Questa non è una guerra – Alessio Arena

Alessio Arena / 21-04-2020

 

 

All’inizio sembrava dovesse essere una specie di party in pigiama, una lunga festa che nessuno era disposto a passare da solo. Per questo, almeno nei primi giorni, chi non condivide il proprio appartamento con nessun’altra persona ha chiesto asilo a casa di amici. Poi ci siamo vergognati tutti di averla presa così. Per quanto le notizie dall’Italia cominciavano a farsi preoccupanti, e i decessi si contavano a centinaia anche a Madrid, avevamo deciso di tenere spento il televisore, ma ovviamente la strana e ingiustificata euforia dell’inizio era già diventata altro.

 

Io e il mio compagno viviamo in un quartiere vicino al centro di Barcellona, la parte sud di questa perfetta scacchiera di isolati quadrati, nata dall’ampliamento della città che si inaugurò negli anni sessanta dell’Ottocento. La zona attorno al mercato di Sant Antoni è zeppa di appartamenti per turisti, caffè e ristoranti con prezzi per portafogli nordici, ma anche di molti locali della “resistenza”, quelli che qui si chiamano “Bar Manolo”, evocando la memoria di un fantomatico locandiere, compendio del carattere e delle sospette abitudini igieniche iberiche d’altri tempi. Diversi bar come questi sono oggi sopravvissuti all’ondata di lindore e minimalismo hipster, ma mi domando se riusciranno a superare quest’ultimo e inaspettato colpo alla loro economia.

 

Quando tocca a me fare la spesa, cammino il più lento possibile, cerco di sgranchirmi le gambe anche se so, che al ritorno, sceglierò di non prendere l’ascensore, ma di salire a piedi gli otto piani che mi dividono da casa mia. È diventato il mio unico esercizio. In strada con la mascherina noto che gli occhiali mi si appannano di continuo, capisco che questi due detestabili accessori non possono convivere. O almeno non sulla mia faccia, che ne so. È difficile riconoscere le strade, questo quartiere chiassoso, questa città così piena di vita. Vedo le aiuole fiorite, e gli alberi che ben presto uniranno le proprie chiome da un marciapiede all’altro, si toccheranno senza rispettare la distanza di sicurezza e formeranno un tetto di foglie che ogni anno trasforma il panorama del quartiere, soprattutto se visto dall’alto, dagli appartamenti all’ottavo piano. Lo dicono in molti sui social: siamo gli unici a essersi fermati. Ma le piante e gli animali, tutta la natura è in piena azione.

 

Davanti al portone, con le buste della spesa, sono già le otto di sera. È quando tutti stanno fuori ai balconi, alle finestre, ai terrazzi per applaudire il lavoro del personale sanitario: in questo semplice gesto, condiviso dai vicini che, almeno a Barcellona, non sai quasi mai come si chiamino, anche oggi ognuno sembra scaricare la tensione accumulata durante il giorno. Per me non è così, per me non c’è nessun problema a restare a casa. Quello che a me fa un po’ di spavento è il dopo. Pensare a quanto complicato sarà riprendere il ritmo, ristabilire l’ordine, gli orari, il calendario, le scadenze.

 

Quello che mi fa spavento, forse, è che tutto torni come prima, che non ci sia nessun cambiamento profondo in questa vita che adesso guardiamo dai vetri di casa e sembra gioire della nostra assenza. È passato un mese? Non ne sono così sicuro. Ho smesso di guardare la mia agenda sul telefono, quando ho cancellato anche l’ultimo impegno di lavoro che avevo, il più lontano nel calendario. Solo tra marzo e aprile avrei dovuto cantare in molti posti, con la mia chitarra, o con la band al completo, avrei ancora dovuto parlare del mio ultimo album in cui dico che uno non sa mai qual è il luogo dove fiorirà e che per questo il viaggio resta condizione naturale dell’essere umano. Dovevo ancora fare qualche presentazione dell’ultimo romanzo, in cui racconto l’infinito viaggio della prima donna migrante italiana a calcare le scene dell’Academy of Music di New York.

 

Dovevo andare a Padova, Pescara, Girona, Roma, Madrid, Siviglia, Tarragona, Cadice. E a Napoli. Ho smesso di guardare l’agenda quando ho capito che nessuno saprà dirmi quando si recupereranno questi eventi, perché nessuno sa quando la gente potrà e avrà voglia di incontrarsi per ascoltare musica o parlare di letteratura. Ho cercato di organizzarmi, mettermi a scrivere e a tradurre gli ultimi lavori che mi restavano da consegnare. Magari mi invento qualcosa. Come dovranno fare i piccoli commercianti, i precari della cultura e un’infinità di gente che forse, per un momento, ha desiderato che questa clausura duri parecchio.

 

Perché rinchiusi non siamo tanto diversi dagli altri. Rinchiusi siamo liberi dal confronto con chi ha più di noi. Siamo lontani dalle frustrazioni della competitività. Ieri mi sono ricordato di un testo fantastico che mi consigliò di leggere un professore all’Università, Viaggio intorno alla mia camera, dello scrittore francese Xavier de Maistre. In questo strano libro, scritto negli anni novanta del Settecento, l’autore ripercorre in lungo e in largo la sua stanza, soffermandosi su dettagli ai quali non aveva fatto attenzione, riflettendo e divagando su diverse questioni filosofiche che finiscono per convincere chi legge che la dimensione del viaggio non è data da una destinazione, ma dall’atteggiamento che ha chi se lo propone. Il viaggio è uno stato mentale e c’entra poco con il turismo.

 

Chissà se non sarà più facile avere questo atteggiamento da viaggiatore, attento, rispettoso, interessato alle piccole cose, ai dettagli, quando ritorneremo in strada. Intanto mi fa sorridere chi dice che questo virus è una guerra. La guerra non è il virus ma la vita di tutti i giorni immersi in un sistema che ci vuole sempre più separati, ricchi dai poveri. Una società segregante come la nostra è la malattia dalla quale sarà molto più difficile guarire. Il viaggio più estremo da compiere.

 

Alessio Arena

Share this post

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *