Martina Marianella / 1 agosto 2019

 

I’m every woman: un pensiero fraintendibile nel suo significato. Liv Strömquist gioca con la dicotomia attraverso la citazione sottile di un brano di Chaka Kan, uscito nel 1978. La canzone racconta di come una donna, racchiusa in sé ogni personalità femminile, possa essere finalmente perfetta per il suo uomo. Un’esasperazione dei ruoli che attualmente sembrerebbe anacronistica, forse, o alla quale ogni donna si opporrebbe, dando uno sguardo alle fasi del movimento femminista del secolo scorso. La condizione attuale della donna non potrebbe, di certo, definirsi la stessa di cinquant’anni fa: ma quali sono state le condizioni che hanno dato il via al cambiamento? L’evoluzione sociologica della popolazione ha portato ad una progressiva affermazione dell’uguaglianza di genere, sempre più distante dai preconcetti interposti tra identità sessuale e gerarchie sociali.

Liv Strömquist, nello specifico, ripercorre il racconto femminista attraverso voci di donne che, per una ragione o per l’altra, si siano trovate a seguire i loro uomini, non solo sostenendoli nella scalata verso il successo, ma anche nell’annullamento di loro stesse. Ma non si può parlare di grandi uomini senza far menzione delle grandi donne al loro fianco, e Liv lo sa bene. Il suo trattato postmoderno analizza, attraverso lo strumento del graphic novel, il processo di affermazione della donna come identità indipendente e libera, attraverso fonti storiche, giornalistiche e biografiche dirette ed indirette, soffermandosi specialmente sull’aspetto più sociale di un processo che, nel bene e nel male, dovrebbe coinvolgere ogni uomo.

Basti pensare alla figura di Priscilla Presley, moglie del cantante Elvis o ancora a Ronnie Spector, frontwoman del gruppo femminile The Ronettes: la prima trattata come un trofeo da mostrare, la seconda vittima delle ossessioni malate del marito. Di chi stiamo parlando? Nient’altro che del famoso produttore discografico Phil Spector. Erano gli anni del rock and roll, delle rivoluzioni, ma si era ancora lontani dall’idea di uguaglianza tra uomini e donne. La nostra autrice, però, sceglie di partire dal principio, parlando non di una, ma di tutte le grandi donne oscurate da grandi uomini e di cui mai si è sentito parlare. Racconta la verità, unita a tutte quelle situazioni scomode ed insidiose che portarono il nostro Einstein, ad esempio, a dichiarare la paternità della teoria sulla relatività, anche se precedentemente sperimentata con la moglie. Mileva Mari, anche lei fisica, anzi la prima ad averla studiata al Politecnico di Zurigo. Si è mai sentito parlare di lei?

 

 

Lo stesso percorso tematico ed iconografico analizzato da Liv Strömquist può essere affrontato attraverso l’evoluzione della moda che, per prima, si è trovata a subire una lenta “emancipazione” nel suo processo di democratizzazione. Ebbene sì, anche se potrebbe risultare strano, la moda si è evoluta lentamente in un processo di avvicinamento alla donna, rendendola unica, bella, speciale. La moda, nel suo processo evolutivo, ha abbracciato le donne ed è vicina alle donne. A tutte loro. A cominciare da Tulla Larsen, compagna di Edward Munch, per poi concludere con Yoko Ono, la moda si è trovata a subire una trasformazione continua, seguendo non solo il corso trascinante degli eventi, ma anche il progresso della società. Se la moda costringente delle sorelle Shelley si mascherava dietro l’amore libero del marito narcisista Percy, le minigonne ed il gender fluid furono il punto di forza che portò donne come Ronnie Spector alla ribellione.

La moda, influenzata dai tempi, cominciò lentamente a manifestarsi come rappresentazione della propria essenza, abbandonando per sempre l’idea di status sociale o di caratterizzazione di genere. La stessa teoria, confermata ed analizzata da sociologi quali Blumer e Lipovetsky, sarà sostenuta con forza da Diana Crane, la quale parlerà dell’influenza della moda nella società e dell’identità di genere attraverso il fenomeno del “bottom-up”, che ebbe la sua massima espressione verso la metà degli anni Settanta, nel processo di democratizzazione della moda. Non importa che la donna sia nuda o vestita, dal fisico asciutto o dalle curve morbide. Non importa come voglia apparire, a patto che la moda diventi piena espressione della sua personalità. Un processo inevitabile, dando uno sguardo al passato ed ai canoni di abbigliamento che imponevano l’appartenenza ad uno status, o peggio, ad una classe sociale volta a spersonalizzare l’identità di ognuno. Di conseguenza, se il femminismo è rappresentato di per sé come una lotta per l’uguaglianza, la moda può essere, senza dubbio, definita il suo principale strumento. La Crane continua la sua analisi attraverso la definizione di abiti “chiusi” ed “aperti”, tesi a rappresentare o meno l’uniformità e la fluidità di genere. “Le donne hanno saccheggiato l’intero guardaroba maschile – scrive parlando del jeans – e talora si sono preferiti abiti unisex”. Il jeans: lo stesso “abito unisex” che definirà la donna del nuovo secolo, declinabile nei più svariati usi e nel racconto di diversi aspetti della propria personalità. Lo stesso capo con cui Liv decide di rappresentare Yōko Ono, la figura di donna indipendente per eccellenza: forte, vera ed anche un po’ strega nell’immaginario collettivo, ma al tempo stesso bella ed ammaliante, per i medesimi motivi.

Pertanto Liv, nel suo processo creativo, racconta l’indipendenza femminile attraverso l’evoluzione delle culture e della società, che appaiono esattamente come lo specchio della moda, e della sua mutazione attraverso i secoli.

Nessuno può definire se il processo sarà breve, ma possiamo affermare con certezza che in entrambi i casi la chiave sia una: l’uguaglianza. Solo in quel momento, quando sarà la stessa uguaglianza a dominare ogni dinamica politica e sociale, potremmo finalmente guardarci negli occhi e dichiarare a piena voce: I’m Every Woman, sono ogni donna. Non per loro, per me stessa.

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Jonathan Bazzi / 26 luglio 2019

 

Non gli credo

 

Non gli credo.
Ho paura che non sia vero.
E se non è vero, stiamo solo perdendo tempo. La malattia progredirà indisturbata: le stiamo lasciando campo libero, il mio corpo a disposizione. Di me può fare quello che vuole.
È quello che farà.
Trent’anni, il medico curante credeva fosse mononucleosi, muore di leucemia.
Milano: la famiglia del giovane chiede di chiarire le responsabilità di una morte che forse si poteva evitare.
Torno a casa, mi rimetto a cercare in rete, mi affido ai siti, ai forum, cerco tra i valori e le descrizioni dei sintomi. Pagine che apro, una dopo l’altra.
No, non ce l’ho.
Non è mononucleosi.
Il medico si è confuso. Dice così perché non sa che pesci prendere.
Torno nel suo studio, gli porto gli esiti degli esami, quelli che gli ho mandato su WhatsApp.
In effetti i valori sono ambigui, dice. Potrebbe essere che ne stai uscendo, o che l’hai avuta in passato. Magari da piccolo.
Ma come uscendo? Io sto male adesso, io sto sempre peggio.
Continuiamo con le vitamine e gli integratori, dice. Ah guarda, oggi mi hanno portato un campione omaggio di queste pastiglie erboristiche. È una radice cinese potente, una bomba.
Se vuoi, te ne lascio una confezione.
Fammi sapere.
Torno a casa, mi metto a letto. Raccolgo le gambe, mi raggomitolo. Provo a chiedere a qualcun altro.
Mando una mail dal cellulare a Lorenzo, un ragazzo che ho conosciuto anni fa in una delle scuole di yoga che ho frequentato. È medico, ginecologo, insegna anche lui. Un po’ mi vergogno – non siamo così in confidenza – ma più pareri raccolgo e meglio è.
Mi risponde in fretta: i sintomi in effetti sono compatibili con la mononucleosi.
Gli chiedo nello specifico dei miei valori ma non risponde più. Devo chiedere a una mia collega, dice.
Silenzio. Più niente.
Si sarà dimenticato.
Non ha senso scrivergli ancora.
Allora cambio consulente, scrivo a Eugenia: lavorava per la televisione, poi ha mollato e si è dedicata all’insegnamento dell’Iyengar, lo yoga dell’allineamento. Mi dice di prendere la papaya fermentata: costa un po’ ma rinforza il sistema immunitario.
Visto che la mononucleosi non ha una cura specifica, secondo lei intanto mi posso aiutare con quella.
Sto continuando a insegnare. E quando insegno faccio finta di niente.
Evito di raccontare ai responsabili dei posti in cui lavoro che non sto bene: la mononucleosi è contagiosa, va a finire che mi lasciano a casa. Sto continuando a fare lezione anche se non vorrei: non posso smettere, mi servono i soldi. Non dimostro le posizioni, cerco di guidare le classi il più possibile con la voce.
Se mi sento troppo stanco, mi appoggio alla parete o mi siedo per terra.
Mi sforzo di non dare nell’occhio.
Non vorrei più uscire di casa ma non ho alternative. Ogni volta il pensiero già proiettato al dopo, a quando sarà tutto finito. Faccio la spola tra il letto e il divano. Mi nascondo sotto la coperta di pile con i gatti, mi riaddormento e puntualmente ricomincio a sudare.
Mi sveglio, mi alzo, mi cambio e torno a sdraiarmi.
Questo è il nuovo ritmo delle mie giornate.
Una sequenza di gesti senza futuro.
Nessun progetto, nessun desiderio.
Poi però novità: non ho più solo la febbre. Irritazione al palato, raffreddore, muco, gola infiammata.
Una settimana, due settimane: era un’influenza inceppata?
Ora si sfoga e se ne andrà, come ogni altra influenza che ho avuto.
È stata una fase, un momento di debolezza, succede.
Mia madre mi chiama: come ti senti?
Al solito, di sicuro non andrei a farmi una corsa.
No, certo. Un po’ alla volta.
Mi si abbassa la voce, le corde vocali bloccate, compromesse anche le vie respiratorie. Inalo almeno tre volte al giorno il vapore dalla pentola più grossa che ho in casa, riempita di acqua bollente. Nell’acqua lascio cadere dieci gocce di Tea Tree Oil, l’olio essenziale ricavato dalla melaleuca, una pianta australiana usata dagli aborigeni. L ’ho letto su internet: va benissimo per le infiammazioni.
Uno, due, tre giorni.
Non mi fa niente.
Provo ad assumere l’olio direttamente per via orale: solo un paio di gocce, mi consiglia chi se ne intende. Estremo rimedio, dicono, non bisogna abusarne. È fortissimo, sa di deodorante per armadi. Il sapore resta in bocca per ore.
Due giorni, tre, quattro: stesso risultato, non mi riesce a curare.
Se non è mononucleosi, allora cos’è?
Perché ho la febbre da settimane?
Non posso fare a meno di digitare nella barra di Google. E se è un tumore? Leucemia? Un linfoma? Continuo a cercare online, mi assillo con le informazioni rintracciate in rete. Marius mi dice di smetterla, che non serve a niente. Ma a cos’altro dovrei pensare?
Leggo e rileggo le stesse cose, in continuazione. Imparo sintomi, evoluzione e cura di un numero spropositato di malattie, scivolo giorno dopo giorno in una competizione interna tra le ipotesi e gli scenari peggiori. Tra le possibilità scelgo sempre quella più eclatante, quella senza rimedio: mi porto avanti, devo prendermi cura del panico. Soddisfarlo mi viene più facile: immagino tutto il male possibile.
Basta, ho deciso: è un tumore.
Arriverà, sta arrivando il tempo della chemioterapia.
Mi diranno la data del ricovero. Saluterò il mio ragazzo, saluterò lui e saluterò i gatti. Li bacerò – per l’ultima volta? – e andrò a farmi riempire di tubi e di farmaci che mi faranno stare ancora peggio di come sto. Sarò lontano, a letto, mi dovranno aiutare a fare tutto.
Mi verrai a trovare? Mi amerai ancora mentre me ne starò andando?
Ricoverato, dovrò andare via da qui, da casa nostra. Io che non mi allontano mai, che non posso lasciarvi neanche per due giorni di fila, finirò in un qualche ospedale mai visto. Mi cadrà tutto: le sopracciglia, i peli, i capelli.
Com’è una faccia su cui non resta più niente?
Dormo sempre di più – dormo per non pensare, per avere un po’ meno paura. Non riesco più a leggere, né a scrivere e allora dormo, mi spengo, mi calmo col sonno. Inizio a saltare delle lezioni in palestra, mi faccio sostituire. Mi telefonano, mi cercano. Spesso neanche rispondo.
Come mai non sei venuto? Ti aspettavamo.
Non mi interessa più niente, non ho più la forza di controllare, ricordarmi, essere responsabile – costi, scadenze, bollette –, procurarmi i soldi per le spese e l’affitto.
Vada tutto come deve andare.
Tanto ho capito cosa mi aspetta.
Scrivo al mio medico: sto pensando di andare al Pronto Soccorso, inizio davvero a essere al limite.
La febbre come va?
Ieri sera e stamattina la temperatura era normale, poco fa invece è salita a 37.3.
Se ti fa sentire meglio, vacci.
Ci vado davvero, ma non serve a niente: la mia non è un’urgenza, dicono.
È da gestire col medico curante.
Possono darmi solo il codice bianco.
La prospettiva di restare ore su una sedia mi annienta. Letto, divano, io mi devo sdraiare.
Ritorno a casa.
Un pomeriggio, due, cinque.
Perdo la cognizione del tempo.
Cerco qualcosa da guardare mentre mi riaddormento.
Su YouTube apro uno dopo l’altro tutti i video di Maurizia Paradiso malata, quelli che ha postato mentre era ricoverata per la leucemia al San Gerardo di Monza e faceva la chemio. Parolacce, urla, nessuna censura. Lei ci scherza, io mi preparo a quel che verrà. La guardo che ride, sbraita, manda affanculo: non è mica la fine del mondo. C’è vita anche lì. È successo anche ad altri: fatemi vedere come si fa. Trovo i video di alcune ragazze che hanno scoperto di avere il cancro e hanno deciso di documentare giorno per giorno quello che stanno vivendo. Donne di venti, trent’anni, senza capelli, gonfie, con la pelle grigia e le occhiaie nere.
Toccherà anche a me, sì, ma non devo morire per ora, non deve succedere adesso: devo fare la chemio, magari operarmi.
Un passo alla volta.
Resisto un po’, torno dal medico.
Senti, io sto ancora male.
Guardiamo un’altra volta gli esami.
Ah, ma scusa, non ti hanno inserito l’emocromo, l’esame di base, la cosa più importante, la prima che si va a controllare. Globuli rossi, globuli bianchi, piastrine: se c’è un’infezione si vede da lì, se è un tumore pure.
Non c’è? Forse ho sbagliato io. Pensavo di avertelo segnato invece mi sarò distratto. Scusami, a volte sono un disastro. Facciamo l’emocromo e già che ci siamo controlliamo anche qualche altra cosa. Da quanto non fai l’esame dell’HIV?
Da un po’.
Mento.
Non l’ho mai fatto.

 

[La foto dell’autore è di Claudia Beretta]

Vai a Febbre.

 

 


Elisa Casseri / 19 luglio 2019

 

«Parli solo della struttura di questo libro»

«Non è vero»

«E le quattro voci… E i salti temporali… E i rapporti simbiotici…

E il ciclo delle piante… E le stagioni che permutano… E poi le micorrize…»

«Ma perché mi stai sgridando?»

«Perché fai sembrare il tuo romanzo un libro complesso. Vuoi che sembri un libro complesso?»

«No, che non voglio. Anche perché non è un libro complesso»

«Invece È un libro complesso, ma non lo deve sembrare»

«Non ho capito»

«La complessità è una cosa bella solo se non la dici. Se la dici, se cerchi di spiegarla, disorienti»

«Quindi per non disorientare devo mentire?»

«No, non devi mentire. La devi smettere di parlare SOLO della struttura di questo libro»

«Vabbè, a me sembra che mi stai chiedendo di mentire. E poi guarda che le micorrize…»

«Dio ce ne scampi e liberi da queste dannate micorrize…»

[Conversazioni su La botanica delle bugie, 2019]

C’è stato un periodo, dopo la laurea, in cui ho risposto a un sacco di annunci di lavoro. Sapevo che non volevo fare niente che c’entrasse con quello che avevo studiato, ma ero in quell’interregno strano (che, devo ammettere, non ho mai veramente abbandonato) in cui, mentre si cerca di capire in che modo gestire filosoficamente la scrittura e la vita, si sa che si deve pure pagare l’affitto e allora tanto vale muoversi.
Ho fatto dei colloqui insensati, durante i quali ho reagito con impeccabile concretezza a domande come «Dove ti vedi tra cinque anni?», non credendo a nemmeno una delle parole che pronunciavo. Mi ricordo che, una volta, dopo aver risposto a un annuncio molto vago, mi sono ritrovata a fingere una sapienza econometrica di fronte alla donna che mi doveva valutare e che, appena mi sono seduta, mi ha detto che mi sarei dovuta occupare della cessione del quinto.
«Sa cos’è la cessione del quinto?».
«Certo che lo so», ho risposto io – che non lo so nemmeno adesso cosa sia la cessione del quinto.
È stato il periodo in cui ho domandato tantissime volte a me stessa quello con cui, per tutto il resto della vita, ho ossessionato ogni persona con cui ho avuto a che fare.
Dopo ogni giornata passata a rispondere agli annunci, dopo ogni telefonata in cui cercavo di convincere qualcuno della sensatezza di quello che stavo facendo, dopo ogni terribile colloquio in cui portavo il mio curriculum in formato europeo e raccontavo la mia tesi e le mie skills, mi guardavo in uno specchio e me lo chiedevo.
Pure oggi, a cosa è servito mentire?

Ovviamente non sono riuscita mai a darmi una risposta soddisfacente, così come non ci sono mai riusciti, per tutto il resto della vita, mia madre, mio padre, il mio migliore amico, il prete, il professore di Meccanica dei solidi, l’allenatore di salto in alto, mia nonna, il dirimpettaio, il cane di quartiere. Non c’è riuscito nemmeno un mio fidanzato musicista che, all’inizio, sembrava essere un estimatore della verità – mi diceva di saper riconoscere i miei «Sì» veri da quelli finti perché questi ultimi suonavano in bemolle – e poi quando decise di lasciarmi mi disse che lo faceva perché non sorridevo abbastanza.
«In che senso non sorrido abbastanza?», gli chiesi io, senza sorridere.
«Nel senso che non sorridi abbastanza».
Dopo qualche mese in cui ci eravamo lasciati e ripresi, scoprii che si stava sentendo con un’altra ragazza, allora lo guardai intensamente e glielo chiesi.
«Ma non potevi dirmi la verità? A cosa è servito mentire?».
«Non lo so», mi rispose.
Tolta mia sorella, che si è sempre spesa in risposte articolate e di concetto alla domanda «A cosa serve mentire?» (non ultima, ieri pomeriggio, quando mi ha detto: «Mentire è un atto di civiltà»), «Non lo so» è sempre stata una delle risposte più gettonate. In qualsiasi tempo verbale, tono vocale o clima emotivo io abbia declinato quella domanda, «Non lo so» è stata una reazione sempre molto usata. Forse perché è vera?
Non lo so.

So che si mente per ottenere un lavoro o per poterlo lasciare. So che si mente per riuscire ad amare o per lasciarsi odiare. So che si mente per gioco o per fatica. So che si mente perché non si sa distinguere una chitarra da un basso o perché si capisce troppo bene la musica. So che si mente per circostanza o per scelta. Insomma, so, come lo sanno tutti, che si mente per tutto e il contrario di tutto. E so (perché ci ho provato) che non è possibile trovare una funzione matematica che definisca il rapporto tra quello che è vero e quello che non lo è.
Per questo, a un certo punto, ho cercato di smettere di indagare, di non accanirmi nello scorticare tutti con le mie domande disorientanti, con i miei tentativi di soluzione, con le strutture nelle quali cercavo di incasellare i processi mentali che mi avevano, li avevano, ci avevano portati a fare, non fare, mentire, non mentire, capire, non capire.
L’ho detto, l’ho giurato: «La smetto». Però poi non l’ho fatto.
In pratica, ho mentito.

E a cosa è servito mentire? Beh, per una volta, mi sono saputa rispondere: mentire, per me, è servito a scrivere La botanica delle bugie, un libro che non parla mai, nemmeno per una volta di micorrize. Lo so che io non faccio che parlarne, ma nel libro non c’è nemmeno un’occorrenza di questa parola. Davvero.
E allora, lo giuro: la smetto.
Da oggi parlerò solo di cessione del quinto.


Paul B. Preciado / 18 luglio 2019

 

Principi della società controsessuale

 

Articolo 1

La società controsessuale decreta l’abolizione delle denominazioni maschile e femminile corrispondenti a categorie biologiche (uomo/donna, maschio/femmina) sulla carta di identità e nell’ambito di tutte le procedure amministrative e legali. I codici della mascolinità e della femminilità diventano registri aperti e copyleft a disposizione dei soggetti parlanti, dei corpi viventi nel quadro di contratti consensuali temporanei.

 

Articolo 2

Per evitare la riappropriazione dei corpi nel sistema sociale in quanto femminili o maschili, ogni nuovo corpo (cioè ogni nuovo contraente) porterà un nuovo nome che sfugge alle marche di genere qualunque sia la lingua impiegata. In un primo tempo, e per destabilizzare il sistema eterocentrico, ognuno avrà almeno due nomi, uno tradizionalmente femminile e un altro tradizionalmente maschile, oppure un nome privo di connotazioni di genere. Saranno legali nomi come Roberto Caterina, Giulia Giulio, Andrea Marta.

 

Articolo 3

Invalidato il sistema di riproduzione eterocentrica, la società controsessuale insiste su quanto segue:

• L’abolizione del contratto matrimoniale, eterosessuale e omosessuale, e di tutti i suoi sostituti statali, come le unioni di fatto che perpetuano la naturalizzazione dei ruoli sessuali. Lo stato non dispenserà alcun contratto sessuale.

• La destituzione dei privilegi sociali ed economici derivati dalla condizione maschile o femminile (supposta naturale) dei corpi viventi nel quadro del regime eterocentrico.

• L’abolizione dei sistemi di trasmissione ereditaria dei privilegi patrimoniali ed economici acquisiti dai corpi viventi nel quadro del sistema eterocentrico e coloniale.

 

Articolo 4

La risignificazione controsessuale del corpo diventerà operativa attraverso l’introduzione graduale di certe politiche controsessuali. Primo, l’universalizzazione delle pratiche stigmatizzate come abiette nel quadro dell’eterocentrismo. Secondo, sarà necessario creare unità hi-tech di ricerca controsessuale in modo da trovare, proporre e sperimentare collettivamente nuove forme di sensibilità e di affettività. Saranno messe in atto nel sociale una pluralità di pratiche controsessuali per realizzare il sistema controsessuale:

• Ri-sessualizzare l’ano (una zona del corpo che è stata esclusa dalle pratiche eterocentriche essendo considerata la più sporca e abietta) in quanto centro universale controsessuale.

• Diffondere, distribuire e fare circolare pratiche di reiterazione sovversiva dei biocodici, e delle categorie della mascolinità e della femminilità naturalizzate nel quadro del sistema eterocentrico. La centralità del pene in quanto asse di significazione del potere nel quadro del sistema eterocentrico richiede un immenso lavoro di ri-significazione e decostruzione. Per questo motivo, nel primo periodo di insediamento della società controsessuale, il dildo e tutte le sue varianti sintattiche – dita, lingua, vibratori, wurstel, carote, braccia, gambe, il corpo intero, ecc. – così come le sue varianti semantiche – sigari, pistole, bastoni, denaro, ecc. – saranno utilizzati da tutti i corpi viventi nel quadro dei contratti controsessuali fittizi, reversibili e consensuali finché il biopene non venga pienamente destituito.

• Parodiare e simulare in modo sistematico gli effetti abitualmente associati all’orgasmo in modo da sovvertire e trasformare una reazione naturale costruita ideologicamente. Nel regime eterocentrico la delimitazione e la riduzione delle zone sessuali sono il risultato sia delle definizioni disciplinari mediche e psicosessuali dei supposti organi sessuali, sia dell’identificazione del pene e del supposto punto G come centri orgasmici: punti in cui la produzione del godimento dipende dall’eccitazione di una zona anatomica unica, facilmente localizzabile nell’uomo ma di difficile accesso, di varia efficacia e persino di dubbia esistenza nelle donne.

L’orgasmo, effetto paradigmatico della produzionerepressione eterocentrica dei corpi, operante tramite la frammentazione e l’isolamento delle zone corporee, verrà sistematicamente parodiato grazie a diverse discipline di simulazione e alla ripetizione seriale degli effetti tradizionalmente associati al piacere sessuale (vedi al capitolo 2, “Pratiche di inversione controsessuale”). Simulare l’orgasmo equivale a negare le abituali localizzazioni spazio-temporali del godimento. Tale disciplina controsessuale è volta a una trasformazione generale del corpo simile alle conversioni somatiche, alle pratiche di meditazione estrema, ai rituali proposti dall’arte concettuale, dalla body art e da alcune tradizioni spirituali. I progetti di Ron Athey, Annie Sprinkle e Beth Stephens, Fakir Musafar, Zhang Huan, José Pérez Ocaña, Roberto Jacoby, Hélio Oiticica, Bob Flanagan, eccetera, sono esempi e precursori di questa disciplina controsessuale.

 

Articolo 5

Ogni relazione controsessuale sarà il risultato di un contratto consensuale firmato da chiunque vi partecipi. Le relazioni sessuali senza contratto verranno considerate pari agli stupri. Sarà richiesto a tutti i corpi parlanti di esplicitare le finzioni naturalizzanti (matrimonio, appuntamento, romanticismo, prostituzione, tradimento, gelosia…) alla base delle loro pratiche sessuali.

La relazione controsessuale sarà valida ed effettiva per un periodo di tempo limitato (contratto a termine) che non potrà mai coincidere con tutta la vita dei corpi o dei soggetti parlanti. La relazione controsessuale si fonda sull’equivalenza e non sull’uguaglianza. Vengono richieste la reversibilità e le modificazioni dei ruoli di modo che il contratto controsessuale non possa mai sfociare in relazioni di potere asimmetriche e naturalizzate. La società controsessuale istituisce l’obbligo di pratiche controsessuali organizzate socialmente all’interno di gruppi liberamente aggregati cui può aderire ogni corpo vivente. Ogni corpo ha la facoltà di rinunciare al proprio diritto di appartenere a una o più comunità controsessuali.

 

Articolo 6

La società controsessuale dichiara e richiede la separazione netta e assoluta delle attività sessuali da quelle riproduttive. Nessun contratto controsessuale condurrà all’atto della riproduzione. La riproduzione sarà liberamente scelta da corpi capaci di gravidanza o di donazione di sperma. Nessuno di questi atti riproduttivi stabilirà un legame di filiazione “naturale” tra i corpi riproduttivi e i corpi appena nati. Tutti i corpi neonati avranno diritto a un’educazione controsessuale.

 

Articolo 7

La controsessualità denuncia le politiche psichiatriche, mediche e giuridiche attuali e la loro definizione di malattia/salute e disabilità/abilità così come le procedure amministrative che riguardano il cambiamento di sesso. La controsessualità denuncia il divieto di cambiare genere (incluso il nome) e il fatto che il cambiamento di genere debba essere accompagnato da un cambiamento di sesso (ormonale o chirurgico). Denuncia inoltre il controllo di pratiche transessuali da parte delle istituzioni pubbliche e private eteronormative e omosociali che impongono il cambiamento di sesso secondo modelli anatomo-politici prefissati di mascolinità e femminilità. Nessuna clausola politica giustifica che lo stato si ponga come garante di un cambiamento di sesso ma non di un cambiamento di naso, per esempio. Tutti gli organi, siano essi riproduttivi o no, interni o esterni, devono essere uguali davanti alla legge. Nella società controsessuale le operazioni di cambiamento di sesso costituiranno una sorta di volontario servizio pubblico chirurgico. Queste operazioni non dovranno mai servire a riportare il corpo a una coerenza con il maschile o il femminile. La controsessualità vuole essere una tecnologia di produzione del corpo non eterocentrica. Le unità di ricerca sulla tecnologia controsessuale studiano e promuovono, tra gli altri, i seguenti interventi:

• Esplorazione virtuale dei cambiamenti di genere e sesso grazie a varie forme di travestitismo: cross-dressing, internet-drag, cyber-identità, eccetera.

• Produzione in vitro e stampa 3D di un cyber-clitoride da impiantare in diverse parti del corpo.

• Trasformazione di differenti organi del corpo in dildo-innesti.

 

Articolo 8

La controsessualità asserisce che sesso e genere sono complesse cybertecnologie corporee. La controsessualità, ispirandosi agli insegnamenti di Donna Haraway, chiede un’urgente “queerizzazione” della “natura” 12. Le sostanze cosiddette “naturali” (testosterone, estrogeni, progesterone), gli organi (parti genitali maschili e femminili) e le reazioni fisiologiche (erezione, eiaculazione, orgasmo, ecc.) dovranno essere considerati “metafore politiche viventi” la cui definizione e il cui controllo non possono essere lasciati nelle mani dello stato o delle corporazioni neoliberiste, siano esse istituzioni mediche o compagnie farmaceutiche. Lo stato di sofisticato avanzamento delle terapie mediche e della cibernetica (xenotrapianti, protesi visive e auditive cibernetiche, ecc.) contrasta con il sottosviluppo delle tecnologie per la modificazione degli organi (falloplastica, vaginoplastica, ecc.) e delle pratiche sessuali (come per esempio la scarsa evoluzione del preservativo nei due millenni scorsi). Le moderne biotecnologie hanno lo scopo di stabilizzare le categorie eteronormative di sesso e genere (una stabilizzazione che va dall’eliminazione fin dalla nascita o prima di essa delle anomalie sessuali considerate mostruose, alle operazioni nel caso di persone transessuali). Il testosterone, per esempio, è la metafora bio-sociale che autorizza il passaggio da un corpo designato come femminile a un corpo designato come maschile. È imperativo considerare gli ormoni sessuali droghe biopolitiche il cui accesso non deve essere controllato da istituzioni statali eteronormative.

 

Articolo 9

Il controllo e la regolamentazione del tempo sono cruciali per la concezione e il miglioramento delle pratiche controsessuali. La società controsessuale decreta che le attività controsessuali siano considerate un lavoro sociale oltre che un diritto-dovere per tutti i corpi (o soggetti parlanti), e che queste attività siano praticate regolarmente per un certo numero di ore al giorno a seconda delle circostanze.

 

Articolo 10

La società controsessuale decreta l’abolizione del nucleo familiare in quanto cellula di produzione, riproduzione e consumo oltre che unità per la distruzione del pianeta. La pratica della sessualità di coppia (cioè in gruppi distinti di più di uno ma meno di tre individui di sesso distinto) è condizionata dai fini riproduttivi ed economici del sistema eterocentrico. La normalizzazione sessuale qualitativa (etero) e quantitativa (tra due) delle relazioni fisiche verrà sovvertita sistematicamente grazie alle pratiche di inversione controsessuale e alle pratiche individuali o di gruppo che verranno insegnate e promosse tramite la distribuzione gratuita di immagini e testi controsessuali (cultura contropornografica).

Articolo 11

La società controsessuale stabilirà i principi di un’architettura controsessuale. La progettazione e creazione di spazi controsessuali si baseranno sulla decostruzione e ri-negoziazione dei confini tra sfera pubblica e sfera privata. Questo compito implica la decostruzione della casa come spazio privato di produzione e riproduzione eterocentrica.

 

Articolo 12

La società controsessuale promuove la destituzione nelle istituzioni educative tradizionali e lo sviluppo di una pedagogia controsessuale hi-tech, con lo scopo di massimizzare le superfici erotiche, di diversificare e migliorare le pratiche controsessuali. La società controsessuale favorisce lo sviluppo di tutti i saperi e di tutte le tecnologie volte a una trasformazione radicale dei corpi e all’interruzione della storia dell’umanità in quanto fonte di oppressione naturalizzata (attraverso la classe, la razza, il sesso, il genere, la disabilità, la specie, ecc.).

 

Articolo 13

La società controsessuale insiste che tutti gli atti sessuali vengano considerati lavoro potenziale, e quindi insiste sul riconoscimento della prostituzione come forma legittima di sex work. La prostituzione verrà esercitata soltanto tramite un contratto libero e consensuale dove una parte acquista il lavoro sessuale e l’altra parte vende certi servizi sessuali. Tutti i lavoratori sessuali, indipendentemente dall’identità sessuale o di genere, avranno diritto a lavoro con pari diritti e senza limitazioni, senza coercizione e sfruttamento, godendo degli stessi privilegi legali, medici ed economici di ogni altra persona impiegata nello stesso territorio. La controsessualità ricerca la controproduzione di piacere e sapere nel quadro di un sistema controsessuale-controeconomico. Per questo motivo verranno considerate arte e discipline sia la pubblicazione di immagini e testi controsessuali (contropornografia), sia la controprostituzione. Si prevedono programmi di ricerca avanzata dedicati allo studio di varie discipline controsessuali. Nel quadro della società controsessuale, i corpi parlanti si chiameranno post-corpi o corpi-wittig.

 

Vai a Manifesto Controsessuale.


Lorenzo Amurri / Zurigo, maggio 1997

 

 

È primavera a Zurigo, e piove spesso.
Nei giorni in cui il cielo è sereno, mi aggiro per il grande giardino che circonda la clinica alla ricerca del posto migliore per godermi il sole. Ho scoperto che, oltre a scaldarmi, ha il potere di calmare le contrazioni muscolari, mentre il tempo nuvoloso e la pioggia le aumentano. Non credo funzioni così per tutti i mielolesi, e non sono neanche in grado di spiegare per quale motivo il tempo influisca sul mio stato muscolare, ma cerco di sfruttare la scoperta ogni volta che si presenta l’occasione.
C’è un posto in particolare, a un centinaio di metri di distanza dalla terrazza esterna della caffetteria, che si presta alla mia nuova necessità. È illuminato dal sole per tutto l’arco della mattinata, protetto su due lati da un alto muro di mattoncini che aiuta a creare un microclima molto piacevole – nonostante l’inizio della bella stagione, la temperatura è ancora bassa –, e c’è un tavolo da giardino con alcune sedie intorno. A rendere il tutto ancora più piacevole, c’è una piccola fontana artificiale con montagnetta scenica dalla quale zampilla un getto d’acqua, il cui rumore fa da rilassante colonna sonora. Oggi degli ospiti speciali sguazzano nelle sue limpide acque: un’anatra selvatica con tre figlioletti al seguito. Nuotano in fila indiana e di tanto in tanto si immergono, per poi lavorare di becco sul piumaggio. Sembra stiano facendo un bagnetto in piena regola. Non riesco a staccargli gli occhi di dosso, e il piccolo teatrino mi mette di buon umore. Il fatto che sia l’unico spettatore, mi fa credere che la natura abbia voluto dedicarmi uno scorcio del suo splendore. Come succedeva durante le ore passate a pesca in mezzo al mare dove, a volte, mostrava attimi di pura poesia e dimostrazioni della sua potenza. Ne ricordo due in particolare: mentre un sole infuocato andava a spegnersi dentro il mare, un pesce volante era saltato fuori dall’acqua e gli era volato incontro per alcuni secondi, immobile e in perfetto equilibrio; e quando all’improvviso, in un mare fermo e piatto come il marmo, a pochi metri dal mio gommone, era apparso un capodoglio in tutta la sua imponenza.
Mamma anatra è impegnata nella cura dei suoi piccoli, e io continuo a godermi lo spettacolo, finché il pennuto di colpo si ferma e rivolge lo sguardo verso di me. Mi fissa dritto negli occhi con grande intensità. Mi giro e guardo dietro di me, per capire se c’è qualcosa che possa aver attirato la sua attenzione, mi sembra impossibile cheguardi proprio me. Sul muro non c’è niente, e non ho sentito rumori che potrebbero aver distolto la sua attenzione dalla cura della prole. Mi giro di nuovo verso la famigliola acquatica: continua a fissarmi avvicinandosi lentamente al bordo della fontana. Con un guizzo esce fuori e continua a camminare nella mia direzione, non staccando mai gli occhi dai miei. Non so cosa fare, sento un brivido di paura salirmi dallo stomaco. Potrei scappare via a tutta velocità, la carrozzina elettrica è accesa e ho la leva di guida dentro la mano, ma ormai è troppo vicina e rischierei di investirla. Resto fermo, mi guardo intorno sperando di veder apparire un essere umano che spaventi l’animale. Allo stesso tempo, però, mi chiedo come possa nuocermi, non ho mai sentito notizie di persone assalite da un’anatra. Mordono le anatre? Hanno il becco affilato? Graffiano? Mentre valuto ogni possibilità di attacco, mamma anatra dà due colpi secchi con le ali e mi atterra sulle cosce. Ho un sussulto e cerco di tirarmi indietro con la schiena per allontanare la faccia il più possibile dal suo becco. Stacco la mano dalla leva di guida della carrozzina e sto per rifilarle un colpo, quando accade quello che davvero non ti aspetti:
“Prima stai lì a fissarmi mentre faccio il bagno ai miei piccoli e ora vuoi anche colpirmi?”.
La mano si blocca e rimane sospesa nell’aria. Guardo l’anatra cercando di capire se ho avuto un’allucinazione, o se veramente ho visto il suo becco aprirsi e ho sentito uscire delle parole. Per un attimo scruto a destra e a sinistra, in cerca di qualcuno che potrebbe avermi tirato uno scherzo. Non vedo nessuno, e tutt’intorno è calato un insolito silenzio. Non sento il vociare delle persone nella terrazza della caffetteria, e neanche il passaggio delle auto sulla strada che costeggia la clinica. Silenzio che viene nuovamente rotto dal pennuto:
“Che c’è, sei muto?”.
“Ma tu parli?”
“E tu rispondi alle domande con una domanda. Che hai da guardare?”
“Non capita tutti i giorni di vedere un’anatra con figlioletti fare il bagno in una fontana, mi godevo lo spettacolo.”
“E ti sembra un buon motivo per spiare un momento di intimità? Io non vengo a fissarti quando ti lavi.”
“La mia intimità è ormai diventata di dominio pubblico e non avrei nulla in contrario, sarebbe anche un divertente diversivo.”
“Vuoi dire che ti lavi in pubblico?”
“A parte i due infermieri che mi aiutano, c’è sempre qualcuno che guarda, soprattutto i miei familiari.”
“E tu non hai niente in contrario?”
“Sembra sia una naturale conseguenza della mia nuova condizione fisica, credono tutti di avere il diritto di essere presenti, anche di fronte a cose più intime del semplice bagno. A me non dà fastidio, ho altro a cui pensare.”
“Non che voglia troncare il discorso, ma potresti abbassare la mano? Vorrei essere sicura che non hai ancora intenzione di colpirmi.”
Mi accorgo solo ora che sono rimasto per tutto il tempo con il braccio sollevato a mezz’aria, come un manichino in vetrina. Lo appoggio velocemente, con un po’ di vergogna, sul bracciolo della sedia. Mi sento più rilassato, e non ha importanza se si tratta di un’allucinazione, ho intenzione di vivermela fino in fondo, il più al lungo possibile. Anche lei è più rilassata. Si accuccia sulle mie gambe:
“Dicevi, la tua nuova condizione fisica?”.
“Non hai notato che sono seduto?”
“Che c’è di strano? Voi umani state molto più seduti che in piedi.”
“Questo è vero, ma la mia sedia ha le ruote e un motore che la spinge.”
“Pigrizia?”
“(Rido) No, la pigrizia non c’entra. Ho avuto un brutto incidente e non posso più camminare né muovere le mani.”
“Questo è un ospedale, ti cureranno.”
“Purtroppo non c’è cura per la mia situazione, rimarrò così per sempre.”
Resta un attimo in silenzio. Lancia uno sguardo ai suoi piccoli, forse sta ragionando su quello che le ho detto. Anch’io lo sto facendo. Mi rendo conto che è la prima volta che racconto a qualcuno quello che mi è successo in termini semplici, come se parlassi a un bambino. La prima volta senza quegli orribili termini tecnici che volteggiano nell’aria tutti i giorni, pronunciati dagli altri. La prima volta che le parole rendono concreta un’immagine di vita. E anche se mi fa male, sento di averne bisogno e non voglio smettere. Del resto, quale miglior interlocutore se non un’anatra parlante. Mi guarda di nuovo. Si alza in piedi e si dà una sgrullata che le fa tremare il piumaggio progressivamente, dalla testa fino alla punta della coda. Non posso fare a meno di notare i suoi meravigliosi colori: il giallo del becco; la testa e parte del collo di un verde che varia dallo smeraldo al bottiglia; il piccolo girocollo bianco che somiglia tanto a una collana, e separa le diverse tonalità di verde dal petto marrone scuro e dal grigio tendente al beige del corpo; e, infine, la coda nera con una frezza bianca sulla punta. Il tutto reso più splendente dal sole e dai riflessi che crea il piumaggio bagnato. Si accuccia di nuovo:
“Seduto stai più comodo e ti stanchi meno”.
“Purtroppo è l’esatto opposto. Stare seduti, nel mio caso, non è una posizione comoda, ed è molto faticoso.”
“Perché?”
“Perché non ho la sensibilità sulla pelle, quindi non provo alcuna sensazione piacevole. E poi non so dire se sono seduto nella giusta posizione. La fatica dipende dalla debolezza e dall’abuso dei muscoli delle spalle, gli unici che funzionano.”
“Aspetta, cosa significa che non hai sensibilità?”
“Ti faccio un esempio: tu ora sei sopra le mie gambe, ma per me è come se non ci fossi. Non sento il tuo peso, e non so se mi stai facendo male.”
“Quindi se ora ti mordessi, tu non lo sentiresti.”
“Esatto.” “E non è un vantaggio?”
“In effetti, in alcune occasioni può essere un vantaggio; in altre invece, un grande problema.”
“Quali?” “Se sono nella posizione sbagliata, per esempio, posso farmi una ferita sul sedere senza accorgermene.”
“E tu mettiti nella posizione giusta.”
“Magari sono sicuro di averlo fatto, ma non è così.”
“E perché sei debole?”
“Sono stato a letto per tanti mesi e non potevo neanche mangiare, ho perso peso e mi sono indebolito.”
“E ora puoi mangiare?”
“Sì, ma non mangio molto.”
“Sbagli, ti devi sforzare.”
“È difficile abituarsi di nuovo dopo tanto tempo senza cibo, lo stomaco si riempie subito, e a dire la verità, sono i pensieri a chiuderlo ulteriormente.”
“A cosa pensi?”
“A tutto ciò che questo maledetto incidente mi ha portato via.”
“…”
Mi guarda in silenzio, aspettando che continui a parlare.
“Non posso più fare niente da solo, ho bisogno di aiuto in quasi ogni aspetto della mia vita, che è scandita da orari e regole: fare pipì ogni tre ore, fare la cacca un giorno sì e uno no, posizionarsi a letto con diversi cuscini, prendere le medicine tre volte al giorno. Un incubo ricorrente, che si presenta ogni giorno uguale. E poi queste mani chiuse e immobili, ogni volta che le guardo mi sento male. Non riesco a prendere quasi niente da solo, ma soprattutto non posso più suonare la chitarra, la mia unica passione”, mi fermo e resto in silenzio guardando l’acqua della fontana, ma lei provvede subito a romperlo:
“Mi prude da morire la schiena, mi daresti una grattatina?”.
“Ma ho la mano serrata, non ci riesco.”
“E dai provaci lo stesso ti prego, sto impazzendo”, si gira di lato e mi offre la schiena. Provo a farlo con la nocca del mignolo della mano destra:
“Va bene così?”.
“Un po’ più su.”
“Qui?”
“Sì che meraviglia!”, si allunga tutta in pieno godimento.
“E ora mi allisceresti le piume?”
“Ma non posso aprire la mano.”
“Che noioso, e dai!”
L’accarezzo con le falangi esterne delle dita, cercando di farlo il più dolcemente possibile. Le piume sono morbide e lisce, è un piacere toccarle; e lei sembra apprezzare l’operazione:
“Ecco, per esempio, due cose che sai fare benissimo: grattare e accarezzare. E quando non puoi fare una cosa, che c’è di male a chiederlo? Io l’ho appena fatto”.
“Sì, ma tu non hai perso la libertà. Vai dove vuoi da sola, voli. Sei il simbolo della libertà. Come ti sentiresti se le tue ali non funzionassero più?”
“Sarebbe di certo un problema, ma cercherei il modo di vivere senza.”
“…”
“Tu pensi solo a ciò che non puoi fare e che non puoi avere, concentrati su quello che hai e che puoi. Due cose le abbiamo appena scoperte, e chissà quante ne scoprirai ancora. E poi hai ancora gli occhi per vedere il mondo, il naso per sentire i profumi che ti circondano, la bocca per parlare e per mangiare, il cervello per godere di queste facoltà. Non sei mica morto.”
“…”
“Cosa credi che il fatto di avere le ali mi tolga tutti i problemi? Lo sai perché sono venuta a fare il bagno qui?”
“No.”
“Hanno aperto la stagione della caccia, se vado in un lago o in un ruscello rischio di beccarmi una fucilata, e anche i miei piccoli. A te almeno non ti sparano. Tutti abbiamo problemi nella vita. Anche le persone che camminano e sono indipendenti, possono essere più tristi e avere più problemi di quelli che hai tu.”
“In questo momento farei volentieri a cambio.”
“Adesso non lo vuoi capire, ma vedrai che prima o poi succederà. Ora scusami, ma devo tornare dalla prole.”
È la prima volta che qualcuno mi fa una ramanzina del genere, e che sia stata un’anatra parlante non fa differenza. Forse ha ragione a dire che non lo voglio capire, forse non ho la forza di farlo, forse non ci riuscirò mai. Il peso di quello che mi manca affossa e nasconde tutto il resto, e le piccole conquiste di ogni giorno non mi danno alcuna gioia. La guardo raggiungere i suoi piccoli, con un’andatura ondeggiante che mi fa pensare a un cartone animato. Sorrido. All’improvviso irrompe una voce:
“Ciao!”, è la mia fidanzata.
“Ciao!”
“Che ci fai qui tutto solo?”
“Veramente sono in buona compagnia”, le indico la famigliola.
“Ma che carini! Sono lì da molto?”
“Da tutta la mattina, ma non li guardare troppo, la mamma potrebbe offendersi”, pronuncio l’ultima frase a volume più alto. Mamma anatra, che intanto è già uscita dalla fontana seguita dai figlioletti e si sta dirigendo verso la boscaglia, si gira e mi lancia un’ultima occhiata, condita da un sonoro starnazzo. Una risposta alla mia battuta, un ultimo saluto.

 

Vai a Apnea.


Elisa Casseri / 12 luglio 2019

 

 

«Come hai detto che si chiama il tuo prossimo libro?»

«La botanica delle bugie»

«LBDB, un segno»

«Un segno di cosa, papà?»

«Ma non l’hai vista l’ultima puntata di Game of thrones?»

«Sì, certo. Bellissima»

«Eh, si chiama La battaglia dei bastardi, LBDB…»

«Ma pensa»

«No, non c’è da pensare, c’è da agire, perché noi siamo Stark e ci siamo appena ripresi Grande Inverno…»

«E quindi?»

«E quindi dobbiamo festeggiare. Per esempio, all’inizio di questo tuo nuovo libro, non potresti far morire settecento, ottocento nemici?»

«Ma come? E perché? E soprattutto: nemici di chi?»

«Boh, veditela tu: mica sono io lo scrittore…»

[Conversazioni su La botanica delle bugie, 2016]

Quando aveva otto anni mia sorella è stata accusata di frode e associazione a delinquere. Mi ricordo che, un giorno, mia madre venne convocata dalle maestre e mi ricordo mia sorella guardarla stupita e, a domanda diretta su cosa avesse combinato, rispondere imperturbabile: «Non ho proprio idea di cosa la maestra ti voglia dire, mammina». Ovviamente mentiva.
Lei e le sue tre amiche del cuore avevano messo in piedi un business, composto di tre strategie:

  1. ritagliavano le immagini delle donne in intimo su Postalmarket e le vendevano a 50/100 lire l’una ai maschi;

  2. affermavano di sapersi leggere l’un l’altra nel pensiero, lo giuravano sulle figurine dei calciatori: i maschi dovevano solo dire un numero a una di loro e l’altra lo avrebbe indovinato mettendole le mani sulle tempie. Quello che succedeva è che l’amica che sapeva il numero digrignava i denti le giuste volte, loro indovinavano e vincevano le figurine della scommessa;

  3. rivendevano ai maschi le figurine che gli avevano estorto.

L’unico commento di mia sorella quando mia madre è tornata sconvolta (e un po’ divertita) dall’incontro con le maestre è stato: «Se i maschi sono stupidi, non è colpa mia».

Mia sorella è sempre stata bravissima a mentire: è un talento che si porta dentro, non ha mai dovuto imparare e io, nel corso degli anni, non ho fatto che studiarla questa sua capacità, analizzarla per cercare di combatterla, di difendermi, di vincere qualche partita. Sono convinta che la mia ossessione per la verità sia anche colpa sua.
Colpa di quando litigavamo per chi doveva usare il telecomando, per esempio, e lei, a un certo punto, mollava la presa, mi guardava fisso negli occhi e, senza che io l’avessi nemmeno sfiorata, scoppiava a piangere disperata: «Mamma!», urlava: «Elisa mi ha picchiato in testa con il telecomando»; e allora mia madre veniva, mi sgridava e, mentre io la guardavo attonita, mi strappava il telecomando dalle mani e dava lo scettro della vittoria a lei.
Mi ha battuto così tante volte che mi vergogno di contarle, ma la storia che mi provoca più imbarazzo è una cosa che si è protratta per un po’ e io, tutte lo volte che ci penso, non capisco come sia possibile che mi sia fatta raggirare così tanto. In pratica, mia sorella si nascondeva dietro il divano e faceva finta di essere la mia coscienza (poi dice perché sono diventata una scrittrice, ma meno male, poteva andare decisamente molto peggio): io ero piccola e molto ingenua quindi, quando sentivo questa voce – «Elisa», mi diceva: «sono la voce della tua coscienza…» – mi bloccavo, la ascoltavo e tendevo a fare tutto quello che mi chiedeva che, di solito, erano cose tipo: consegnare a mia sorella metà dei soldi che mi aveva dato mio nonno; regalare a mia sorella la maglietta rossa che le piaceva tanto; concedere a mia sorella una comunione dei beni rivisitata in cui tutto quello che era mio era per metà anche suo ma non il contrario.
Insomma, niente che mi facesse immaginare che dietro quella voce ci fosse lo schema di qualcuno. Se non fosse stato per mia madre, che l’ha scoperta, forse andrebbe avanti ancora.

Comunque, l’estate prima che venisse accusata di frode e associazione a delinquere, un pomeriggio sparso in mezzo ai due nostri compleanni estivi (lei è nata il 16 agosto, siamo tutte e due Leone, anche se solo io sono cuspide), mi si è avvicinata con un mazzo di carte e mi ha detto: «Ora noi giochiamo a poker e io ti insegno a bluffare, almeno diventi più simpatica». Da quel giorno e per tutta la vita fino a oggi pomeriggio (quando ha cercato di convincermi a telefonare a mia nonna per dirle che avevo sentito brutte voci sul suo conto e di vedere di comportarsi meglio) non ha fatto altro che cercare di educarmi alle bugie come metodo per affrontare la vita con più allegria, per tenere la mente allenata meglio di come farebbero il Sudoku o la Settimana Enigmistica e per semplificare quelle pratiche dell’esistenza che fanno perdere un sacco di tempo:

  1. «Visto che ti piacciono tanto i romanzi, vedila così: non sono bugie è fiction»;

  2. «Si chiama nonchalance, non ho saltato nessuna fila per prendere questo taxi. Sai dove ti porterà tutta questa etica? Alla fermata del 360»;

  3. «Se uno ti dice che ti ama, tu, qualsiasi cosa pensi, rispondi subito “Anch’io“. Poi si vedrà in seguito».

Non credo di aver mai reso mia sorella orgogliosa di me, però giuro di averci provato. L’ultima volta, l’undici aprile di quest’anno, il giorno in cui è uscito La botanica delle bugie.
«Papà, è successa una cosa deplorevole».
«Cosa?».
«Dal mio romanzo hanno tagliato le prime due pagine, quelle in cui morivano, per essere precisi, settecentoquarantadue nemici. Pare fossero incoerenti con il resto del libro».
«Che vuol dire “hanno tagliato”?».
«Infatti, è più giusto dire “ha tagliato”: Lavinia, la mia editor».
«Lavinia come? Lavinia Lannister? Lavinia Targaryen? Lavinia Tyrell?».
«Lavinia Azzone, papà».
«Lo sapevo che non era una Stark. Vabbè, non fa niente. Puoi sempre riprovarci con il prossimo».
«Assolutamente».
Mia sorella, quel giorno, è stata molto orgogliosa. Ma non di me, di mio padre – altro abilissimo giocatore di poker.
E quindi? A mentire ho mentito, ma possiamo dire che ho davvero imparato a mentire?
No, pare di no.
O almeno così dice la voce della mia coscienza.

Vedi La botanica delle bugie.


Elisa Casseri / 5 luglio 2019

 

«E questo che fiore è?»

«Non lo so»

«Come non lo sai? Hai scritto un libro sulla botanica e non sai questo che fiore è?»

«Non ho scritto un libro sulla botanica, ho scritto un romanzo sulla botanica delle bugie: è diverso»

«E non c’hai nemmeno l’app che ti dice che fiore è se lo fotografi?»

«No, non ce l’ho»

«Beh, ti farebbe fare bella figura, in casi come questo»

«Quindi secondo te dovrei usare un’app e fingere di sapere che fiore è un fiore che non so cosa sia»

«Beh, sì»

«Ma non ha senso»

«Fammi capire: hai scritto un libro sulle bugie e ancora pensi che debba avere senso mentire?»

«Non ho scritto libro sulle bugie, ho scritto un romanzo su…»

«Oddio che palle!»

[Conversazioni su La botanica delle bugie, 2019]

 

Nella vita succede molto spesso che le persone, anche a stretto giro di conoscenza, a un certo punto e in maniera totalmente decontestualizzata, ti guardino negli occhi e ti chiedano: «Ma tu di che segno sei?». Di solito hai appena detto o fatto qualcosa di forte, tipo raccontare di quando sono venuti i ladri a casa tua e tu ti sei dispiaciuta che non abbiano rubato la fede del padre del tuo ragazzo che, dopo qualche giorno che te l’aveva regalata, ha pensato bene di lasciarti con una mail oppure hai aggiunto il vino bianco nel brodo bollente per farlo raffreddare e tutto il tavolo ti ha guardato come se fossi pazza.
«Ma tu di che segno sei?», ti chiedono e sembra una domanda innocua, fatta per riempire una conversazione che langue o per stemperare qualche imbarazzo che magari non hai nemmeno creato tu ma, in ogni caso e a qualsiasi condizione, tu a quella domanda risponderai mentendo.
«Io? Sono nata il 24 Luglio. Teoricamente sono del Leone, ma di fatto sono anche un po’ del Cancro. In sostanza, quindi, sono una cuspide».
Non è proprio una bugia perché tu – e forse è meglio che io la smetta di dire tu visto che in realtà è di me che parlo (anche perché sennò questa storia finisce con qualcuno che, pur di evitare che io perseveri con la permutazione delle voci narranti nei libri che scrivo, imbastisce chissà quale questione più complessa del segno zodiacale e poi chi ne esce) – insomma: non è proprio una bugia perché io sono veramente nata il 24 luglio, però, e lo so da tempo, questo non vuole assolutamente dire che sono una cuspide.

Io non sono una cuspide. E allora perché dico sempre questa bugia?
Forse, come al solito, per colpa di mia madre: continuo a dire questa bugia perché è lei che me l’ha detta, me lo dice da sempre che quando sono nata, all’una e trenta del mattino di una giornata d’estate in cui la strada per arrivare a Latina era assurdamente piena di nebbia (anche qua la storia fa un po’ di acqua, ma vabbè), l’infermiera che era con lei le ha detto: «Sarà fortunata questa bambina, è nata cuspide».
E allora, forse, questa bugia continuo a dirla per colpa dell’infermiera, perché mi pare maleducato non ripetere, appena ne ho occasione, quella profezia lanciata a casaccio, visto che la mia vita si impegna così tanto, ogni giorno, a smentirla quella presunta fortuna che non ho mai riscosso.
Magari, quindi, più propriamente, è per questo che mento: per smentire la mia vita che smentisce l’infermiera che mente a mia madre che poi mente a me.
Non lo so.
Quello che so è che la cosa peggiore del mentire quando non ha senso mentire è che può succedere che ti scoprano. Tu pensi che statisticamente sia improbabile che chi ti ha fatto quella domanda sia un astrologo, magari è un appassionato di Brezsny, un fan di Simon & The Stars, ma figurati se sa cosa sia una cuspide e figurati se si prende la briga di mettersi a contraddirti – a te, che poi sarei io, ma che in fondo è pure un po’ lui o lei, l’altro che vi sta vicino, mia madre, l’infermiera e tutti noi che permutiamo le verità narranti della nostra vita come se ci cambiassimo la voce. Figurati se quello che ti ha fatto la domanda sa che, in realtà, il Cancro finisce di essere Cancro il 22 Luglio e quindi, dal 23 in poi, si è Leone punto e basta. E comunque pure se lo sa e prova a contraddirti, puoi sempre dire, come è già successo, che sei nata poco dopo la mezzanotte del 23 e quindi per questo sei cuspide. Se è disattento non noterà che l’alba del 24 luglio è già fuori di un giorno dalla definizione.
Ma io e te non siamo persone fortunate, l’infermiera ha mentito. E poi ha mentito tua madre, ha mentito tuo padre, hanno mentito tua sorella e la tua migliore amica, hanno mentito i ladri e il tuo ex fidanzato, perfino la temperatura del brodo mescolata al vino un po’ ha mentito, la statistica non ne parliamo e quindi nove volte su dieci chi ti ha fatto quella domanda, di oroscopo ne sa a pacchi.
«Guarda, sono certo che non sei cuspide, anche perché le cuspidi non esistono in senso strettamente assoluto; ma, se vuoi, ti faccio il tema natale e vediamo con precisione se il sole era già nel tuo segno quando sei nata oppure no, così ti convinco…».
«No no, ma guarda: in realtà, io intendevo che sono matematicamente una cuspide. È una cosa che ha fare con le funzioni, la divergenza dei limiti, la verticalità delle semitangenti. Il mio è un oroscopo diverso, più personale…».

Nella vita, succede molto spesso di mentire quando non ha senso mentire: di solito, si tratta di cose piccole, bugie bianche, informazioni senza peso, racconti la cui estrema sintesi fa diventare menzogneri, segreti minimi che non fanno male a nessuno. Lo faccio persino io che le bugie vere, quelle importanti, non sono capace di dirle e mi sono ossessionata così tanto con la verità da sentirmi in colpa ogni volta che leggo un oroscopo.
Eppure continuerò a dirlo che sono una cuspide, anche se non è vero, perché cuspide è una di quelle parole che hanno diversi significati e io, in qualche modo, pure.
Avrebbe senso dire questa mia verità, in una conversazione con gente sconosciuta sui segni zodiacali? Non lo so, ma se c’è un’app che mi può aiutare a capirlo, ditemelo, che me la scarico.

 

 

Vedi La botanica delle bugie.


a_book_aholic / 3 luglio 2019

 

Eccoci arrivati alla terza tappa di questo Blog Tour dedicato a “Memorie di una donna medico”, un libriccino in cui Nawal al-Sa’dawi (femminista, attivista, scrittrice e medico psichiatra) è riuscita a racchiudere un mondo.

 

 

Questo piccolo memoir non parla soltanto della condizione femminile nel mondo arabo, ma di tutte le battaglie e le sfide che ogni donna è chiamata ad affrontare durante la sua vita, soprattutto se cresce in una società a forte impronta maschilista, ancor più se sceglie di operare in campo scientifico.

Ci sarebbe davvero tanto da approfondire in poco più di cento pagine, ma ho scelto in questa tappa di focalizzarmi su un tema che ho percepito intensamente durante la lettura: quello della solitudine.

Questa parola assume troppo spesso una connotazione negativa. Se qualcuno è ‘solo’, tanto vale ammettere che sia anche triste. In pochi si soffermano a pensare che, talvolta, la solitudine può essere l’unica via di fuga da un contesto vissuto come opprimente e inadeguato.

In “Memorie di una donna medico” la solitudine acquisisce questa e tante altre sfumature durante la vita di Nawal al-Sa’dawi.

L’autrice racconta la sua infanzia e adolescenza come un periodo irrequieto, pieno di rabbia e frustrazione per la scoperta di una femminilità poco accetta e per le prime, amare consapevolezze su cosa essere donna comporti in una società costruita a misura d’uomo.

Sempre più spesso Nawal scappa dal confronto con i suoi genitori e dal gioco con i suoi coetanei, da cui avverte una sofferta distanza, e si rifugia nella solitudine della sua stanza.

 

Ero così triste per me stessa. Mi chiudevo nella mia stanza e mi sedevo a piangere in solitudine. Ho pianto per la mia femminilità prima ancora di conoscerla”

 

In questa fase della sua vita, la solitudine è l’ancora di salvezza che le permette di dedicarsi con tutta sé stessa agli studi per diventare medico. La medicina sarà il primo vero obiettivo per Nawal al-Sa’dawi, il simbolo del riscatto e dell’autoaffermazione.

 

 

Tuttavia, anche la medicina si rivela presto piena di insidie che riportano a galla la vecchia inquietudine: l’affollamento durante le lezioni pratiche, il rapporto poco rispettoso nei confronti dei pazienti, il brusco scontro con la freddezza della morte.

È a questo punto che Nawal si allontana ancora, fugge dalla città e si rifugia in un paesino sperduto.

 

Era la prima volta che sedevo sola con me stessa, ed era come se mi stessi scrollando di dosso tutti gli abiti che si erano accumulati su di me negli anni passati”

 

La solitudine è quindi solo un luogo virtuale dove fuggire all’occorrenza? No.

È anche un tempo per riflettere, per comprendere sé stessi, per decidere cosa ne sarà del proprio futuro e quanto della propria interiorità si è disposti a mostrare ancora ad occhi estranei. Lo stare soli rende più ricettivi verso il mondo esterno. E infatti anche per Nawal giunge nuovamente il momento di tornare sui suoi passi.

 

Dopo tutto questo, come potevo chiudermi in quella solitudine desolata? Dovevo tornare. E tornai, tornai a casa mia, dalla mia famiglia, al mio lavoro e alle visite mediche. Spalancai le braccia alla vita”

 

Spalancare le braccia alla vita significa anche aprirsi alla possibilità dell’amore. La condivisione con un partner è uno dei modi più dolci di abbandonare la solitudine. Ma Nawal al-Sa’dawi scopre a sue spese che il matrimonio può non essere l’esperienza placida che aveva sperato. Al contrario, può rivelarsi proprio la ‘prigione’ che aveva tanto temuto e aborrito da ragazzina.

 

Fu come firmare il mio certificato di morte. Il mio nome, all’udire il quale le mie orecchie di schiudevano, e che nella mia coscienza e nel mio intimo era legato alla mia esistenza e corporeità, fu annullato, e il mio involucro fu marchiato con il nome dell’uomo che avevo sposato”

 

Le vecchie inquietudini e frustrazioni, sopite per un breve periodo, ritornano ancora più intensamente.

Nawal non si dà pace, e come darle torto. Qualsiasi donna, in qualsiasi contesto, non dovrebbe mai essere posta di fronte ad una scelta così crudele: la solitudine o l’assoggettamento. Essere sola o essere sottomessa. Il partner dovrebbe essere un compagno di vita, non un padrone.

 

“‘Io sono l’uomo’

Che cosa significa questo, scusa’

Significa che sono io che comando’

Comandi cosa?’

Comando questa casa e tutto quello che c’è dentro, inclusa te’”

 

Ancora una volta, la forza e lo spirito di ribellione dell’autrice riescono a liberarla dalle sue catene e a condurla nel rifugio della sua solitudine. Ma questa volta è un tipo di isolamento diverso.

Dietro il piacere di gestire finalmente in autonomia i propri spazi e il proprio tempo, c’è la disperazione di aver dovuto assecondare una scelta obbligata. E l’inquietudine del dover ammettere a sé stessa che la solitudine a volte ha un peso difficile da ignorare:

 

Quant’era fredda la solitudine! E quant’era terribile il silenzio! Che cosa potevo fare? Saltare giù dalla mia vetta? Ma mi sarei spezzato il collo nell’impatto”

 

Ci vuole tanto coraggio nella scelta della solitudine, quanto ce ne vuole nella scelta di abbandonarla. Ogni donna (ogni essere umano) prima o poi deve rischiare di spezzarsi, di perdere qualcosa di sé, pur di tentare di afferrare l’elemento percepito come mancante nella propria vita.

In questo caso può essere l’amore? Forse. Vi rimando alle ultime pagine di questo intenso volume per scoprirlo.

 

 

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Di Titti Pentangelo / 1 luglio 2019

La libertà è quel breve lasso di tempo tra un legaccio e l’altro”.

Le donne nigeriane, purtroppo, lo sanno bene. Dal loro destino non si scappa. E neanche dal loro debito. Se non riescono a pagarlo, toccherà farlo alle loro figlie o alle loro nipoti. Il sangue trasmette anche questo, oltre alla terribile condanna di non poter scegliere la propria vita.

Le protagoniste di “Ascia nera” raccontano proprio questo. Qualcuna si sente già “morta”, qualcun’altra giura che fuori dall’organizzazione non ci sia vita. Tutte hanno in comune delle storie strazianti. Laura ha visto suo fratello piccolo morire di fame mentre dormiva. Mia è fuggita dopo essere stata per anni un “pezzo di carne” da usare a piacimento. Tonia quando non si prostituisce per strada parla con un topo. Anna trasporta eroina con delle capsule infilate nel colon.

Poi, c’è Lucia, che si è sentita veramente libera soltanto sulla costa libica, in quel “punto di sospensione tra la morte superata e quella che può ancora arrivare, tra il Sahara assassino e il Mediterraneo stragista”. Laura, Mia, Tonia, Anna e Lucia. Nomi difficili da dimenticare. Nomi italiani, proprio come il mio. Forse, l’autore voleva dirci proprio questo. Sono nate nel lato “sbagliato” del mondo, ma non sono poi così diverse da noi.

Con un rito di iniziazione chiamato Juju si sono legate per sempre ad Ascia nera, una potente organizzazione criminale nata negli anni Settanta all’Università di Benin City e generalmente nota con il nome di Neo Black Movement. Dopo aver pagato il viaggio sono state vendute come schiave nel mercato di Agadez, obbligate a prostituirsi nei bordelli. Non c’era scelta. L’unica speranza era raggiungere l’Europa, ma anche questa si è rivelata un’illusione.

Dopo l’odissea per mare nuove catene anche dall’altra parte. La mafia nigeriana è inserita da tempo nel territorio italiano, fa affari con le mafie locali, cerca di espandersi sul modello della ‘Ndrangheta. E la prostituzione è soltanto il canale più facile per finanziare altre attività, dal commercio di diamanti al traffico di armi e stupefacenti, dal mercato nero del petrolio alla compravendita elettorale. La corruzione è essenziale per comandare restando nell’ombra.

E, se hai anche l’aiuto di complici locali, diventi intoccabile. Nel suo viaggio Leonardo Palmisano incontrerà anche un tassista italiano, incaricato di accompagnare le ragazze fuori dai Cara per farle prostituire. Ascolterà le testimonianze delle vittime, ma anche quelle dei carnefici, delle menti che guidano l’organizzazione e delle mani violente che guidano i “tagliaosse”. Come in tutte le storie reali anche qui non c’è un vero e proprio epilogo, resta solo un’amara consapevolezza.

A venire in aiuto, ancora una volta, è proprio il passato. Quello dei campi da lavoro nazisti descritti da Primo Levi e delle borgate romane di Pasolini. E, poi, un’immagine potente: la bambina di “Via del campo” di De André. Le mafie non cambiano mai e a quanto pare neanche la storia.

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Samlibrary94 / 19 giugno 2019

 

Continua il Blog Tour dedicato a “Memorie di una donna medico”, uscito il 13 Giugno per Fandango.
Mentre lo scorso mercoledì avete potuto leggere la splendida recensione di Daria, oggi parleremo di “atti di ribellione”.

 

 

Ribellione: il rifiuto di adeguarsi alla volontà altrui o alle norme sociali.

 

Dalla Marcia del Sale di Gandhi al discorso di Martin Luther King, dal movimento delle suffragette alle manifestazioni LGBT, la ribellione verso le convenzioni e le ingiustizie fa da sempre parte della nostra storia e proprio grazie ad essa possiamo oggi godere della libertà e delle possibilità che abbiamo.

La ribellione è anche il perno centrale della vita di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice, psichiatra e attivista egiziana, che proprio grazie alla sua disobbedienza alle autorità e alle regole della sua società è riuscita a fare tanto non solo per se stessa, ma anche per molte altre donne, giungendo ad essere considerata la portavoce principale della condizione femminile nel mondo arabo.

La ribellione di Nawal comincia già durante l’infanzia, quando inizia a contestare le leggi retrograde e bigotte della sua famiglia. Il ruolo di donna che le viene imposto, quello della donna dedita alla cura della casa e dei figli e alla soddisfazione dei desideri del marito, le sta stretto, non riesce ad accettarlo, vuole essere libera.

Compie, così, il suo primo atto di ribellione contro l’autorità genitoriale: si taglia i capelli, mostrando al mondo e alla madre di non avere più paura.

«Come poteva amarmi e mettermi ogni giorno catene ai piedi, alle mani e intorno al collo?».

Nawal rifiuta quindi il ruolo di angelo del focolare e decide di cercare la sua strada e il suo posto nel mondo, continua a studiare, si rifugia nella scrittura, si impegna nelle prime lotte politiche e giunge, infine, alla nobile arte della medicina. Si iscrive alla facoltà di Medicina del Cairo, dove si laurea nel 1955, e, sebbene l’ineguaglianza sociale tra donne e uomini le sia sempre più evidente, in università prima, quando si rende conto delle occhiate dei suoi compagni di studio, nell’esercizio della sua professione dopo, quando alcuni pazienti si rifiutano di farsi visitare da lei perché donna, decide di non arrendersi mai.

«Perché avrei dovuto abbassare gli occhi quando gli altri studenti mi guardavano, chinare il capo se loro alzavano la testa, vacillare mentre loro avanzavano con arroganza e sicurezza? Io ero come loro, sarei stata come loro, anzi, sarei diventa migliore di loro».

La sua ribellione contro le convenzioni della società la porta a decide di vivere per se stessa: a due mariti possessivi preferisce la propria carriera di medico e scrittrice e alla protezione di uomini che vogliono tarpare le sue ali preferisce la propria libertà e indipendenza.

«Nella mia mente, l’odore della cucina si intrecciò inestricabilmente con l’odore che doveva avere un marito. Odiavo la parola “marito”, e odiavo l’odore del cibo».

Quando poi arriva nel suo studio una paziente vittima di violenze domestiche, capisce che la sua ribellione personale deve estendersi ancora di più, deve fare qualcosa per tutte le donne oppresse. Il suo attivismo politico si fa quindi sempre più intenso, cosa che la porta ad essere un punto di riferimento per tutte le altre donne arabe stanche della loro condizione di sottomissione.

Proprio per questa ragione, la Sa’dawi viene allontanata dal suo incarico presso il ministero della Sanità e, considerata pericolosa dal governo egiziano, viene arrestata nel 1981 e rilasciata solo alla fine dell’anno, un mese dopo l’assassinio del Presidente della Repubblica, al-Sadat.

 

 

Nawal fonda anche The Arab Women’s Solidarity Assocation, la prima organizzazione legale indipendente femminista, iniziativa che però provoca nei suoi confronti nuove persecuzioni e minacce da parte di gruppi fondamentalisti islamici e la condanna a morte per eresia. L’Associazione viene chiusa e dichiarata fuori legge e Nawal viene di nuovo arrestata, fino a quando, nel 1992, viene costretta all’esilio.

E, ancora oggi, i libri di Nawal sono sottoposti a censura: autorità religiose e statali l’accusano, infatti, di non rispettare i valori tradizionali e d’incitare le donne a ribellarsi contro la legge e la religione.

È questa quindi la storia di un singolo, che si erge come un gigante contro l’ipocrisia della società che lo circonda.
È la storia di una donna che è riuscita a trovare il coraggio di alzare la testa e ribellarsi a chi le imponeva di tenerla abbassata, che è riuscita a dare voce a un intero paese, una donna forte, una combattente per i propri diritti e per quelli di tutte le donne oppresse da una società patriarcale e dal fondamentalismo religioso.

Con “Memorie di una donna medico”, Nawal al-Sa’dawi crea una mappa della sua vita e della sua lotta pubblica e privata, ripercorre quei momenti per lei cruciali nella storia della sua esistenza che l’hanno portata a essere una delle voci fondamentali del femminismo arabo e, sebbene la strada verso l’indipendenza e l’uguaglianza per le donne sia ancora lunga, Nawal, proprio grazie alla sua ribellione, ha certamente dato un contributo non indifferente.

E, come per lo studente senza nome di Piazza Tiananmen o per Rosa Parks, che per prima si rifiutò di cedere il proprio posto a sedere a un bianco, la ribellione e il coraggio di Nawal al-Sa’dawi sono diventati oggi un simbolo e un esempio per tutte le donne del mondo.

 

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