielo è azzurro, possiamo starcene chiusi in casa, pazienza. Ci stiamo abituando a pensare che possiamo trattenere e reprimere quella voglia terribile di stare fuori. Ci stiamo abituando a pensare che siamo immunodepressi, deboli, esposti ai pericoli, fragili e bisognosi di protezione. Facciamo in modo che tutto questo non permei nella nostra maniera di vedere le cose. Altrimenti è finita. Altrimenti saremo davvero deboli e fragili, cercheremo davvero la protezione di qualcuno. E saremo controllabili. Facciamo in modo di rioccupare appena possibile gli spazi oggi lasciati vuoti e, soprattutto, di colmare quella distanza che oggi ci separa e che si affaccia sempre più, non solo in questo stato di eccezione, come una minaccia alla nostra umanità. Anche per questo, ai medici vanno i nostri ringraziamenti: perché –come i migliori teatranti dovrebbero fare- si giocano la vita per quella prossimità, per quella umanità, che è il senso del nostro essere in questo mondo.

Applausi per loro, dunque.

Poteva esserci un finale più teatrale?