Luca Scivoletto / 19-11-2019

L’idea è nata da una visione di scarpe parlanti, le stesse che ho descritto nelle prime pagine del libro. Confesso che quelle attese estenuanti, in sezione, ad aspettare che mio padre finisse di parlare con i compagni del partito, le ho vissute sul serio. E che veramente osservavo quelle scarpe, me ne rappresentavo la voce, il tono. Parlavano di politica, parlavano in dialetto, erano le scarpe di chi aveva voglia di contare, di partecipare. Erano caratteri, atteggiamenti, prese di posizione, critiche, puntualizzazioni. Era la politica vera, in provincia, nel Sud, in Sicilia, la politica dei comunisti, dei rompicoglioni, dei litigiosi, dei verbosi, di quelli che contestavano ogni cosa. Era dissipazione di tempo e di energie, coronarie che si gonfiavano, voci che si rompevano, sigari, sigarette, riunioni, bandiere, manifesti, e scarpe rotte. I comunisti: puri e superiori. Lo erano sul serio? Si è scritto e detto tanto intorno a questa gloriosa «superiorità morale». Oggi mi interessa poco sapere se fosse vera o presunta. Il punto è che, a forza di provarci, qualcuno c’è quasi riuscito, a essere puro. A suo danno, s’intende. Perché qualcuno ci ha anche lasciato la pelle, molti la salute, altri ancora un rapporto normale coi figli, la famiglia, la realtà.

È un mondo sommerso e dimenticato, quello da cui sono partito per raccontare questa storia. Il mondo di chi si è sforzato di essere puro stando ai margini, lontano tanto dalla lotta armata quanto dai salotti dell’intellighenzia, dalla Russia ma spesso anche da Botteghe Oscure; facendola, la lotta, nei consigli comunali, nelle sezioni, nei quartieri. Era un’altra politica quella di cui sono stato testimone, che creava dipendenza, come una droga; e poteva totalizzare la vita, condizionare ogni altra scelta. Questo è avvenuto nella mia famiglia. Anche se voglio rassicurarvi: ne sono uscito vivo. Tant’è che, invece di farvi sorbire un diario dei miei traumi infantili, ho deciso di prendere per il culo me stesso, i miei, la mia infanzia, la mia città, il Pci, e raccontarvi la politica a mio modo, forse con la speranza di “redimerla”, darle un senso che la disincagliasse dalle letture consuete.

Sì, la politica è stato il mestiere di mio padre, la ragione di vita dei miei genitori, e sebbene abbia deciso di occuparmi di altro nella vita, so che con la politica dovrò fare sempre i conti. L’aspetto autobiografico della vicenda,tuttavia, si esaurisce in queste premesse. Perché, diciamolo, anche ai figli dei criminali, o – che ne so – dei mormoni, può capitare di dover fare i conti con la propria tradizione familiare (d’accordo, a me è andata un po’ meglio). E partendo da questo presupposto, il vero sforzo per me è stato quello di trovare la voce giusta perché la storia di Enrico Belfiore e Renato Magenta somigliasse a quella di tanti ragazzini della loro età che, per crescere, devono rompere la bolla di certezze che li ha protetti fin dall’infanzia. La mia bolla si chiamava Pci, ma è quasi un dettaglio secondario.

Luca Scivoletto

Quasi. Perché cresceteci voi in mezzo alla «superiorità morale» sul finire degli anni Ottanta, trovatevi voi a essere «figli del Partito» nel momento storico sbagliato, con tutti gli ideali, le fedi e le parole d’ordine assorbite nei primi anni di vita che nel giro di pochi mesi diventano del tutto inservibili. Affrontatela voi, a undici anni, la vostra prima frustrazione identitaria. E il campeggio dei Pionieri? E l’agognata iscrizione alla Fgci a quattordici anni? Ma che Pionieri, che Fgci! Ormai era finito tutto, avevamo scherzato. Restava quindi solo qualche canzoncina e marchi di fabbrica difficili da cancellare. Come, ad esempio, un’opposizione di principio a tutto ciò che fa la maggioranza della gente, a volte senza neanche capirne bene il perché, un senso di opposizione agli «altri» che è rimasto lì, anche dopo che il Muro di Berlino era crollato e il Pci aveva cambiato nome, rendendo quelli come Enrico e Renato dei piccoli disadattati.

Mi ha divertito indagare le reazioni dei miei due protagonisti a un mondo che si trasforma velocemente, senza che loro se accorgano. Enrico e Renato condensano due reazioni opposte rispetto a ciò che hanno ricevuto in eredità e vivono in modo diverso l’obbligo del crescere. Mi è piaciuto anche osservarli da vicino, lungo un anno scolastico, secondo quella dilatazione spaziotemporale che è propria di quella fase tremenda della propria vita che è la preadolescenza. È stato come viaggiare nel tempo. Ha significato ricostruire pensieri, sintonizzarsi con quelle che supponi siano state le loro sensazioni di dodicenni, rimettersi in ascolto di parole, insulti, complimenti, umiliazioni ed esaltazioni ricevute dagli altri. Ma scrivere questa storia ha significato anche abbandonarsi a una divertente indistinzione tra episodi veri e altri mai esistiti, al mescolarsi di ricordi e distopie personali, di realtà e desideri irrealizzati. In fondo, nel raccontare Enrico e Renato, credo di essermi anch’io adattato alla capacità di deformare il mondo, tipica di quella loro bastarda età, facendomi narratore esterno, accettando allo stesso tempo il loro gioco, copiandolo talvolta. Così, pur partendo dalle scarpe, dalla politica, dalla mia famiglia, alla fine sono contento di aver traghettato questa storia oltre l’autobiografia, permettendo ai miei due protagonisti di realizzare le loro fantasie a metà tra il gioco e l’avventura, e in questo modo metterli nelle condizioni di trovare faticosamente un loro linguaggio, cioè crescere.

I Pionieri, quindi, non è un’indagine sociologica sulle famiglie comuniste italiane negli anni ’80. È un libro pensato per tutti, in particolare per chi abbia voglia di riflettere in modo ironico sul peso ingombrante delle eredità familiari, sul chiaroscuro in cui si consuma il passaggio dall’infanzia all’adolescenza; sulla lotta fra ribellione e conformismo che inizia a manifestarsi in quegli anni; sul potere salvifico dell’avventura (nella natura, nell’ignoto, in se stessi, è uguale), quando ci si sente appesantiti da tutte le cose che ci hanno fatto crescere, ma che, almeno in parte, dobbiamo buttare giù dalla mongolfiera per continuare a stare in volo.


Davide Carnevali / 7-11-2019

 

Dio e le stelle

 

Vero non è che Dio creò le stelle nel quarto giorno, come riportano le Scritture, per illuminare la terra, regolare il giorno e la notte e separare la luce dalle tenebre; per quello, sole e luna sarebbero bastati. Dio si inventò le stelle per un altro motivo, un motivo che non ha nulla a che vedere con quanto noi crediamo sia la loro funzione e il loro scopo: le creò per diletto. Le fece perché amava sedersi la notte nel mezzo del suo giardino a guardarle per ore, dall’alto del firmamento, in silenzio, fino alle prime luci del mattino.

L’uomo sa che, viste dal basso, dalla Terra, le stelle sono stupende. Ma io so che dall’alto, da dove Dio le guarda, lo sono ancora di più. Dal basso le stelle indicano al viaggiatore il cammino da intraprendere per giungere all’obiettivo che si è prefissato. Dall’alto, invece, suggeriscono al viaggiatore che la bellezza sta nel camminare senza meta, per arrivare da nessuna parte. Dal basso, con i loro moti e rotazioni, le stelle marcano il passo inflessibile delle stagioni e dei mesi, e il tempo della semina e il tempo del raccolto, e il tempo del lavoro e il tempo della festa. Dall’alto, invece, rivelano che stagioni e mesi durano a volte il tempo breve di un respiro, altre il lungo tempo di una vita e, altre ancora, un tempo che non è né breve né lungo, ma che è respiro e vita insieme, e che è questo il vero tempo della festa.

Viste ancora dal basso, le stelle si dispongono ordinatamente nello spazio e permettono che gli uomini traccino tra esse le linee che danno forma ai segni dello zodiaco, in cui è scritta la natura di ogni uomo e il suo carattere. Ma io so che dall’alto le stelle si configurano in costellazioni sconosciute, una per ogni eroe e ogni animale, compresi quelli estinti e quelli immaginari, e poi in forme che ricordano incroci e combinazioni di animali estinti e immaginari, e incroci di incroci e combinazioni di combinazioni, e incroci di combinazioni di incroci di combinazioni, potenzialmente (ed effettivamente) infiniti. Osservando le costellazioni dall’alto, scopriremmo così che il nostro segno non corrisponde al Capricorno né a quello dei Gemelli, ma alla Talpa cieca o al Cavallo con la criniera a spiga di grano, oppure alla strana bestia nata dall’accoppiamento di un cavallo e un’aquila dalla vista acuta, o tra l’essere risultante da questa combinazione e quello risultante dalla combinazione di un intelligente delfino e uno scarabeo smarrito; o tra tutte queste combinazioni combinate insieme e un fermacarte da scrivania, una pietra ovoidale, un salice o un eremita stanco. E tutte queste costellazioni rivelano all’uomo una delle sue nature e uno dei suoi caratteri, e nessuna di queste mente.

Dal basso le stelle rivelano all’uomo il destino che lo attende, ma io so che dall’alto raccontano a chi le osserva che il destino è multiforme, e può cambiare da un momento all’altro, improvvisamente, secondo il volere dell’uomo che le osserva, e assumere le sembianze più svariate. Anche le sembianze di ciò che non è destino, pur continuando a essere destino.

Dal basso le stelle sono belle da contemplare. Ma dall’alto lo sono ancora di più, e in un modo così stupendo che è impossibile descriverlo, o scriverlo, o anche solo immaginarlo.

Ph Filippo Quaranta

Davide Carnevali

Si dice che Dio concederà a un solo uomo, tra tutti gli uomini di tutti i tempi, per una volta, il privilegio di sedergli accanto per una notte intera, così che l’uomo, seduto accanto a Dio nel Giardino, possa porgli tutte le domande a cui ha sempre cercato risposta. Ma io so che l’uomo che ha avuto la fortuna di sedersi accanto a Dio non ha detto una parola. Ha guardato le stelle dall’alto ed è rimasto in silenzio, a contemplarle, fino alle prime luci del mattino. Dimenticandosi di tutte le domande a cui, nella vita, aveva cercato risposta.

 

Il diavolo innamorato


Fashionandbook / 23-10-2019

 

Quanto il corpo vestito è in grado di influire sulla percezione del singolo?

Una domanda alla quale, in apparenza, sarebbe molto semplice dare una risposta intuitiva: moltissimo. L’abbigliamento di ciascuno influisce in maniera sostanziale sulla percezione di ognuno, sebbene l’argomento in tempi recenti verrebbe probabilmente affrontato con un sorriso, o addirittura tacciato a superficiale.

Gli studi relativi alla sociologia della moda si potrebbero considerare relativamente recenti. A partire dagli anni Settanta, nel pieno periodo della rivoluzione culturale e politica mondiale, gli studi sociologici del vestire hanno trovato piena connessione con gli studi antropologici legati non solo al vestiario, ma anche alla relazione con il proprio corpo.

Il motivo di tutto questo? L’esplorazione del nostro corpo non può considerarsi legata soltanto ad un carattere strettamente scientifico, ma è definita il principale strumento di analisi di ciascun substrato culturale. Di conseguenza il corpo, ed in particolar modo il corpo “vestito”, diviene lo strumento fondamentale di analisi storica e contemporanea di ogni civiltà.

In merito a tale ricerca, risulta ancora più interessante porre la propria attenzione su come il corpo abbia assunto le sembianze di vero e proprio specchio dei più vasti scenari storici, economici e politici e di come “l’estetizzazione del mondo” proposta da sociologi quali Lipovetsky e Serroy non sia poi così lontana dalle realtà esistenti.

Un chiaro esempio della realizzazione del processo è percepibile nelle società africane e subsahariane e, nello specifico, nel loro non troppo recente approccio al sistema moda. Il tema del corpo e delle sue manipolazioni attraverso l’abbigliamento è sempre stato presente e silente nell’identità locale e, ciò che un tempo poteva considerarsi semplice tradizione, ora è pronto ad esporsi, ad entrare finalmente in stretto rapporto con il globale.

Allo stesso modo, fenomeni artistici e rituali tradizionali possono facilmente porsi in relazione a caratteri vestimentari, volti non solo a identificare un popolo in ogni suo aspetto, ma ad avvicinarsi, seppur con lentezza, ad un’idea sempre più radicata di commistione culturale.

Basti pensare alle città che fanno da sfondo alle settimane della moda africane per avere un’idea più chiara di come la comunione di genere e di culture voglia regnare indisturbata in territorio africano. La Nigeria, il Senegal, il Sudafrica sono pronti: i giovani talenti crescono di anno in anno, come anche la loro sfida nel combattere le debolezze dell’economia locale.

La nuova moda africana è un teatro postmoderno volto a riciclare e accostare elementi differenti al fine di rivendicare un’identità che non sia necessariamente solo africana, ma quanto meno caratterizzante.

Il romanzo di Chibundu Onuzo, “La figlia del re ragno” ci lascia con la stessa percezione. Abike, la protagonista, manifesta continuamente un forte attaccamento ad estetica e vestiario per la definizione di sé stessa, tanto socialmente, quanto individualmente. I suoi abiti sono fortemente occidentalizzati, il suo gruppo di amici rispetta gerarchie sociali estremamente comuni, quasi a sembrare stereotipate.

 

 

L’accento occidentale è evidente in ogni loro discorso, ma appare quasi estremizzato, come volto a descrivere altro. Una cultura, ad esempio. Abike si affezionerà ad un ragazzo, nel corso del romanzo, di ceto sociale differente dal suo. Lui vive nella Lagos povera, che Abike definisce mentalmente attraverso caratteri specifici: odori, ambienti tipici, si fondono col suo celato disgusto verso un mondo a cui non sente di appartenere, ma dal quale è incuriosita, poiché radicato in lei. La sua affezione per il ragazzo che deciderà volutamente di chiamare “Ambulante” e di cui non si conoscerà il vero nome, è un chiaro aspetto del fenomeno di estetizzazione analizzato da Lipovetsky.

La caratterizzazione del personaggio è evidente, non solo dalla sua caratterizzazione all’interno di un sistema societario, ma anche dal suo modo di vestire. Abike lo osserva, critica il suo vestiario ed i luoghi che frequenta, per poi finire con l’indossare, al loro primo appuntamento, i suoi jeans logori. Lo scopo? Certamente quello di uniformarsi, di sentirsi adatta ad un contesto che non sente proprio e che fatica ancora a comprendere come una semplice minigonna, ad esempio, non sia necessariamente associabile ad una “Ashewo”, una prostituta.

I riferimenti relativi al modo di vestire sono costantemente presenti. Descrivono realtà differenti, aiutano ad entrare in contatto con una percezione dell’adolescenza che in Occidente è ben definita da tempo.

Il contrasto tra le due facce di Lagos, quella povera dell’ambulante e quella ricca di Abike, fa da contorno ad ogni vicenda, quasi a giovarne la descrizione.

Un libro che all’apparenza potrebbe raccontare una storia forse scontata, o immaginabile, in grado di nascondere un mondo, dietro una frivolezza… totalmente apparente.

 

 

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Luci_di_libri / 17-10-2019

 

La mia storia è l’unica cosa di valore che mi sia rimasta, quindi non la condivido con chiunque.

Da quando ho iniziato a frequentare psicologia all’università, mi capita spesso di cogliere piccoli riferimenti a ciò che studio anche durante la lettura. Quando ne ho la possibilità, poi, mi piace usare i libri come punto di partenza per parlare di argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Così è successo con La figlia del Re Ragno, un romanzo che si presta bene ad introdurre il tema della resilienza, dal momento che tutti i personaggi hanno alle spalle dei vissuti di lutto e perdita con i quali si trovano a dover fare i conti lungo il corso della narrazione.

Il termine “resilienza” sta proprio ad indicare un processo attivo di autoriparazione e crescita in risposta alle avversità della vita. Questo significa che persone resilienti si diventa non malgrado le difficoltà ma proprio in virtù di queste. Ho sempre avuto la convinzione che anche dai momenti peggiori possiamo trarre qualcosa di buono e bello per la nostra vita, ed è stato interessante scoprire che l’ideogramma cinese che corrisponde alla parola “crisi” racchiude in sé questo duplice sguardo: è composto da due segni, un simbolo che indica “pericolo” e uno che significa “opportunità”. Quindi, nel processo di formazione della resilienza tutto si gioca nel modo in cui rielaboriamo e facciamo nostre quelle situazioni che ci toccano nel profondo, che ci feriscono, che potrebbero lasciarci potenzialmente più vulnerabili ma che allo stesso tempo ci forniscono l’occasione per ripartire più forti di prima.

La reazione più comune davanti ai piccoli e grandi traumi della vita è quella di accantonarli, relegarli in un angolo della nostra mente e non pensarci più. Spesso facciamo finta di nulla, asserragliati come siamo dentro a corazze su cui ogni situazione dolorosa rimbalza e torna indietro, senza che ci abbia minimamente scalfito. La tendenza a tagliare fuori le esperienze eccessivamente traumatiche è un ethos culturale che ci condiziona tutti, ma non è così che si costruisce la resilienza. Perché, se è vero che “pericolo” e “opportunità” sono le due facce d’una stessa medaglia, per vincere davvero bisogna essere disposti a stringerle entrambe tra le mani. Lo sforzo che ci viene richiesto, dunque, è quello di integrare l’esperienza intensa del trauma all’interno della nostra identità individuale e sociale; questo inevitabilmente condizionerà il modo in cui affronteremo la vita e le sue sfide in futuro.

Facile a dirsi, ma da dove si parte? Il primo step è quello di attribuire un significato alle difficoltà in modo tale da renderle più sostenibili e costruire una narrazione chiara e coerente di ciò che è successo così da essere in grado di elaborarlo. Ecco perché la frase del libro che ho riportato all’inizio mi ha così colpito: riconoscere che anche i momenti difficili fanno parte della nostra storia è il primo passo verso la resilienza. Il protagonista maschile – una delle due voci narranti del romanzo – questa cosa l’ha capita. Dopo la morte del padre è stato costretto ad abbandonare i privilegi della sua vita precedente e fare l’ambulante di strada pur di mantenere la madre e la sorella, eppure è riuscito a dare un significato a tutto questo. Anzi, va addirittura oltre e aggiunge un altro pezzo del puzzle: la sua storia non solo ha un senso, ha persino un valore. Sembra una banalità, ma tutto quello che ci succede è in grado di plasmarci e contribuisce a fare di noi esattamente ciò che siamo. Se riusciamo a vivere con questa consapevolezza diventeremo in grado di affrontare ogni sfida che la vita ci metterà davanti.

Tornando al libro, La figlia del Re Ragno è un romanzo che racconta di vite molto distanti tra loro, che si incontrano nello stesso angolo di Nigeria e si intrecciano l’una con l’altra. Abike – protagonista femminile e seconda voce narrante –, la madre e la sorella dell’ambulante di strada, Precious, Mr T., tutti hanno vissuto esperienze dolorose e ognuno di loro ha una propria storia da rivelare. Leggere questo libro mi ha fatto riflettere su quanti modi diversi abbiamo di reagire ad una stessa situazione e tutti possiamo riconoscerci, almeno in parte, in quello che viene raccontato. Attraverso questo romanzo la giovane autrice condivide con noi una storia che, forse, in parte è anche la sua storia; e questa è un’altra cosa fondamentale: raccontare – non a tutti, ma almeno a qualcuno – le nostre esperienze consente di specchiarsi l’uno nell’altro e fare un altro passo verso la resilienza.

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Redazione / 14-10-2019

 

Sabato 19 ottobre il documentario “Bellissime” di Elisa Amoruso aprirà il Panorama Italia di Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma.

Tratto dal libro di Flavia Piccinni e prodotto da Fandango e TIMVISION, il documentario racconta la storia di una famiglia unita dalla stessa passione, la bellezza.

 

 

Riprendendo il tema del libro, la regista fa una riflessione aperta sul culto dell’apparire, su cosa voglia dire essere bambine, adolescenti e madri.

In occasione della presentazione ci saranno la regista e le protagoniste, Cristina Cattoni, Giovanna Goglino, Francesca Goglino e Valentina Goglino.

 

La cover del libro di Flavia Piccinni


Redazione / 14-10-2019

 

Siamo felici di annunciare che l’ultima fatica dei nostri autori Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, “Nella Setta”, ha vinto il Premio Internazionale di Letteratura Città di Como come miglior libro inchiesta.

Il Premio, giunto alla VI edizione, ha riconosciuto il grande valore del saggio che indaga le organizzazione settarie in Italia, considerandolo “uno strumento di conoscenza, ricerca e riflessione”.

 

Gli autori, Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni


Gli autori hanno dichiarato che «i premi fanno piacere, certo, ma il nostro sguardo e la nostra attenzione sono rivolti a tutte le vittime che non hanno il coraggio di parlare e alle due proposte di legge che, nonostante tutto, restano ferme. La speranza adesso è che parta presto la commissione di inchiesta parlamentare sul Forteto, con l’augurio che faccia luce su quanto accaduto nel regno di Fiesoli e aiuti tutti quanti a capire il pozzo nero che sono tutte le sette in Italia».

 

Nella setta


Redazione / 8-10-19

 

Siamo felici di annunciare che Leonardo Palmisano vince il Premio Colombe d’oro per la pace nella sezione informazione.

Il premio Colombe d’oro per la pace è un riconoscimento giornalistico assegnato annualmente dall’IRIAD (Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo), con l’intento di promuovere negli operatori dell’informazione gli ideali di convivenza pacifica tra persone, popoli e nazioni.

Istituito nel 1986 – anno internazionale della pace – con il sostegno di Legacoop e di altre cooperative ad essa aderenti, è arrivato alla trentatreesima edizione.

Il premio è suddiviso in tre sezioni (quotidiani, periodici, radiotelevisioni) e assegna annualmente tre Colombe d’oro ad altrettanti giornalisti che in Italia si sono distinti nella diffusione di notizie su conflitti armati, diritti umani, disarmo e cooperazione internazionale.

Quest’anno la Giuria, formata da Fabrizio Battistelli, Dora Iacobelli, Riccardo Iacona, Dacia Maraini, Andrea Riccardi e Tana de Zulueta.

Leonardo Palmisano – sociologo, scrittore, editore – è autore di numerose inchieste sullo sfruttamento dei braccianti e di altri lavoratori ai margini del sistema produttivo ed è presidente della cooperativa editoriale Radici Future Produzioni.

 

Leonardo Palmisano

 

Palmisano definisce il Premio “un risultato commovente, che voglio condividere idealmente con tutti gli schiavi che ho incontrato in questi anni di lavoro sul campo. Lo ricevo con grande emozione, come stimolo a continuare a raccogliere e a raccontare le storie degli ultimi”.


Titti Pentangelo / 4-10-2019

 

 

Certo che voglio tutto; come un uomo, in un mondo di uomini, voglio sfidare la legge. Voglio ottenere più di quanto mi era stato promesso in partenza. Non voglio che mi zittiscano. Non voglio che mi spieghino quello che posso fare.”

Se le donne sono tutte docili e graziose, allora Virginie Despentes non è per niente una di loro.

Della sua bellezza non le è mai importato, anzi si è sempre vista brutta e poco desiderabile. Lei, però, di desideri ne ha sempre avuti tanti e non le andava proprio di metterli da parte per vivere all’ombra di qualcuno. E se questo significava andare contro il suo stesso sesso pazienza: lei più a Kate Moss somiglia a King Kong.

Da qui il titolo del suo saggio, “King Kong Theory”, ripubblicato in Italia dopo tredici anni dall’uscita da Fandango Editore, con la nuova traduzione di Maurizia Balmelli.

Un testo forte, che scardina molte convenzioni sociali. Un urlo arrabbiato e potente in cui nessuno viene risparmiato, né donne né uomini.

Virginie non inventa nulla, racconta soltanto la sua vita. Quella di una ragazzina che voleva scoprire il mondo, di una donna che, seppur ferita, non ha mai accettato le regole che volevano imporle. Per lei l’immagine della “donna bianca, seducente ma non troia, snella ma non maniaca delle diete, buona padrona di casa ma non la classica sguattera, ambiziosa ma con dei limiti” che tentano di venderci in tutti i modi è pura invenzione. Una facile trovata della società capitalista per far sentire le donne sempre in difetto. Un modo per imporre la loro idea di femminilità.

 

 

Femminilità”..che parola strabusata. Tante volte Virginie si è sentita dire di non essere abbastanza femminile, di avere così tanta rabbia proprio per via della sua ostinazione ad essere diversa. Allora, ha provato ad “addomesticarsi”, a trattenere l’aggressività, ad essere docile e mansueta. Ma sempre con scarsi risultati.

Chi decide che cosa significa essere donna? E perché se non corrispondi a certi standard sei automaticamente tagliata fuori?

Virginie non ci sta e, allora, si fa fuori da sola. Via da qualsiasi limite e costrizione. Stop a generi e etichette. Lei è come King Kong, un essere neutro e senza sesso. Potenza pura.

Come il suo saggio, crudo e autobiografico. Lo stupro, l’esperienza della prostituzione, il modo in cui la società si relaziona con il porno: Virginie tocca tutti i temi più controversi. In questi casi, secondo lei, un’unica costante: la sottomissione delle donne al dominio dell’uomo.

Perché quelle rare volte in cui si è sentita donna è stato proprio quando era più debole. E, allora, se veramente si vogliono cambiare le cose c’è bisogno di tanto coraggio: “Il femminismo è una rivoluzione, un’avventura collettiva per le donne, per gli uomini e per gli altri. Una visione del mondo, una scelta. Non si tratta di opporre i piccoli vantaggi delle donne alle piccole conquiste degli uomini, ma di far saltare tutto.”

 

King Kong Theory

 

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Redazione / 4-10-2019

 

Venerdì 4 ottobre Pinar Selek ha ritirato a Cosenza il Premio 2019 della Cultura Mediterranea, sezione Società Civile, assegnatole da una Giuria Internazionale, guidata dal Presidente del Premio e Responsabile delle attività culturali della Fondazione, prof. Mario Bozzo.

Il premio, istituito e promosso dalla Fondazione Carical, oggi guidata dall’avv. Luigi Morrone e giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione, intende riconoscere i meriti di quanti ‘favoriscono il dialogo e la comprensione tra le diverse espressioni culturali del Mediterraneo’ e ‘contribuiscono all’approfondimento e alla conoscenza delle culture mediterranee, anche nelle loro implicazioni di attualità’.

Nelle scorse edizioni il premio per la Società civile, di particolare prestigio, è stato assegnato a personaggi rappresentativi della cultura mediterranea quali: Amos Oz, David Grossmann, Tahar Ben Jelloun, Padre Enzo Bianchi, Amin Maalouf, Oya Baydar, Predrag Matvejevic, Hawa Andi Diblawe, Marek Alter, Ismail Kadare, Andrea Riccardi.

Pinar Selek, che ha ricevuto questo premio con profondo riconoscimento, lo ha dedicato a tutte le donne esiliate come lei, e in particolare a tutte coloro che non godono di visibilità. Allo stesso tempo lo ha dedicato a tutte le lucciole che sfidano le frontiere, le fortezze, i fascismi, le violenze e che trasformano il mondo attraverso azioni di solidarietà concrete, poesie e filosofie di emancipazione.

In tutto il nostro Mediterraneo, la criminalizzazione della mobilità delle oppresse e degli oppressi si traduce in corpi di ghiaccio, corpi morti, corpi che non sognano più, o in schiavi senza protezione, senza diritti, in tutta l’Europa occidentale. È in corso una lotta infernale tra due mondi: il mondo degli oppressori, dei dominanti che posseggono armi, prigioni, denaro; e il mondo delle lucciole che difendono e creano vita, bellezza, poesia.

Sono orgogliosa di fare parte del mondo delle lucciole, che prendono le luci dei propri sogni e fanno luce quando cala la notte. Mi trovo qui come donna rifugiata, come scrittrice, militante, come ricercatrice, come donna mediterranea. Con i miei scritti e le mie azioni, cerco di resistere… e di contribuire alla costruzione di una controcultura fondata sulla solidarietà, sulla libertà e la giustizia.

So che è difficile. Sì, ma come affermava Gramsci, unire il pessimismo della ragione all’ottimismo della volontà, rafforza il mio potere magico. Sento questa magia lungo i cammini che percorro.

A nome di tutte le lucciole del Mediterraneo, a nome delle streghe che giocano con la magia, vi ringrazio per questo incoraggiamento”.


Michela di bookmic_ / 2-10-2019

 

“La figlia del Re Ragno” di Chibundu Onuzo è un romanzo scritto in forma per lo più dialogica, in un lungo e sviscerante dialogo che narra una bizzarra e improbabile storia d’amore nata tra un ambulante e la ricca figlia di un grande uomo d’affari nigeriano. 

Due realtà che si incontrano o meglio si scontrano affacciate ai finestrini oscurati, varco in cui passano sguardi severi, gelati, caramelle, dolciumi e i pochi spiccioli che gli ambulanti si guadagnano correndo dietro alle macchine che talvolta si prendono gioco di loro.

Potrà funzionare tra di loro?

La trama intricata lega tutti i personaggi al padre di Abike, che sembra nascondere un passato tormentato e losco.

In tutto il romanzo più o meno velata è presente l’analisi, forse anche un po’ romanzata, della stancante sfida alla gerarchia ormai stratificata della società Nigeriana, che compie un diciottenne che di mestiere fa solamente l’ambulante, ma non da sempre.

Non lasciatevi trarre in inganno, non sempre tutto è proprio come ci appare: questo libro è sorprendente in quanto, inaspettatamente sono proprio gli stessi personaggi, per lo più di estrazione sociale subalterna, che hanno sfilze di pregiudizi pungenti, nei confronti gli uni degli altri.

Una storia complicata almeno quanto sembra nascere spontanea, tra le strade trafficate della Nigeria.

 

Cosa può unire due persone così diverse?

Forse Abike ha qualcosa di speciale, di diverso, e non si tratta della jeep, e neppure della casa con la piscina al coperto o del giardino estremamente curato, semplicemente qualcosa che va oltre il semplice fascino, per sfociare in attrazione, palpabile e asfissiante, che li inchioda entrambi alla dura realtà.

Affascinante e coinvolgente, quella di Abike e il suo ambulante quindi, non è affatto una storia facile, per nessuno dei due.

La ritmicità del testo è data dalle battute stringenti e poco introspettive. I dialoghi interiori anch’essi stringati, lasciano per fortuna solo al lettore, uno spaccato di intimità esacerbata e moderna, tendente all’individualizzazione cronica che si diffonde anche in Africa.

Piacevole dalle prime righe, intrigante dal primo capitolo, una lettura dal sapore esotico che mi sento di consigliare, per provare a conoscere una realtà per certi versi distante e diversa dalla nostra quotidianità.

– E voi siete più disobbedienti come Abike o più responsabile come l’ambulante?

Lo avete letto? Secondo me è davvero strepitoso, un esordio degno di tante attenzioni, aspetto con ansia il prossimo!

 

La figlia del Re Ragno

 

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