Samlibrary94 / 19 giugno 2019

 

Continua il Blog Tour dedicato a “Memorie di una donna medico”, uscito il 13 Giugno per Fandango.
Mentre lo scorso mercoledì avete potuto leggere la splendida recensione di Daria, oggi parleremo di “atti di ribellione”.

 

 

Ribellione: il rifiuto di adeguarsi alla volontà altrui o alle norme sociali.

 

Dalla Marcia del Sale di Gandhi al discorso di Martin Luther King, dal movimento delle suffragette alle manifestazioni LGBT, la ribellione verso le convenzioni e le ingiustizie fa da sempre parte della nostra storia e proprio grazie ad essa possiamo oggi godere della libertà e delle possibilità che abbiamo.

La ribellione è anche il perno centrale della vita di Nawal al-Sa’Dawi, scrittrice, psichiatra e attivista egiziana, che proprio grazie alla sua disobbedienza alle autorità e alle regole della sua società è riuscita a fare tanto non solo per se stessa, ma anche per molte altre donne, giungendo ad essere considerata la portavoce principale della condizione femminile nel mondo arabo.

La ribellione di Nawal comincia già durante l’infanzia, quando inizia a contestare le leggi retrograde e bigotte della sua famiglia. Il ruolo di donna che le viene imposto, quello della donna dedita alla cura della casa e dei figli e alla soddisfazione dei desideri del marito, le sta stretto, non riesce ad accettarlo, vuole essere libera.

Compie, così, il suo primo atto di ribellione contro l’autorità genitoriale: si taglia i capelli, mostrando al mondo e alla madre di non avere più paura.

«Come poteva amarmi e mettermi ogni giorno catene ai piedi, alle mani e intorno al collo?».

Nawal rifiuta quindi il ruolo di angelo del focolare e decide di cercare la sua strada e il suo posto nel mondo, continua a studiare, si rifugia nella scrittura, si impegna nelle prime lotte politiche e giunge, infine, alla nobile arte della medicina. Si iscrive alla facoltà di Medicina del Cairo, dove si laurea nel 1955, e, sebbene l’ineguaglianza sociale tra donne e uomini le sia sempre più evidente, in università prima, quando si rende conto delle occhiate dei suoi compagni di studio, nell’esercizio della sua professione dopo, quando alcuni pazienti si rifiutano di farsi visitare da lei perché donna, decide di non arrendersi mai.

«Perché avrei dovuto abbassare gli occhi quando gli altri studenti mi guardavano, chinare il capo se loro alzavano la testa, vacillare mentre loro avanzavano con arroganza e sicurezza? Io ero come loro, sarei stata come loro, anzi, sarei diventa migliore di loro».

La sua ribellione contro le convenzioni della società la porta a decide di vivere per se stessa: a due mariti possessivi preferisce la propria carriera di medico e scrittrice e alla protezione di uomini che vogliono tarpare le sue ali preferisce la propria libertà e indipendenza.

«Nella mia mente, l’odore della cucina si intrecciò inestricabilmente con l’odore che doveva avere un marito. Odiavo la parola “marito”, e odiavo l’odore del cibo».

Quando poi arriva nel suo studio una paziente vittima di violenze domestiche, capisce che la sua ribellione personale deve estendersi ancora di più, deve fare qualcosa per tutte le donne oppresse. Il suo attivismo politico si fa quindi sempre più intenso, cosa che la porta ad essere un punto di riferimento per tutte le altre donne arabe stanche della loro condizione di sottomissione.

Proprio per questa ragione, la Sa’Dawi viene allontanata dal suo incarico presso il ministero della Sanità e, considerata pericolosa dal governo egiziano, viene arrestata nel 1981 e rilasciata solo alla fine dell’anno, un mese dopo l’assassinio del Presidente della Repubblica, al-Sadat.

 

 

Nawal fonda anche The Arab Women’s Solidarity Assocation, la prima organizzazione legale indipendente femminista, iniziativa che però provoca nei suoi confronti nuove persecuzioni e minacce da parte di gruppi fondamentalisti islamici e la condanna a morte per eresia. L’Associazione viene chiusa e dichiarata fuori legge e Nawal viene di nuovo arrestata, fino a quando, nel 1992, viene costretta all’esilio.

E, ancora oggi, i libri di Nawal sono sottoposti a censura: autorità religiose e statali l’accusano, infatti, di non rispettare i valori tradizionali e d’incitare le donne a ribellarsi contro la legge e la religione.

È questa quindi la storia di un singolo, che si erge come un gigante contro l’ipocrisia della società che lo circonda.
È la storia di una donna che è riuscita a trovare il coraggio di alzare la testa e ribellarsi a chi le imponeva di tenerla abbassata, che è riuscita a dare voce a un intero paese, una donna forte, una combattente per i propri diritti e per quelli di tutte le donne oppresse da una società patriarcale e dal fondamentalismo religioso.

Con “Memorie di una donna medico”, Nawal al-Sa’Dawi crea una mappa della sua vita e della sua lotta pubblica e privata, ripercorre quei momenti per lei cruciali nella storia della sua esistenza che l’hanno portata a essere una delle voci fondamentali del femminismo arabo e, sebbene la strada verso l’indipendenza e l’uguaglianza per le donne sia ancora lunga, Nawal, proprio grazie alla sua ribellione, ha certamente dato un contributo non indifferente.

E, come per lo studente senza nome di Piazza Tiananmen o per Rosa Parks, che per prima si rifiutò di cedere il proprio posto a sedere a un bianco, la ribellione e il coraggio di Nawal al-Sa’Dawi sono diventati oggi un simbolo e un esempio per tutte le donne del mondo.

 

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Collettivo di Solidarietà con Pinar Selek / 18 giugno 2019

 

 

Pinar Selek è arrivata per la prima volta a Roma nell’ottobre del 2012, portando con sé un grande sorriso e un’inarrestabile voglia di discutere di politica, di femminismo e di libertà.

Insieme alla sorella Seyda, che è anche la sua avvocata, erano venute per partecipare a un incontro organizzato nello spazio femminista Luna e le Altre, in cui si sarebbe parlato della sua persecuzione giudiziaria ma anche di femminismo e antimilitarismo.

Nel 2011, a Roma, si era formato un comitato di solidarietà con Pinar, sulla scia dei molti che già erano nati in varie città d’Europa grazie alla rete di collettivi femministi e di autodifesa di cui facevano parte anche le compagne di Amargi, associazione femminista turca fondata tra le altre proprio da Pinar.

In particolare, grazie ai contatti con i collettivi francesi, tra i più attivi, abbiamo iniziato a far conoscere la storia di Pinar e a lanciare l’appello per la partecipazione all’udienza del 24 gennaio 2013 che doveva essere l’ultima di quello che poi si è rivelato un kafkiano processo senza fine.

Da Roma alcune compagne hanno raggiunto la delegazione internazionale, che aspettava la sentenza fuori dall’aula con slogan, grida e canti. Una gioiosa resistenza fatta di rabbia e risate, determinazione e amore, così come piace a Pinar.

 

 

Parallelamente altre compagne gridavano slogan e aprivano striscioni per la sua libertà sotto l’ambasciata turca a Roma. Pinar era riuscita ad aggregare intorno a sé e alla sua battaglia diverse donne e femministe in una solidarietà internazionale, fondamentale per la lotta al patriarcato e all’autoritarismo.

Grazie anche al lavoro della Fandango Libri che ha pubblicato i suoi testi, il nostro rapporto con Pinar è cresciuto e si è arricchito; con lei continuiamo a condividere sogni e speranze che, insieme a una rigorosa lettura del presente, sono alla base di ogni forma di rivoluzione possibile.

In particolare a Roma, ha continuato a contribuire ad una seria riflessione sul militarismo e il femminismo, e ringraziamo molto Pinar per aver riportato al centro del dibattito un argomento abbandonato da tanto e che invece sempre di più dovrebbe essere presente nelle agende politiche.

Pinar Selek è un’intellettuale militante nel senso più compiuto del termine, in cui il suo essere militante e il suo essere intellettuale si completano e si ispirano a vicenda. I suoi libri, i suoi saggi, anche i suoi racconti per bambine e bambini sono il megafono dei suoi ideali e della sua tenace lotta per cambiare l’esistente.

Ma non basta veicolare un’idea, né impegnarsi in estenuanti giri di presentazioni e interviste, è il corpo che non può sottrarsi alla battaglia politica; sono i corpi che si frappongono all’avanzata di vecchi e nuovi fascismi e modelli patriarcali e reazionari.

Per questo Pinar Selek non ha mai smesso, nonostante le persecuzioni e le torture, di militare in prima persona nei movimenti politici delle città dove si ferma.

Portando con sé una parte delle lotte e dei luoghi che ha attraversato, Pinar Selek è parte integrante di quell’esercizio di traduzione continua che le persone in movimento incarnano, creando dei collegamenti tra mondi diversi e arricchendo la riflessione politica di nuovi significati e sfaccettature.

 

Introduzione a “Lontano da casa” di Pinar Selek.


Passilunghienondistesi / 14 giugno

 

 

E se vi dicessi che John Harvey Kellog oltre ad aver inventato la famosa colazione a base di giallognoli e innaturali fiocchi di mais, ha speso parte della sua vita ad escogitare un modo per impedire alle donne di toccarsi i genitali, tra cui il pratico ed efficace scioglimento della clitoride nell’acido?

E cosa ne pensate di Sant’Agostino, che prima di cominciare a considerare il sesso un tradimento nei confronti di Dio, ha passato gli anni della sua adolescenza ad inquinare “l’amicizia con le lordure della concupiscenza” e ad offuscarne lo “splendore con gli umori della libidine”, e quindi, sostanzialmente sì, possiamo dire che anche il casto e puro Agostino ci dava spesso e con gusto?

Il corpo della donna è fetido e impuro”, professava Arnobio di Sicca a cavallo tra il Duecento e il Trecento, non discostandosi poi molto dal pensiero di svariati e numerosi altri tuttologi, che continuarono e continuano tutt’ora ad avere alcune teorie sul tema, assurgendo al ruolo di (in-)degni successori nel team degli Uomini che sono stati troppo interessati al cosiddetto “Organo Sessuale Femminile”.

Questo e, per la verità, tantissimo altro, è quello che troviamo all’interno de “Il frutto della conoscenza”, saggio a fumetti pubblicato da Fandango Libri, interamente pensato ed illustrato da Liv Strömquist, fumettista e dj radiofonica svedese, attiva a livello politico nell’ambito del femminismo e dei diritti umani.

Ok, siamo in buone mani; già da questi brevi cenni sull’autrice, sembrerebbe di potersi fidare.

Andando poi avanti con la lettura del testo è impossibile non ritenersi fortunati, e non esagero usando una parola del genere, per essere incappati in questo gioiellino.

La prima riflessione che emerge mentre, tra un’esclamazione di stupore per la scoperta di qualcosa di cui ignoravi la benché minima esistenza (e invece non solo quella cosa esiste, ma addirittura Liv ti mette le fonti!) e l’orrore nel renderti conto che certa gente è esistita davvero e ha oltretutto avuto modo di urlare a gran voce le proprie folli idee, ti spezzi letteralmente dal ridere grazie alla sagacia e all’ironia delle taglienti voci fuori campo che sono sparse qua e là per il fumetto (escono quando meno te l’aspetti e non si può non amarle), è che da questo libro si imparano un sacco di cose.

Il primo impatto con “Il frutto della conoscenza” ha il sapore di un frontale, uno scontro, abbastanza esplosivo, con una serie di informazioni storico-sociali che hanno come effetto quello di invadere la testa riempiendola di nozioni e riferimenti.

La cosa interessante di tutto questo però, è che a differenza di un saggio normale, dove fitte righe tutte appiccicate sciorinano contenuti super interessanti ma anche mortalmente noiosi e spesso impossibili da ricordare, la brevità e la freschezza (uso questa parola, vetusta e superata, perché mi sembra la più adatta) di una narrazione in disegno garantiscono la possibilità di ricordarsi praticamente tutto quello che viene letto.

Nella prima parte del libro quindi ci si ritrova ad imparare, in maniera diretta ed efficace, tantissime cose nuove.

Il cervello si attiva, pensa, frulla ed è impossibile arrivare alla fine di questa fase di lettura, senza avere almeno una decina di interrogativi, che presumibilmente esistono da sempre in potenza dentro di noi, ma che difficilmente nella vita quotidiana si riesce a trasformare in atto.

Ebbene qui accade, il lettore comincia a farsi un sacco di domande, ma Liv ha pensato proprio a tutto e infatti, terminata la fase iniziale, entra nel vivo della questione, fornendo una risposta e una spiegazione a tutti i dubbi che precedentemente ci hanno attanagliato.

Partendo dalle origini, l’autrice affronta tutti i temi legati alla sessualità femminile: per prima cosa come è fatto, biologicamente, questo organo sessuale femminile, che tanto è stato bistrattato nei secoli, ma che molti di noi ancora oggi, non sanno effettivamente da cosa e come sia strutturato?

Come è cambiata, nel tempo, la sua percezione, dall’epoca primitiva legata al culto della fertilità ai giorni nostri, dove si va in bagno a cambiare assorbente nascondendolo nella manica del maglione?

Quando abbiamo iniziato a considerare l’organo sessuale femminile come un fodero per una spada, un punto di approdo per qualcos’altro e non una realtà a sé stante, in grado, da sola di fare alcune cose, tra cui ovulare e provare orgasmi?

Non starò qui a scomodare Sartre (che per molti aspetti adoro, sia chiaro) e la sua discutibile idea di affibbiare alla donna l’attributo di “bucata”, ma in questa raccolta di pensieri, rivisitata in chiave ironica e saggistica, lo spazio per mettere in dubbio alcune certezze e rendersi conto che ancora molto vi è da fare, per approdare ad una consapevolezza maggiore e diffusa della realtà femminile e di tutte le dimensioni che da essa derivano, è tanto.

Gli spunti si susseguono uno dopo l’altro garantendo un’esperienza di lettura che si potrebbe facilmente espletare in un paio d’ore, offrendo del tempo di vera qualità, un tempo fatto di risate, riflessioni, confronto.

Un tempo capace di metterci davanti pregiudizi, stereotipi e cattive pratiche e di mostrarci come, nei secoli, essi abbiano contribuito a rendere misterioso e complesso, un aspetto che è più naturale che mai.

Non è facile condensare in poche righe l’effetto che una lettura di questo tipo è in grado di generare, perché il mezzo funziona bene, le immagini veicolano molto e le vignette concise e intelligenti spesso sono più efficaci di tante parole.

Mi trovo d’accordo con l’idea di una certa Rebecca di Goodreads, la cui opinione viene riportata sul retro del libro: “questo libro deve essere obbligatorio in tutte le scuole del mondo. Questa è vera educazione sessuale”.

 

 

Credo che fino a quando ci saranno tante cose non dette e non chiare, lasciate in sospeso e non approfondite perché “non sta bene”, “non è carino”, “non si deve fare”, sarà difficile avere, come donne in primis, ma anche come umanità più in generale, la percezione di quello che siamo davvero.

Come sempre tutto passa attraverso la cultura e la formazione, attraverso le politiche sociali e l’educazione, e quindi sì, perché no, un testo del genere può davvero aprire gli occhi sulla realtà.

Sogno un mondo dove le persone si vergognino di rubare, offendere e maltrattare, non dove il dover disegnare una vulva su un pannello di alluminio da inviare nello spazio a dei presunti alieni sia ritenuto sconveniente e fuori luogo.

Libri come questo possono aiutare a costruirlo, un mondo così.

Perché non ci proviamo?

 

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Marta Mulè / 4 maggio 2019

 

Sono nato a Rozzano ma non so menare, leggo, scrivo, balbetto, mi piacciono i maschi. Ho contratto l’HIV ma non sono il paziente che prende atto e si adegua, che convive con un segreto che centuplica l’importanza della diagnosi”.

Febbre di Jonathan Bazzi è stato pubblicato il 9 maggio e da quel momento ha innalzato la mente – grazie a uno stile poetico e incisivo – e folgorato l’anima delle tantissime persone che lo hanno letto.

In questo mese, in un Blog Tour a cui ho aderito con molto entusiasmo, abbiamo affrontato alcune tematiche portanti del libro, quali le questioni di potere, la malattia e le discriminazioni affrontate da Jonathan nella sua vita e tra le parole di questo suo potente romanzo d’esordio.

 

 

Oggi io proverò a soffermarmi sul senso di inadeguatezza, che sembra scorrere come un fiume sotterraneo dietro ogni parola del libro, e che costituisce un doloroso punto di contatto tra tutti gli aspetti del romanzo, tra tutti i momenti di vita e i legami dell’autore.

A Jonathan, in un giorno qualsiasi di gennaio, viene una febbre che non va più via. La febbretta lo accompagna costante, logorante, fino alla rivelazione: Jonathan ha contratto il virus dell’HIV. Da quel momento l’autore ci accompagna in un viaggio in avanti verso l’accettazione della malattia e il suo riscatto, e contemporaneamente a ritroso fino alla genesi della sua storia personale.

Jonathan nasce da due genitori giovani che presto si separano, e già nel ricordo delle sue origini emerge la sensazione di non essere stato abbastanza. L’autore si definisce il precipitato imprevisto di una storia durata niente”, sente si essere stato lasciato indietro dai genitori e di essere stato allevato da sostituti, gestito da altri.

Mi chiamo Jonathan ma da qualche parte esiste quella Desirèe, la figlia che mio padre avrebbe voluto, quella che avrebbe avuto un po’ più di attenzioni. Da qualche parte esiste Antonio, il rozzanese, il nipote allineato. Quello che si sarebbe fatto rispettare, che avrebbe salvato le donne della sia vita dalle urla e dalle mani cattive. Quello che si sarebbe difeso, che sarebbe diventato adulto davvero. I nostri avatar per somma o sottrazione ci determinano. I nomi mancanti di un figlio, la sua storia già iniziata prima di venire al mondo. Le aspettative, i sogni degli altri, la prima missione che ci hanno affidato”.

In quelle aspettative familiari disattese, nei sogni non realizzati e gli obiettivi non raggiunti emerge, logorante come la febbre che poi lo colpirà, il senso di inadeguatezza che lo attanaglia, una sensazione che lo accompagna per tutta l’infanzia. Jonathan cresce a Rozzano, nella periferia sud di Milano, una terra di immigrati dal Sud, poveri e delinquenti, una terra di persone forti, mentre Jonathan forte non riesce a essere.

La mamma è forte, sa picchiare le persone che se lo meritano, io non ci riesco: quando si litiga, io inizio a sentirmi debolissimo, le gambe mi diventano molli e faccio fatica anche solo a tenere in mano le cose. Che pugni potrei mai dare se sto così? Con queste mani mosce? Vorrei scomparire o essere salvato, vorrei essere teletrasportato in un posto sicuro, un posto in cui non c’è bisogno di saper menare”.

Di fronte alle botte che riceve, anche da una bambina, Jonathan sa reagire solo con l’umiliazione e la pietà verso se stesso. Sente di non valere niente.

Anche quando, crescendo, emerge la sua intelligenza e frequenta le medie in una scuola della Milano bene, Jonathan non si sente all’altezza. Si porta dietro costantemente la sua infanzia a Rozzano, l’appartenenza a quell’ambiente.

Rozzano è la mia carta d’identità fatta di strade e palazzi, la rappresentazione materiale della mia paura di essere scoperto e giudicato in quanto poveraccio, figlio di poveracci, di operai che non hanno studiato, di gente se va bene con la terza media”.

A Rozzano ognuno contava per sé, mentre nella nuova scuola si sente l’ospite, il ragazzo che non è assimilabile e anche la balbuzie lo fa sentire trasparente. Di fronte al suo silenzio percepisce il giudizio altrui, è come se le persone gli dicessero continuamente che non sa parlare, che non esiste.

 

 

Le parole che non pronuncia lo fanno precipitare. “Non ho la forza di oppormi, non ho la forza per essere quello che dovrei essere, per tornare a essere quello che ero prima: diverso ma bravo, pestato ma unico”.

Anche quando torna ad essere il più bravo, sente che questo non basta a proteggerlo, perché per paura di balbettare e bloccarsi, studia tutta a memoria. “Ho bisogno di ridurre le pause, i momenti di vuoto. Sembrare normale”.

Il senso di inadeguatezza non lo abbandona neanche in età adulta, nel sesso che non riesce a vivere con leggerezza “il sesso mi cancella, mi fa sparire. Mi porta via da tutto quello che sono di solito, da tutto quello che cerco di essere”. Nel sesso occasionale sente di non essere mai abbastanza, di non poter dare cosa gli altri cercano. Ciò lo porta a rendere il sesso qualcosa di nascosto, mai argomento di conversazione.

Mi dà fastidio la disinvoltura che io non ho? Se fossi stato come loro, libero, disinibito, esibizionista, mi sarei preso più cura di me? Mi sarei protetto meglio?”

Di fronte alla scoperta della malattia, che è il punto di partenza del suo romanzo, e della sua nuova vita, Jonathan convive ugualmente con questo di inadeguatezza, anche nei confronti del suo ragazzo, Marius.

Imparerò poi che siamo una coppia discordante, si dice così – uno ha contratto il virus, l’altro no – ma non lo siamo diventati: lo siamo sempre stati. Solo che non lo sapevamo, non lo sapevo. E invece l’avrei dovuto sapere. L’avrei potuto sapere, se avessi fatto il test. Ma il test non l’ho mai fatto. (…) Ho sempre avuto paura. Ho preferito la malattia alla paura, ho preferito il male alla paura del male. Scemo, codardo, irresponsabile, autolesionista, criminale, come mi classificate?”

Jonathan sente di aver sbagliato, proprio su se stesso, la persona che avrebbe dovuto conoscere meglio. La sua prima reazione alla malattia è il ritrovarsi senza punti fermi, il sentirsi travolto da un flusso che non riesce a fermare “Ho paura di non farcela. Ho paura di farmi del male”.

Il senso di inadeguatezza è, in verità, una sensazione assai frequente. Molte persone, indipendentemente dalle loro aspettative, non si sentono all’altezza di quanto raggiunto e vivono nella vergogna. Secondo gli psicologi Jeffrey E. Young e Janet S. Klosko l’inadeguatezza può diventare anche una trappola mentale: uno schema di pensiero negativo, che condiziona costantemente la relazione con se stessi e gli altri. Tutto dipende dalla strategia di adattamento che le persone utilizzano per affrontare, e gestire, quella sensazione.

Nella sua esistenza Jonathan sceglie le parole. Per tutta la vita, finora, ho cercato senza sosta di diventare qualcosa, assumere una forma, incarnarmi” ma proprio di fronte alla malattia, si vede finalmente. “Condizione corporea, oggettiva. Non decisa, scelta, voluta: il virus in realtà non dice niente di me, non dice niente di chi ce l’ha. Sempre lo stesso, uguale per tutti. Semmai conta il modo in cui chi ce l’ha assume su di sé la sua diagnosi, lo stile con cui sceglie o riesce ad attraversarla. (…) La precisione è l’arma di cui mi sono munito. La compagnia degli altri, la soluzione che ho scelto”.

Con le parole Jonathan rinomina quello che gli è successo, se ne appropria “per imparare, vedere di più”. Parlando agli altri di quello che ha vissuto, trova il proprio spazio nel mondo, non può più scomparire. “Le redini le tengo io, ora che posso. Luce ovunque, si veda tutto”.

Le parole altrui non gli rimangono più dentro, perché rifiutando l’obbligo al silenzio, è lui stesso a mostrare quelle parole, a rimandarle nel mondo.

Ho conosciuto lo sradicamento silenzioso, il vuoto della non appartenenza. Mi sono abituato all’idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto. Esporre il copione, il regolamento. Appropriarsi a proprio modo dello spazio dell’esclusione, introdurre una falla nel sistema e stare a vedere”.

L’augurio che mi sento di fare a tutti quei bambini invisibili a cui è dedicato questo coraggioso e imperdibile romanzo, è che riescano anche loro a riscrivere la loro storia, a riappropriarsi del proprio spazio di esclusione, e a vedersi finalmente.

 

 

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Andrea Cedrola / 3 maggio 2019

 

Corpi di passaggio è un romanzo liberamente ispirato al caso Montesi, che si aprì dopo il ritrovamento del corpo senza vita – sulla spiaggia di Torvaianica, nel 1953 – della figlia ventunenne di un falegname del Salario.

Il mistero che si creò intorno alla morte della ragazza s’ingigantì gradualmente, fino a divenire un eclatante caso mediatico che travolse la vita politica italiana, provocando uno scossone all’interno della Democrazia Cristiana, poiché nello scandalo fu coinvolto il figlio di Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio che sarebbe succeduto ad Alcide De Gasperi se non fosse successo niente.

 

 

In Corpi di passaggio, nella vicenda reale (con alcuni nomi ed eventi modificati per fini drammatici), tra via Margutta e il Quarticciolo, Stazione Termini e Ostia, si muove un personaggio di fantasia, Gerardo Conforti, contadino cilentano di 25 anni che s’improvvisa detective per dimostrare il coinvolgimento nel caso di colui che ha torturato suo padre nelle carceri fasciste, Augusto Trovatore, un uomo capace di adattarsi a ogni cambiamento storico, arricchitosi durante il ventennio grazie allo spaccio di cocaina e trasformatosi in onesto imprenditore edile nell’Italia del primo dopoguerra.

La vicenda privata di Gerardo Conforti e il caso Montesi si sfiorano e poi si toccano, s’intrecciano e infine si fondono in Corpi di passaggio, in libreria da giovedì 6 giugno.

 

 

Andrea Cedrola è cresciuto nel Cilento, ha studiato a Bologna e vive a Roma, dove ha frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia. Autore di programmi per Rai Storia, ha firmato la sceneggiatura dei film Più buio di mezzanotte, selezionato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, e Una famiglia, in concorso al Festival di Venezia (entrambi per la regia di Sebastiano Riso). Oltre a La collina, scritto con Andrea Delogu, per Fandango Libri ha pubblicato La speranza è un vizio privato, primo romanzo di una serie dedicata al personaggio di Gerardo Conforti e ai più importanti episodi di cronaca nera dal dopoguerra a oggi.

 


Antonio Lombardi / 31 maggio 2019

 

 

L’aggettivo stupido in francese è “bête”, ossia “bestiale”. Perché è questo il libro di Farrachi, una specie di bestiario sotto forma di pamphlet.

 

Un bestiario che racchiude quel virus mutaforma che è la stupidità, che si istilla in tutto ciò che ci circonda, dall’argomento più futile fino ad arrivare alla scrivania della Casa Bianca.

 

Una lista di aberrazioni a cui mi sono trovato, ahimè, a dover dare conferma durante la lettura, se non addirittura ad aggiungerne altre, a riconferma che la tesi dell’apocalisse del pensiero enunciata da Farrachi, in realtà, non sia poi una mera dialettica dai toni funesti, ma qualcosa che si è appropriato degli spazi nella vita di tutti.

 

Per amor della precisione, usando le stesse parole dell’autore, la stupidità non va intesa nell’accezione più colloquiale del termine, come il contrario dell’intelligenza (esistono schiere foltissime di eruditi imbecilli, alcuni sono anche famosi), perché in fin dei conti è ben altro: è il non-senso del pensiero.

 

 

La stupidità ha un qualcosa di epidemico, per questo la metto sullo stesso piano di un virus mutaforma, e il canale più evidente e appariscente, nonché più prolifico è sicuramente la politica.

 

Povertà di idee, discorsi superficiali, pochezza intellettuale su argomenti basilari, gaffe e uscite infelici, la demagogia come arma.

Non a caso il sottotitolo dell’edizione italiana è “La torta al cioccolato del Presidente Donald Trump”.
Questo è anche il titolo di uno dei paragrafi dell’opuscolo accusatorio di Farrachi, in cui partendo dalla premessa di un fatto di cronaca, si discorre sui diversi livelli di bassezza e, per l’appunto, stupidità, che infestano ormai la dialettica politica. Infatti, nell’aprile 2017 Bashar al-Assad, dittatore siriano in guerra contro il suo stesso popolo, ha bombardato i civili con il gas nervino.

Trump, da poco eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, mentre era a cena con il Presidente cinese, alla vista delle immagini rilasciate dai media, decide di lanciare cinquantanove missili Tomahawk. Ma ciò che fa più riflettere non è tanto la decisione bellica, quanto la dichiarazione rilasciata ai giornalisti, ossia di aver preso quella decisione “davanti alla più bella fetta di torta al cioccolato che si possa immaginare”.

Visto che il fulcro era discorrere dell’uso di un’arma devastante, non si capisce per quale astruso motivo, il Presidente degli Stati Uniti, abbia reputato necessario fare un inciso anche sul suo lauto dessert, del tutto estraneo al contesto.

La stupidità ha davvero trionfato, ha chiuso il suo cerchio vitale, è salita dal basso fino ad arrivare alla rappresentanza politica per poi diffondersi a sua volta senza scrupoli tra la popolazione, creando proseliti idioti, nutrimento per la stupidità capillare che si insinua sia negli angoli dietro casa sia nelle istituzioni, in un uroboro gigantesco e affamato.

 

“La battaglia è persa, non resta che prendere atto della prevalenza del cretino.”

 

Concordo, la battaglia è persa in partenza. Ma vale comunque la pena di combatterla.

 

 

 

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Giusi Dell’Abadia / 28 maggio 2019

 

Quando Jonathan scopre di avere l’HIV, il suo mondo cambia, ma non nel modo in cui ci si potrebbe immaginare. Febbre è il romanzo in cui lo racconta partendo dall’inizio: non da quando ha contratto il virus o a scoperto di averlo, bensì da quando una tentata violazione di domicilio ̶ Perché siete venuti a svegliarci, perché siete venuti a prenderci? – lo mette al corrente della verità: quando ti distingui, rischi che qualcuno cerchi di estirparti.

La discriminazione – o meglio, le discriminazioni, perché in Febbre non si è differenti solo per un motivo – sembra essere una presenza costante nella narratore-autore, il quale, ovunque si giri, non può che trovarsela davanti, come le pareti del labirinto di siepi che portarono alla follia Jack Torrance. È questo il tema della quarta tappa del Blog Tour dedicato al primo romanzo di Jonathan Bazzi.

 


Jonathan vive i suoi primi decenni di vita a Rozzano, comune alle porte di Milano, dove le regole sono poche e semplici e una delle principali divide in due il mondo: i maschi sono fatti in un modo, le femmine in un altro; “ogni tentennamento, ogni tentativo di sconfinamento viene immediatamente riconosciuto e sanzionato”. Per un bambino (poi giovane uomo) come il protagonista, la distinzione tra i due sessi è irrilevante, né riesce a capire come si possa tracciare un confine così netto. Chi stabilisce cosa deve piacere ai maschi? Chi decide che è un colore da femmine? Chi scrive le regole?

La rivoluzione di Jonathan parte dal burro: lui ne è ossessionato (“col burro tutto è più buono”), poco importa se il nonno
̶. descritto da lui come “orso, orco, mazzabubù” ̶. non vuole. “Per una noce di burro io rischio la pelle, sono disposto a tutto. Sfido le urla e le botte.”

In una città maschia (perché finisce per o), che “è Milano, ma non è Milano”, saper menare è importante: “è più importante che avere i soldi, perché i soldi tanto non ce li ha nessuno, ma se sai menare sei a posto. Almeno ti fai rispettare.” E, naturalmente, se non sai fare a botte e hai le scarpe delle Spice Girls, diventi il “femminiell’”, il “ricchio’”, quello a cui si può sputare addosso perché osa essere diverso, camminare come un’equilibrista sopra le convenzioni.

 

 

Amante delle parole e balbuziente, Jonathan cresce in una città che non vorrebbe riconoscere come propria – “lo voglio nascondere. […] Perché Rozzano è la mia carta d’identità fatta di strade e palazzi, la rappresentazione materiale della mia paura di essere scoperto e giudicato in quanto poveraccio […].” – ma che affonda i suoi tentacoli dentro la sua anima. A Rozzano gli è permesso essere “diverso ma bravo, pestato ma unico”, a Milano 3 verrà considerato il diverso e basta, senza alcuna connotazione positiva: è semplicemente quello con la tara, che non sa parlare e che fa tanto ridere, dovresti sentirlo. Si ritrova presto straniero nella propria città, estraneo in quella nuova. “Amo Milano 3 anche se Milano 3 non mi ricambia”: Milano 3 che è l’emblema della libertà che ha sempre voluto, del padre che non c’è mai stato e ora abita a poca distanza. Jonathan si ritrova a impersonare l’espressione inglese on the outside, looking in: escluso da un gruppo, da un’opportunità e dal rapporto padre-figlio che non ha mai avuto (qualche raro episodio fa da eccezione), si ritrova avvilito e abbattuto, di ritorno al “buco nero fagocitante, la divinità impietosa che riacchiappa i suoi figli insolenti, che si va a riprendere le sue schegge più ingenue, quelle che provano ad andarsene, a combinare qualcosa.”

Alternando il passato e il presente (che va dal 2016 ad oggi), l’autore-narratore fa vivere la città in cui è cresciuto – e che è cresciuta dentro di lei – mentre vive a Milano e scopre di avere l’HIV, dopo un mese di febbre costante. La scoperta del virus viene accolta, inizialmente, con sollievo: finalmente la sua emergenza ha un nome. Quindi, dignità.

Allo stesso tempo, però, viene privato dell’unicità per cui tanto aveva combattuto, per essere scaraventato in una categoria: “incontro questo dottore con l’aria da sacerdote e immediatamente lui conosce un sacco di cose di me. Vengo ricondotto a una comunità, a una storia, una casistica. Il virus dell’HIV conferma che sei gay e che hai fatto sesso. Magari troppo, magari promiscuo. Vabbè, mica solo i froci. Ma nell’immaginario comune. È quello che conta.

 

 

Con il passare dei mesi, la malattia comincia a scavare nei pensieri di Jonathan, lenta e inesorabile come un ruscello sotterraneo. La paura delle conseguenze, del dopo-di-me, lo assale e lo pietrifica: “Come farò a vivere col pensiero di non essere più integro, neutro, puro, tela, pagina bianca? Come farò ad andare avanti un giorno dopo l’altro sentendo dentro questa cosa che non ci dovrebbe essere, col senso di essere tutt’uno con quest’incognita – bomba a orologeria? – che sarebbe da eliminare ma non si può […], con la sensazione di essere fallato, guasto, rovinato per sempre?”. La consapevolezza della malattia diventa un peso insostenibile, un fardello da trascinare ora dopo ora come un moderno Sisifo, un pensiero fisso che lo induce a scrutare i visi delle persone che ha intorno, loro sanno? Si vede che sono malato?

È negli ultimi (in ordine cronologico) capitoli del romanzo che Jonathan assume la consapevolezza che lo spinge a scrivere il romanzo. Attraverso le parole, infatti, l’autore-narratore si “appropria delle cose, circonda di nomi nuovi le cose che vuole salvare”. In questo caso, ciò che ha di più importante: se stesso.

Come sottolinea più volte, l’HIV appartiene soprattutto a chi non ce l’ha, che ci ricama sopra pregiudizi e opinioni che diventano immediatamente scientificamente provate se viene instillato il seme del dubbio. L’HIV riguarda più i sani che gli infetti e altro non è che “il risultato di una sovraesposizione di sguardi”, strati su strati capaci di oscurare la verità, di zittire le preoccupazioni e di evitare di guardare dentro l’abisso perché si sa, solo allora anche l’abisso guarda dentro di noi.

Da allora Jonathan Bazzi ne parla più che può, per cercare di fare chiarezza e per sfiancare, a colpi di fatti, la paura e la discriminazione che ancora oggi aleggiano intorno al virus dell’HIV: a chi cerca di estirparlo come un fiore selvatico in una serra, a chi lo accusa di pubblicizzarlo, a chi gli dice che no, il virus non si prende da un rapporto orale, risponde “luce ovunque, si veda tutto”.

 

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Redazione / 24 maggio 2019

 

Ciao Elisa, nel tuo sito c’è scritto che l’illustrazione e l’arte contemporanea ti interessano ma non ti ispirano e che disegni per chiarirti le idee. Parlaci un po’ della tua carriera di illustratrice.

 

Ho sempre disegnato e amato l’arte. In Italia respiriamo arte in ogni angolo e a me, oltre a colpirmi visivamente, è sempre interessata come linguaggio e forma espressiva.

Per questo dopo gli studi classici ho deciso di studiare illustrazione allo IED, dove oggi insegno, e storia dell’arte all’università.

Poi ho iniziato a usare il disegno per scopi commerciali, solo più tardi ho capito come armonizzare gli aspetti commerciali a quelli artistici. Quattro anni fa, dopo un viaggio in Sicilia, ho deciso che non avrei più disegnato solo per lavoro, ma anche per esprimere la mia personalità.

E ho iniziato un percorso autoriale: Elisa Seitzinger, con il cognome di mia nonna, a cui ero molto legata e che ha un cognome impronunciabile e più affascinante del mio.

 

 

Anche l’arte contemporanea e l’illustrazione m’interessano moltissimo, però è vero per ispirarmi sento la necessità di volgere lo sguardo al passato.

Tendo a ispirarmi più che altro a codici stilistici, più che a singoli artisti.

Per esempio, la mia attenzione è rapita dall’arte medievale sacra e cortese, dalle vetrate delle cattedrali gotiche ai codici miniati, dalla pittura dei primitivi italiani e fiamminghi, dalle icone russe e dai mosaici bizantini, dall’iconografia esoterica, dai tarocchi, dagli ex-voto, ma anche da tutta l’arte classica e dall’arte visiva degli anni ’20 e ’30.

Mi affascinano i simboli.

Sono ricchi di fascino perché la loro essenza ancestrale perdura nel corso della storia dell’uomo e, nonostante ci possano essere dei mutamenti a seconda delle epoche, questi mantengono un nucleo di significato universale a prescindere dal contesto; per questo sono oggetti formali perfetti e sintetici, plasmabili e immutabili, a volte ambigui, ma sempre attuali o attualizzabili.

Come illustratrice sono molto più fissata con la linea che con il colore.

Il colore per me è importantissimo, ma è più un accessorio, imprescindibile alla buona riuscita di un’illustrazione, ma pur sempre accessorio. Io disegno, non dipingo.

 

 

All’inizio utilizzavo solo colori primari, forse per l’esigenza di limitarmi e allo stesso tempo di ottenere il massimo contrasto possibile usando dei colori senza tempo e giocando a tetris con loro.

I tarocchi e il Bauhaus amano la stessa palette e di loro mi fido. Ultimamente però mi sto aprendo molto dal punto di vista cromatico e ho introdotto nuovi ingredienti, mi piace creare delle palette ad hoc che si sposino bene con i progetti e l’identità dei clienti.

Riguardo la mia carriera, a quanto pare sono stata citata due volte sul Post questo mese. La seconda è stata per la selezione delle mie opere alla mostra Illustri, nella Basilica Palladiana di Vicenza, che espone ogni due anni 11 illustratori “affermati” nel panorama italiano e internazionale.

Lo cito perché, oltre ad essere una grande soddisfazione personale, è un bene che la nostra categoria professionale emerga sempre di più.

 

Infatti la copertina di Febbre è tra le migliori del mese di maggio secondo il Post. Parlaci un po’ di questa copertina: com’è nato il progetto grafico?

 

Non è solo merito mio, Jonathan ha trovato me. A quanto pare lui aveva un mio poster appeso in camera, proprio la Santa Lucia con il testo di una canzone di Madonna (che entrambi amiamo) scritto a lato.

In seguito mi aveva contattato, anni fa, perché voleva farsi un tatuaggio con quella che sarebbe diventata l’immagine di copertina del suo libro, che ancora non era stato scritto.

Era la mia reinterpretazione della mano con gli occhi della Santa Lucia di Francesco del Cossa. La sentiva molto intima. Anch’io la sentivo intima, per ragioni diverse, ma in fondo simili.

Questi occhi sono l’emblema di un martirio, in questo caso un sopruso su una donna, ma sono anche dei fiori che sbocciano. Dal dolore può nascere qualcosa di bello. Bello, ma non canonico, non c’è spazio per la leziosità. Da questa immagine ho creato una spilla, volevo che diventasse una sorta di amuleto per chi la indossava.

Infine Jonathan me l’ha chiesta per la sua copertina e io non ho esitato ad accettare visto il feeling. Poi quando ho letto il libro ho capito perché ha voluto a tutti i costi quell’immagine. Quegli occhi sono Jonathan.

 

Perché credi che Jonathan abbia pensato alla tua illustrazione come copertina del suo libro?

 

Cito quello che lui stesso ha scritto a riguardo:

“Raffigura un’offerta, l’offerta viva di uno sguardo, di un punto di vista. Ecco come sono andate le cose o, più precisamente – come mi ha fatto notare il mio ragazzo –, ecco come io le viste, ecco il modo in cui mi sono apparse. Febbre è l’offerta di un punto di vista. Un reportage a ritroso nel segreto, in ciò che ci insegnano sia meglio non dire.”

 

Che ne pensi di Febbre?

 

Lo consiglio a tutti, è davvero molto bello. Ho avuto l’onore di divorarlo tra i primi. Non riuscivo a staccarmi e non mi capita spesso in questo periodo.

Quello che mi ha colpito di Jonathan è il suo punto di vista su tante cose che non vuole insegnare niente a nessuno, ma allo stesso tempo prende posizione e soprattutto la sua straordinaria capacità descrittiva, la sua prosa asciutta e “iperrealista” anche quando sconfina nella sfera dei sentimenti e da cui trae conclusioni niente affatto scontate.

Vorrei saperlo fare anch’io. Sinceramente lo invidio per questo. E lo ringrazio per averlo scritto.

 

 

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Emma Barbaro/ 17 maggio 2019

 

C’è l’ascia che, simbolicamente, spezza la catena che tiene imbrigliate le braccia di uno schiavo. E poi c’è la catena invisibile di una schiavitù che sottomette anima, mente e cuore piegando l’umanità ai principi della mercificazione degli interessi. Un giogo che, in fondo, non si spezza mai. Un marchio a fuoco che accompagna uomini e donne, carnefici e vittime, dalla nascita fino alla morte.

“Ascia nera” sarebbe potuta essere la narrazione della sopraffazione scritta a partire dalle voci delle vittime. E invece è un’inchiesta vivida, pulsante, e forse per questo ancora più vera, che inchioda alle proprie responsabilità gli aguzzini. I reali esecutori di una serie di crimini contro l’umanità.

I Black Axe, le famigerate asce nere nigeriane, sono gli elementi di spicco di una mafia che non fa sconti ma miete vittime. Dalla tratta degli esseri umani allo spaccio di droga rappresentano, oggi, il fulcro pensante di un’organizzazione tentacolare che conta basisti in ogni angolo del globo. La cui forza e pervasività si fondano su una spiritualità marcata che, partendo dalle chiese pentecostali, riesce a implementare costantemente il numero di affiliati e proseliti.

Noi non siamo come le vostre mafie. Non abbiamo una famiglia che ci guida, ma un capo spirituale. Un uomo che interpreta il messaggio del movimento e tiene la testa alta davanti allo stato e a chi ci vuole male.”

In questo meccanismo complesso, religione e disperazione diventano dei mantra. Grazie ai quali i Black Axe sono riusciti, anche nel Bel Paese, a collaborare coi sistemi criminali autoctoni fino a rendersi parte integrante di un’unica cupola del male.

Dato il contesto di riferimento, Leonardo Palmisano ha il grande merito di raccontare il sistema nigeriano dal suo interno attraverso un lucido reportage del reale. E lo fa, lui sì, da potenziale vittima che i potenti Black Axe hanno tentato di imbavagliare. Con “Ascia Nera” l’autore porta a compimento una trilogia dell’orrore iniziata con libri del calibro di “Ghetto Italia” e “Mafia Caporale”.

Un’apologia della crudeltà che trova il suo acme nella narrazione di un sistema, quello nigeriano, che rischia di cristallizzare la propria volontà di potenza. Che non fa sconti e non teme rivali. Che si nutre del silenzio delle vittime, degli esecutori materiali, e delle istituzioni a tutti i livelli.

Ma se è vero che loro “sono la rete”, come afferma un giovane affiliato che ha vissuto a più riprese nel ghetto di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, a noi spetta il compito di non lasciarci imbrigliare. Di guardare alla realtà che ci circonda con lo sguardo vergine di chi sa di non avere delle risposte ma solo valide domande. “Ascia Nera” è tutto questo. E, forse, anche molto di più.

 

 

[Emma Barbaro, classe 1990, è una giornalista freelance. Attualmente è caporedattrice del giornale indipendente Terre di frontiera e collabora con Repubblica-Bari. Negli ultimi anni ha curato una serie di inchieste sull’interazione tra mafie foggiane e caporalato. Con Leonardo Palmisano ha approfondito, in particolare, l’articolazione criminale nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. Oggi considerata dalla DDA uno dei maggiori centri di proselitismo della mafia nigeriana in Puglia.]


Chiara Sgarbi / 6 maggio 2019

 

Il sentimento del ferro è un libro capace di risucchiarti e risputarti fuori più consapevole grazie agli argomenti sui quali ti porta a riflettere mentre ti ha intrattenuto con una narrazione frizzante.

La trama è avvincente ma ricca di dettagli e con un approccio quasi storico ma mai noioso, anzi pieno di brio. Un romanzo che si divora riuscendo a digerirlo, complici i due piani temporali in cui questa spy story si sviluppa: gli anni ‘40 e gli anni ‘80 del 900 che sono alternati benissimo per creare ritmo e farti conoscere sempre meglio i personaggi.

È un libro sui motivi delle persone, sulle ragioni che spingono ad agire.

Ogni personaggio ha il suo scopo ben definito e si amalgama o scontra con quello degli altri ma il motivo è molto chiaro e spesso diverso: Shlomo e Anton rincorrono lo stesso obiettivo ma ci arrivano da percorsi e da sentimenti diversi cioè vendicarsi del carnefice nazista che gli ha segnato la vita.

Ci sono capitoli di dolore che è però raccontato senza voglia di impressionare ma con la necessità di raccontare.

Gli argomenti angoscianti non devono essere edulcorati e resi più digeribili allontanandoli dalla realtà ma vanno bilanciati e mescolati con l’umanità e la speranza.

Questo crea sia consapevolezza che slancio positivo verso una soluzione o comunque un’idea di possibile cambiamento in posizione, reazione e non depressione ed è esattamente quello che riesce a fare Il sentimento del ferro.

 

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