Redazione / 30-07-2020

 

Sabato 1 agosto, in occasione della quindicesima edizione della rassegna culturale organizzata dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso, NON SOLO SPIAGGIA, Pinar Selek presenterà il suo ultimo romanzo, Le formiche festanti.

 

L’incontro si terrà alle ore 18 presso la sede della SOMS in via della Pace di Grimaldi Superiore. È auspicato l’uso della mascherina. Ingresso libero e gratuito.

 

Durante l’incontro saranno previsti degli intermezzi musicali dell’arpista Claudia Lorenzi.

 

 

 

L’autrice è una scrittrice turca che vive a Nizza poiché è stata torturata e condannata all’ergastolo dal regime di Erdogan a causa del suo impegno per i diritti umani (difesa degli armeni e dei curdi) Nonostante le difficoltà dell’esilio, Pinar continua a scrivere con successo romanzi tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano. L’ultimo, che è appena stato pubblicato da Fandango, si svolge a Nizza e ci fa sognare il nuovo mondo che potrebbe/dovrebbe contrassegnare il millennio appena cominciato.

 

Pinar Selek è poliglotta, ma parlerà in francese (la traduzione sarà assicurata). Claudia Lorenzi arpista bordigotta di ascendenza grimaldese ci aiuterà a sognare questo mondo con le sue splendide melodie.


Giovanni Za / 13-07-2020

 

V C

Kazu Makino (Sic)

Comincia il suo percorso formativo in una scuola materna della circoscrizione di Sakyo-ku di Kyoto e mostra di essere molto abile in calligrafia e Storia. Alla notizia di un possibile trasferimento in Italia reagisce applicando la strategia del mutismo selettivo, non parlando a madre e padre, ma comunicando solo con il gatto di casa. Scrive una lettera all’ambasciata per dichiararsi prigioniera politica, ma nonostante uno sciopero della fame a 9 anni arriva in Italia, non conoscendo neanche una parola di Italiano. A 11 è già la più brava della classe e a 12 è sospesa per la prima volta per aver scritto “Fur is murder” sulla porta della Preside della sua scuola.

 

Anna Luisa Gorini (Ariel Nata con le Ali)     

All’inizio della prima superiore è ancora una ragazza acqua, sapone e ombretto nero, ma tra dicembre e febbraio del secondo anno ha la folgorazione, elegge a proprio nemico il conformismo di Lucia Mondello e inscena una settimanale contestazione a questo personaggio “passivo, rassegnato, manipolato dagli uomini, incapace di esistere”. All’inizio della terza entra nel commercio internazionale della droga e durante le vacanze estive può ampiamente permettersi un viaggio di lavoro ad Amsterdam.

 

Carlo Gustavo Bernadotte (Carlo XVI Gustavo)

Durante l’inverno del terzo anno di liceo, Zeno, mosso da un’inspiegabile tentazione filantropica, lo invitò per una settimana con lui e famiglia nella casetta di proprietà ampezzana. Carlo Gustavo cominciò settimane prima a contrattare la partecipazione con l’inflessibile genitrice, concordò un piano di pace assieme anche ai genitori di Zeno e per molte settimane si immaginò il suo primo viaggio autonomo. Fu naturalmente un disastro: Zeno era sulle piste dalle 9 alle 13, Carlo Gustavo ci provò per mezz’ora il primo giorno, ma desistette dopo pochi fallimenti e la prima distorsione; il peggio veniva al pomeriggio, quando non era possibile ingannare il giorno con qualche passo di Chateaubriand e seguiva Zeno, che con una certa disinvoltura si accompagnava ai rampolli più scemuniti della storia degli ultimi trent’anni; se ne concluse che Carlo Gustavo cominciò a fare delle passeggiate da solo, che al penultimo giorno questa si protraesse per tre ore e che l’ultima sera abbozzasse un’epistola familiare Ascesa al monte nevoso, che lasciò poi sulla scrivania della genitrice. Il giudizio fu di stiracchiata sufficienza e scarsa ispirazione.

 

Federico Tesla (Sic)    

Nel primo e secondo anno di scuola, Federico interpretò il ruolo di critico di videogame e più volte difese artatamente la classificazione di questi come opera d’arte di livello superiore. Nel 1994 intessé una furiosa polemica con Carlo Gustavo in cui sosteneva che Il corvo fosse il film più bello degli ultimi 20 anni e che chi lo negava non capiva niente di cinema. Zeno, stroncato da un sorso del terribile vino mastarniano, insinuò che i fantomatici “amici del mare” di Federico non esistessero e che passasse l’estate coi suoi.

 

Arturo Vibenna  (Vibenna)    

Spiega a sua sorella Zelda che nel mondo degli affari nessuno usa il nome di battesimo e che quindi usare solo il cognome è avanti. Lei non accetterà mai il cambio e la prima reazione del gruppo degli amici fu l’ilarità. Alla scuola media era stato inserito nel corso F; la signora Vibenna chiese se potesse essere spostato nel corso B, dove c’era un cugino. Gli fu concesso; il compagno di banco del secondo giorno di scuola era Massimo Targioni. In classe seconda Vibenna aveva invitato Mas. a passare le vacanze al mare dai suoi. Le cose non andarono come erano state programmate. Mastarna al mare si procurò un’edizione giornalistica su cui comparivano le figurine di molte ragazze assai procaci e svestite, per tramite di un compagnuccio di giochi per l’epoca assai scafato. Fatto sta, il giornaletto fu ritrovato da Zelda e posto da lei sotto il piatto del padre durante il pranzo. Vibenna deve concentrarsi molto per allontanare questo pensiero quando viene aggredito dai ricordi di quel giorno. Mastarna, invece, se pensa a quel giorno, ride.

 

Zeno Mascagni (il Potente Zeno)

In seconda gli fu attribuito l’epiteto di Potente dopo una serie di esibizioni accaldate e platealmente pubblicitarie in palestra; in terza, per un certo periodo, aveva stabilito di non voltarsi a rispondere se qualcuno non lo chiamava con l’attributo ed era stato particolarmente sedotto da una delle ragazze del novembre 1995 che lo chiamava Grande e Potente Zeno. In quarta si rese conto che questa sua immagine rischiava di allontanarlo dall’effigie di Kurt Cobain a cui voleva ispirarsi; provò a non lavarsi i capelli per più di quattro giorni per entrare nel personaggio, ma rivelò a Doralice che non riusciva a restare sporco per davvero; stabilì allora che lo stropicciamento dei gruppi musicali dovesse essere solo poetico.

 

Alberto Sordi (sic)      

Al primo anno, su suggerimento di uno suo cugino di quarta, si propose come rappresentante di classe: si trattò di un errore clamoroso. Spinti dal suo curioso registro anagrafico, i compagni lo elessero in massa; fu una catastrofe. Alberto doveva partecipare alle riunioni, parlare ai professori, riferire le ambasciate, avanzare proposte, un tormento che lo lasciò profondamente ferito, per cui, più grande, non riusciva più a prendere posizione per la paura che potesse essergli chiesto di dare giudizi, prendere posizione, dibattere o tenere un punto, per cui, anche quando qualcuno affermava che la capitale del Canada era Montréal, lui annuiva incapace di correggere, dire la sua, eccepire. Perché poi i genitori non lo avessero chiamato Francesco, Saverio o altro, è un mistero.

 

Doralice Delada

Nei primi anni di scuola era stata l’amica del cuore di Carlo. Una volta provò a baciarlo, ma lui scambiò la cosa per il festeggiamento alcolico dell’onomastico di lei. Non che fosse proprio innamorata. Anni dopo, per dire, la faceva ridere l’idea.

 

Svevo Veneziani

Responsabile rifornimento di ideologia, instancabile agit-prop e oratore discutibile. Dopo un periodo difficile, si trasferisce a Roma, decide di studiare la lingua locale e dieci anni dopo, a domanda, dice di essere “di Roma”. Al suo primo ritorno, dopo molti anni, si reca in pellegrinaggio alla memoria di se stesso passando davanti all’ingresso del circolo “Introna-Pappagallo”: non entra e quando qualcuno esce ghigna “Non ci conosciamo” e sgattaiola via.

 

 

V E

Alessandro Querceti (Alexander)

Quando Alexander aveva 10 anni, nel disperato tentativo di allontanarlo dal tennis, suo padre lo accompagnò sul campo privato del Tenente Colonnello, che aveva vinto per gli ultimi sei anni il torneo estivo  del Comando, affinché potesse dargli una lezione definitiva. Giocarono due set; Alexander concesse in totale sei punti. Detiene il record di velocità media della prima di servizio per tornei nazionali juniores. Nella sua vita ha distrutto sei racchette. Una di queste sul ferro di un cancello di accesso ad un campo perché gli erano usciti sei lungo linea consecutivi

 

Morgan Yeats (Moya)

La schiatta degli Stuart-Yeats non ha mai abitato in Inghilterra e il piccolo Morgan aveva visitato Manchester solo una volta nella vita, d’altra parte il suo spaesamento non viene certo dalla doppia nazionalità, ma dalla lunga lista della spesa, dal bucato, dalla preparazione del pasto, la cura della casa e da tutte le altre cose che fanno regolarmente tutti gli altri diciottenni edonisti come lui.

 

Mario Pincherle (Pinkerton)

Zeno gli propose il cambio ufficiale di nomignolo il giorno in cui aveva comprato l’ultima uscita eponima degli Weezer; prima di approvare, Mario guardò Gamla Fru capirono subito di non aver capito, però l’assonanza era gradevole sembrava una cosa da giovani, per cui si stabilì di andare avanti. Dopodiché, il nome anglofono suona sempre più bello e all’adolescenza appartiene la ricerca dell’originalità da quattro soldi. Che Mario e Gabriella fossero consapevoli del sottotesto pucciniano è largamente improbabile.

 

Massimo Targioni (Mastarna

Quando si entra in una stanza, quindi, lo vedi subito. Non solo per l’altezza, ma perché ha la qualità di individuare e insediarsi immediatamente nel centro dell’attività o comunità sociale in cui è collocato, nonché di fondarne la coscienza critica e fare cerniera tra progressismo, idealismo e igiene approssimativa. La propensione politica la scopre a quattordici anni, quando comincia a chiedersi da che parte sente di schierarsi e rimane persino un po’ deluso quando per i primi tempi non ci riesce. A quindici anni, per esempio, in una conversazione serale con Arturo, rivela di non capire perché la gente ce l’abbia così tanto con il capitalismo. Poi, a fine ’93, inizio ’94, la folgorazione. È amore a prima vista, o il suo contrario. L’Italia è il paese che amo. Il resto è storia.

 

Gabriella Maria Laura Frugoni (Gamla Frun)           

Era ancora molto giovane quando le fu diagnosticato di essere già come una vecchia signora: il culto della vita matrimoniale, il sospetto di tradimento come lacerante tormento quotidiano, l’indecisione sempre e comunque, il divertimento come pratica esecrabile, casa come nido dal quale è difficile uscire. La più micidiale macchina da auto-annientamente solipsistico, dopo il week-end.

 

Forze di polizia

Giorgio Aurispa (Bonzo)       

Nel 1992, a tredici anni, si candida alle elezioni studentesche per “lottare contro la dittatura comunista e l’imperialismo americano, come i bonzi del Vietnam”. Non tutto era a fuoco. Restò bandiera storica dell’antagonismo di destra a scuola e colto alla sprovvista dalla scivolata verso la moderazione ed il trionfo elettorale attuato da Vibenna. Ideologia rozza e grossolana. Nel covo suo e dei suoi amichetti ― la Compagnia Lavoratori Zara, ―  era soprannominato Coltello. Pare, comunque, che tutta questa fama di sanguinario scassa-compagni fosse solo leggendaria. Neanche sotto tortura taluni confesserebbero, tuttavia, l’impressione che sotto la scorza di legge e ordine ci potesse essere anche un ragazzo di tendenze omosessuali repressissime. Questo spiega perché la fronda di destra nel gruppo di destra della Compagnia Lavoratori Zara lo chiamasse invece Coltella.

 

Silvia Mercader  (Generale Kutúzov) 

Prima donna ad essere nominata amministratore delegato di un gruppo multinazionale; dopo la nascita del signor figlio Carlo Gustavo, rientra in Italia e si dedica al lavoro con la stessa ferocia con cui educa il figlio alla sconfitta, al senso di impotenza e al gusto nella calligrafia.

 

Les dames                                                                   

Zelda S. Vibenna (Zelda S.)   

Fino alla media adolescenza vivacemente superficiale, poi, in vacanza-studio, con un gruppo di quindicenni gagliarde a Bristol, durante l’escursione programmata a Portishead, ascolta per la prima volta un pezzo di Nick Cave e l’età della frivolezza finisce nel porto delle disillusioni.

 

Constance Amalia Antonietta Rosa Lunardi – Brunswick Wolfenbüttel (Titta Rosa)         

Evidentemente una ragazza alla mano e di frequentazioni popolari, è il tipo di persona che può consigliare la posta da sci più bella di Aspen (“Telluride”). La musica moderna fracassona la fa ridere e quando è ispirata può anche ascoltare Bach.

 

Compagni di scuola

 

Bernardo Mastarna (Bernacca)

Nonostante la parentela con Mastarna, tende a perseguire carriere parallele rispetto all’illustre congiunto e prende l’impegno politico con più allegria.

 

Tommaso Paradiso (Tommy, a.k.a. l’Equilibrista)

Imprenditore di se stesso a accumulatore seriale di occhiali da sole, a 18 anni si compra l’automobile con i proventi della cassa comune delle feste di istituto.

 

Agostino Homs

A 14 anni sembra già averne 18; conosce Ariel Nata con le Ali per motivi professionali, ma rimane impassibile nella sua gelida maschera da Alain Delon. Un giovane uomo disilluso e senza nessun ideale in piedi; al confronto, Melville è Neri Parenti. A 19 anni recita in un piccolo ruolo in una fiction sugli Anni di Piombo.

 

Gaddo Treves

Quando aveva sei anni, si intrometteva nelle zuffe dei suoi coetanei e chiedeva loro “Non possiamo volerci bene, risolvere le nostre liti e vivere armoniosi?”, usando tuttavia una forma tuttavia grammaticalmente più instabile e abiti non ancora prelatizi. Giunto alla scuola superiore, provò ad attivare nella sua classe un percorso di approfondimento sulle virtù e sulla moderazione e fu eletto per cinque anni rappresentante, perché come negoziatore disponeva di un certo talento. Nell’estate tra quarta e quinta classe progetta di allargare la sua sfera di influenza nella politica scolastica.

 

Banda musicale

Pietro Giordani (il Sesto Beatle)

La prima canzone che suona in pubblico è Michelle, perché un suo compagno di classe gli aveva chiesto di suonarla a mo’ di serenata per un individuo di nome Petra. Diviene polistrumentista e affitta un locale cui dà il nome affettuoso di Settle.

 

Ottavio Guida (Otto)

Cantava in un gruppo che si chiamava Önkormányzatairól ― pur non sapendo cosa volesse significare il nome ― che suonava csárdás, le popolarissime danze popolari ungheresi secondo il nuovo stile; deluso dalla fredda ricezione che riceve il gruppo, decide di darsi alla musica leggera, ma, per restare a proprio agio nel contatto con il pubblico, nelle sue esibizioni dipinge il suo volto di nero e bianco.


Simone Alliva / 17-06-2020

 

Questo libro nasce da un bisogno.

 

Da anni collaboro con diversi giornali scrivendo di politica e diritti civili e con ogni articolo, inchiesta, reportage ho fotografato un tempo, un’istante, un momento. Dalla cornice di quell’articolo però restava fuori tutto il resto. Spesso vite, occhi, persone che chiedevano una cosa sola: ascolto.

 

Sono piccoli frammenti che non si possono vedere negli articoli, nelle inchieste, nei reportage e che rimangono quasi sempre nella penna di chi le scrive: perché i tempi giornalistici sono spesso serrati e chiedono un pezzo scritto di fretta.

 

Perché spesso quell’articolo deve riguardare solo una parte del tutto. Perché lo spazio è limitato e quindi sei costretto a limare moltissimo. E diventa talmente grande la parte non scritta che rimane lì sospesa, innominata in attesa che qualcuno la raccolga.

 

Portarla alla luce è stata la richiesta più importante che sentivo di dover realizzare durante un viaggio che mi ha portato in giro in tutta l’Italia. Una sfida ma soprattutto una promessa a tutte quelle persone che ho raccontato negli ultimi anni.

 

Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga nel nostro Paese: parla di un conflitto. Il conflitto tra due mondi. Illumina lo sguardo di aggrediti e aggressori. Regola la sintonia delle loro voci. Ci siamo riempiti per anni di numeri e poi di analisi.

 

Soprattutto, per anni, ci siamo affiancati a slogan ideologici che non facevano altro che semplificare la complessità della realtà. Scrivendolo ho bandito le ideologie, non perché non servano, ma perché ottundono la potenza del sentire e quindi impediscono di capire, ascoltare, vedere.

 

Questo libro è la cronaca di una guerra invisibile che da decenni si consuma dentro le mura di casa, nelle scuole, negli ospedali, nelle strade. Porta dietro di sé, insieme alle vite frantumate di una comunità che sempre si salva da sola, lo sgretolamento della democrazia di un Paese.

 

Racconta una battaglia e cerca di ritrovare chi, quando e dove è stata accesa la miccia. E vuole provare qualcosa: l’omolesbotransfobia non è un’emergenza. È un sentimento che abita la sotto la pelle delle persone. È cultura diffusa, radicata e amorevolmente gestita.

 

Questo libro non vuol essere niente di più di ciò che è: un’inchiesta giornalistica. Una finestra e uno specchio. Sulla vita delle persone Lgbt, su quello che è diventato il Paese che ha dichiarato silenziosamente la caccia a fratelli e sorelle, figli e figlie. Insulti, aggressioni, morti sono solo una scia e illuminano una grande domanda: perché?

 

 


Redazione / 15-06-2020

 

Fandango Libri pubblica sul suo sito “Ciro il Dinosauro”, un fumetto da colorare per ragazzi dedicato al famoso ritrovamento avvenuto nei primi anni 80 a Pietraroja, oggi esposto all’interno dei rinati spazi dell’Ente Geopaleontologico Sannita.

Il fumetto, disegnato da Alessio Santamaria durante la forzata “reclusione” dovuta all’emergenza Covid-19, vuole essere un regalo a tutti i bambini da sempre attratti dalla storia di questi grandi rettili che popolarono il nostro pianeta oltre 65 milioni di anni fa ma dei quali è meno conosciuta “l’impronta” che hanno lasciato nel nostro Paese, una vera e propria “terra dei dinosauri.”

Un secolo fa i paleontologi ritenevano alquanto improbabile la presenza di fossili di dinosauri in Italia in quanto, secondo gli studi geologici, nell’era mesozoica era completamente sommersa dall’Oceano di Tetide e, pertanto, totalmente inabitata.

Ma la nostra conoscenza è oggi molto cambiata. I primi ritrovamenti di tracce delle ‘’lucertole giganti’’ risalgono agli anni ’40. Nel 1942 un team di ricercatori trovò un’orma di dinosauro sui Monti Pisani, sistema montuoso di modeste dimensioni del Subappennino Toscano tra le province di Pisa e Lucca.

Circa quarant’anni dopo nei pressi dei Lavini di Marco nell’area sud di Rovereto e sulle Dolomiti bellunesi, ai piedi del Monte Palmetto, vennero rinvenute numerose impronte di diversi esemplare. Il rinvenimento di fossili risale, invece, al 1980 a Pietraroja, in provincia di Benevento.

L’area, famosa per i fossili dei suoi pesci preistorici. Qui Giovanni Todesco, calzolaio di origini veronesi si imbattè causalmente in un fossile che non riusciva a comprendere, quasi una macchia scura tra le stratificazioni di calcare. La sensazionale scoperta rimase ignota fino al 1992, anno in cui Todesco mostrò la lastra all’esperto paleontologo milanese Giorgio Teruzzi.

Quel che emerse fece rimanere tutti a bocca aperta: si trattava di un cucciolo di dinosauro delle dimensioni di una grossa lucertola tra i meglio conservati al mondo, completo di organi interni e fibre muscolari perfettamente visibili, con poche ore di vita e vissuto circa 113 milioni di anni fa.

Il baby teropode, sulla copertina della nota rivista scientifica Nature nel 1998, venne chiamato dagli esperti Scipionyx samniticus, ma divenuto a tutti noto con il nome di Ciro.

 

Scarica ➡️ Ciro il dinosauro ⬅️


Redazione / 10-06-2020

 

L’esordio letterario di Jonathan Bazzi entra a far parte della sestina finalista della LXXIV edizione del Premio Strega, il più prestigioso premio letterario italiano.

Tra i 3 libri più votati per il Premio Strega Giovani, “Febbre” si è guadagnato l’ingresso in finale in rappresentanza della piccola e media editoria: per questo motivo la cinquina è una sestina. Non succedeva dal 1999.

Gli altri libri finalisti sono:

“Il colibrì” di Sandro Veronesi, pubblicato da La Nave di Teseo,

“La misura del tempo” di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Einaudi Stile Libero,

“Almarina” di Valeria Parrella, pubblicato da Einaudi,

“Ragazzo italiano” di Gian Arturo Ferrari, pubblicato da Feltrinelli,

“Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli che ha vinto il Premio Strega Giovani.

l vincitore del Premio Strega 2020 verrà eletto il prossimo 2 luglio al Museo Etrusco di Villa Giulia, in una cerimonia che sarà trasmessa in diretta su RaiTre.

Auguriamo un grande in bocca al lupo al nostro autore!


Redazione / 4-06-2020

 

L’acclamato esordio letterario di Jonathan Bazzi candidato tra i 12 titoli in corsa per il Premio Strega, diventerà un film.

 

Ad acquistare i diritti audiovisivi è Cross Production.

 

“Siamo molto felici di questa opportunità – dichiara Rosario Rinaldo, Presidente di Cross Productions – La trasposizione audiovisiva del romanzo di Bazzi certamente arricchirà la nostra filmografia. Da sempre siamo alla ricerca delle forme migliori per narrare la complessità contemporanea e Febbre ne è un esempio eccellente”.

 


Redazione / 14-05-2020

 

Siamo orgogliosi di annunciare che tra i semifinalisti che del Premio Letterario John Fante Opera Prima 2020 ci sono anche due autori esordienti: Luca Scivoletto con “I Pionieri” e Jonathan Bazzi con “Febbre”.

Ecco i semifinalisti:

  • Fabio BacàBenevolenza cosmica, Adelphi Edizioni, 2019
  • Jonathan BazziFebbre, Fandango Libri, 2019
  • Alice CappagliNiente caffè per Spinoza, Giulio Einaudi Editore, 2019
  • Arianna CecconiTeresa degli oracoli, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2020
  • Claudia PetrucciL’esercizio, La nave di Teseo, 2020
  • Chiara FerrarisL’impromissa, Sperling & Kupfer Editori, 2019
  • Luca ScivolettoI pionieri, Fandango Libri, 2019
  • Irene SalvatoriNon è vero che non siamo felici, Bollati Boringhieri Editore, 2019
  • Roberta ScorranesePortami dove sei nata. Un ritorno in Abruzzo terra di crolli e miracoli, Bompiani, 2019

La preselezione è stata curata dai tre gruppi di lettura universitari:

  • il Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti/Pescara, coordinato dal professore Mario Cimini;
  • la Biblioteca Vilfredo Pareto della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, coordinato dalla direttrice della biblioteca Paola Coppola e dal professore Rocco Ciciretti;
  • la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo, coordinato dalla professoressa Raffaella Morselli.

La Giuria dei letterati, che sceglie i tre finalisti, è composta da:

  • Maria Ida Gaeta (presidente), manager culturale
  • Masolino D’Amico, anglista e critico letterario
  • Nadia Terranova, scrittrice
  • Claudia Durastanti, scrittrice

Elsa Dorlin / 06-05-2020

 

Mentre la Prima guerra mondiale segna una battuta d’arresto per molte mobilitazioni femministe in Europa, interrompendo con ciò persino lo sviluppo dell’autodifesa femminista, l’autodifesa femminile conosce, invece, un nuovo slancio durante la Seconda guerra mondiale.

Le donne, che in questo momento sono oggetto di un’intensa propaganda che le incoraggia a raggiungere in massa le fabbriche per sostenere lo sforzo bellico, sono chiamate in causa come donne forti, coraggiose, capaci di fare il lavoro dei loro uomini.

Ora, questa domanda poco si addice alla norma dominante di una “femminilità indifesa”. Vengono lanciate campagne pubbliche destinate a insegnare alle donne a battersi e a rispondere colpo su colpo agli uomini disonesti che non sono stati mobilitati al fronte e che avrebbero la tentazione di approfittare della vulnerabilità di queste ragazze, madri e spose abbandonate a se stesse.

Come impone il contesto nazionalista, la difesa di sé e l’orgoglio femminile diventano non solo leciti ma costituiscono dei “valori ponte” che rappresentano la potenza e l’unità della nazione.

Ne è una testimonianza l’immagine ampiamente ridiffusa e ripetutamente distorta a partire dal 1980 sotto il nome di “Rosie the Riveter” e lo slogan che l’accompagna “We Can Do It!”. Di fatto, sono mescolate due rappresentazioni diverse.

L’immagine “We can dot it!”originale, creata nel 1942 da J. Howard Miller per la Westinghouse Company’s War Production Coordinating Committee, rappresenta un’operaia (il cui modello è Geraldine Hoff, una ragazza di 17 anni assunta in una fabbrica di metallurgia), truccata, dallo sguardo deciso, in tuta da lavoro e bandana rossa, che mostra con orgoglio il bicipite.

In realtà questo manifesto all’epoca è stato diffuso solo localmente e rinvia a tutta una serie di manifesti che incoraggiano le lavoratrici a entrare nelle fabbriche metallurgiche e a essere più produttive. “Rosie the Riveter” è un’opera di Norman Rockwell, pubblicata a maggio 1943 nel Saturday Evening Post, che rappresenta un’operaia americana dai capelli rossi, muscolosa, in tuta da lavoro, seduta a mangiare un panino durante la pausa di lavoro, che tiene la sua pistola a rivetto poggiata sulle ginocchia e calpesta un esemplare del Mein Kampf.

Rockwell ha fatto posare la sua modella (Mary Doyle, un’operaia di una compagnia telefonica di 19 anni) in modo da riprodurre la posa del profeta Isaia dipinto da Michelangelo nel 1509 nella Cappella Sistina.

Questa iconografia patriottica che mette in scena le americane in un tipo di femminilità molto “ambigua”, va di pari passo con un’ondata di pubblicazioni sulla necessità d’imparare a difendersi e di manuali di autodifesa destinati alle ragazze e alle donne.

Così, dietro la promozione di un’autodifesa femminile, bisogna soprattutto identificare gli interessi nazionalisti e capitalisti di una valorizzazione ad hoc della femminilità laboriosa, giovane e muscolosa. Questa norma di femminilità operaia, promossa per un periodo, sarà presto rimpiazzata dall’ideale borghese della “padrona di casa”, per definizione bianca.

 


Redazione / 5-05-2020

 

Arriva Weird Young, la nuova collana di Fandango Libri dedicata alle giovani lettrici e ai giovani lettori.

Fandango Weird Young esplora le nuove forme di narrativa che spaziano dal crossover al new weird: storie adatte a tutte le età ma che raccontano il ricco e complesso universo degli adolescenti e dei giovani adulti.

Il primo titolo della collana arriverà il 21 maggio in libreria ed è considerato uno dei 100 libri da leggere del 2019 per il Time e il miglior romanzo del 2019 secondo Vogue.

 


Michele Cocchi / 2-05-2020

 

Scrivo racconti e romanzi per passione, per necessità, perché non potrei fare altrimenti, ma nella vita, quella di tutti i giorni, faccio lo psicoterapeuta e in queste settimane, inevitabilmente, il mio lavoro come quello di tutti è stato stravolto, non sospeso – in questo mi sento un privilegiato – ma stravolto sì.

A casa, all’ora prestabilita, dopo aver scelto un angolino sufficientemente riservato protetto dai suoni della vita domestica la quale, in qualche modo, prosegue riproducendo una parvenza di normalità – mia moglie che si muove tra le stanze, i giochi rumorosi dei bambini, i gatti che miagolano o graffiano le porte… – all’ora prestabilita chiamo, o vengo chiamato, dai miei pazienti che da quasi tre settimane incontro a distanza sullo schermo di un telefono o di un computer. Non dirò a quali riflessioni questo cambiamento mi porta, ma di alcune sensazioni provate sì: la mancanza del contatto fisico e di una certa ritualità protettiva; il sentimento di estraneità; il mal di testa; la paura di dire parole che possono attivare emozioni intense e non potermi protendere in avanti come per dire ci sono, ti sostengo; la loro intimità offerta alla mia vista, fatta di abitacoli di auto o scaffali di libri o poltrone e cuscini se si tratta di adulti, di peluche o poster appesi alle pareti o custodie aperte di videogiochi gettate sul materasso se si tratta di adolescenti; mentre i bambini, che chiamo soltanto per un saluto, si fanno invece trovare seduti al tavolo di cucina con a fianco scatole ricolme di pennarelli e mazzetti di fogli per trascorrere l’ora insieme a disegnare, o con scatole di plastica trasparente straripanti pezzetti di lego per costruire rifugi impenetrabili per nascondersi dal nemico invisibile… Ma c’è una particolare categoria di ragazzi su cui vorrei soffermarmi più a lungo. Sono quelli che chiamano, con una parola dal terribile suono, hikikomori, termine che io non amo perché alla lettera significa colui che ha scelto di isolarsi. Come loro, oggi, anche il resto del mondo improvvisamente si è ritirato nella propria casa – chi una casa ha la fortuna di possedere – per necessità, certo, non per scelta, ma come per necessità – a mio modo di pensare – si sono ritirati loro. Non è vero, infatti, che i ragazzi che si isolano nascondendosi al mondo, interrompendo la scuola, lo sport, le uscite con gli amici per chiudersi progressivamente in spazi sempre più ristretti – la casa, la propria camera, il proprio letto – e in silenzi sempre più profondi e ostili, lo facciano perché non hanno alternativa, lo fanno – come adesso noi – per necessità, per difesa.

Noi ci siamo rifugiati perché qualcosa di terribilmente minaccioso ci ha costretto a fermarci, e di conseguenza ci domandiamo, adesso, se la vita di prima fosse davvero migliore di questa, se non fosse troppo frenetica, troppo centrata su una visione consumistica e individualistica dell’esistenza, congetturiamo su cambiamenti necessari, su un mondo più lento, più solidale, più generoso, più rispettoso dell’ambiente.

Loro, i ragazzi autoreclusi, tutto questo lo hanno sentito molto prima di noi, sulla loro pelle, e la conclusione a cui sono arrivati – consapevole o meno che sia – è stata quella di rifugiarsi in casa.

Non siamo, in questi giorni, esattamente come loro, questo no, la nostra vita è stata stravolta, la loro, invece, non è cambiata: continuano ad alzarsi alla stessa ora dei giorni, settimane o mesi precedenti, a svolgere le poche attività che costellano la loro giornata, infine ad andare a dormire spesso senza sogni da sognare, indifferenti alla società che li circonda e con la quale hanno interrotto ogni rapporto perché – questa società – troppo complicata da comprendere, troppo difficile da affrontare, con troppe pretese o aspettative e, soprattutto, verso la quale non si sentono all’altezza.

Alcuni di loro mi dicono: Sto bene, per me è tutto come prima. Sono quelli che ancora non hanno riaperto le porte al mondo, quelli che sono ancora troppo delusi – soprattutto da se stessi – per ricominciare a sognare una vita reale, preferiscono fantasticarne una da supereroe sdraiati sui loro letti. Loro mi preoccupano, ma come mi preoccupavano prima. Coloro per i quali temo di più sono invece quelli che avevano fatto dei piccoli passi in avanti, quelli che dopo aver demolito tutto, disinvestito da tutto, rinunciato a tutto, sofferto l’angoscia della separazione e della solitudine, quando il mondo si era finalmente dimenticato di loro, e loro si erano finalmente rimessi in marcia, nella vita, a passetti lenti e silenziosi, ecco che sono stati rigettati nelle loro camere, sui loro letti, nelle loro fantasticherie a occhi aperti.

Probabilmente domani, quando ci diranno che è tutto finito, noi ritorneremo alle nostre vite e ci dimenticheremo delle nostre riflessioni – è questo che in fondo vogliamo, no? Che molti di noi desiderano – e tutto ripartirà come prima. Ma per loro no, per loro, l’isolamento – quello necessario per fuggire il nemico invisibile – non finirà.

Perché sento il bisogno di parlare di questo? Mi domando. Forse perché non si tratta soltanto di parlare del mio lavoro stravolto, o di uno dei numerosi dolori che la mente può provare, ma di imparare qualcosa – qualcosa che può essere utile a tutti – da chi ha sofferto prima di noi.