L’iconografia patriottica – Rosie the Riveter

Elsa Dorlin / 06-05-2020

 

Mentre la Prima guerra mondiale segna una battuta d’arresto per molte mobilitazioni femministe in Europa, interrompendo con ciò persino lo sviluppo dell’autodifesa femminista, l’autodifesa femminile conosce, invece, un nuovo slancio durante la Seconda guerra mondiale.

Le donne, che in questo momento sono oggetto di un’intensa propaganda che le incoraggia a raggiungere in massa le fabbriche per sostenere lo sforzo bellico, sono chiamate in causa come donne forti, coraggiose, capaci di fare il lavoro dei loro uomini.

Ora, questa domanda poco si addice alla norma dominante di una “femminilità indifesa”. Vengono lanciate campagne pubbliche destinate a insegnare alle donne a battersi e a rispondere colpo su colpo agli uomini disonesti che non sono stati mobilitati al fronte e che avrebbero la tentazione di approfittare della vulnerabilità di queste ragazze, madri e spose abbandonate a se stesse.

Come impone il contesto nazionalista, la difesa di sé e l’orgoglio femminile diventano non solo leciti ma costituiscono dei “valori ponte” che rappresentano la potenza e l’unità della nazione.

Ne è una testimonianza l’immagine ampiamente ridiffusa e ripetutamente distorta a partire dal 1980 sotto il nome di “Rosie the Riveter” e lo slogan che l’accompagna “We Can Do It!”. Di fatto, sono mescolate due rappresentazioni diverse.

L’immagine “We can dot it!”originale, creata nel 1942 da J. Howard Miller per la Westinghouse Company’s War Production Coordinating Committee, rappresenta un’operaia (il cui modello è Geraldine Hoff, una ragazza di 17 anni assunta in una fabbrica di metallurgia), truccata, dallo sguardo deciso, in tuta da lavoro e bandana rossa, che mostra con orgoglio il bicipite.

In realtà questo manifesto all’epoca è stato diffuso solo localmente e rinvia a tutta una serie di manifesti che incoraggiano le lavoratrici a entrare nelle fabbriche metallurgiche e a essere più produttive. “Rosie the Riveter” è un’opera di Norman Rockwell, pubblicata a maggio 1943 nel Saturday Evening Post, che rappresenta un’operaia americana dai capelli rossi, muscolosa, in tuta da lavoro, seduta a mangiare un panino durante la pausa di lavoro, che tiene la sua pistola a rivetto poggiata sulle ginocchia e calpesta un esemplare del Mein Kampf.

Rockwell ha fatto posare la sua modella (Mary Doyle, un’operaia di una compagnia telefonica di 19 anni) in modo da riprodurre la posa del profeta Isaia dipinto da Michelangelo nel 1509 nella Cappella Sistina.

Questa iconografia patriottica che mette in scena le americane in un tipo di femminilità molto “ambigua”, va di pari passo con un’ondata di pubblicazioni sulla necessità d’imparare a difendersi e di manuali di autodifesa destinati alle ragazze e alle donne.

Così, dietro la promozione di un’autodifesa femminile, bisogna soprattutto identificare gli interessi nazionalisti e capitalisti di una valorizzazione ad hoc della femminilità laboriosa, giovane e muscolosa. Questa norma di femminilità operaia, promossa per un periodo, sarà presto rimpiazzata dall’ideale borghese della “padrona di casa”, per definizione bianca.

 

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