È il momento peggiore o migliore per un diario? – Matteo B. Bianchi

Matteo B. Bianchi / 17-04-2020

 

 

Poco prima che esplodesse l’emergenza sanitaria avevo ricominciato a tenere un diario.

Quella del diario è un’attività che periodicamente cerco di riprendere, spinto soprattutto dalla consapevolezza che come lettore amo moltissimo leggere diari e dunque come scrittore mi sento in colpa nel non frequentare questo genere.

Questa volta, per forzarmi ulteriormente a mantenere l’impegno, avevo acquistato un’app che offre un impianto grafico alettante, consente l’inserimento di immagini o allegati ed è utilizzabile da dispositivi differenti (il portatile, quando sono a casa, lo smartphone, quando sono in giro). L’uso dell’app prevede un abbonamento, una cifra pressoché simbolica, di circa un euro al mese, e tuttavia anche questo tributo economico rientra nel novero degli incentivi che mi spingono a ottemperare l’incombenza, assecondando quel subdolo e minimale meccanismo capitalista secondo il quale se una cosa la paghi allora devi sfruttarla.

(A volte ho l’impressione che sempre più parti della mia vita, privata e professionale, debbano ormai ricorrere a meccanismi compensativi o a espedienti pratici: vado in biblioteca così poi sono costretto a concentrarmi e a scrivere, attendo che si avvicini la data di consegna così sono obbligato a finire il lavoro, scelgo l’abbonamento più costoso in palestra così che i sensi di colpa economici mi spingano a frequentarla… Un progressivo abdicare della forza di volontà a favore di patetici trucchetti psicologici)1.

Tenere un diario nel corso di una pandemia si è rivelato più arduo del previsto, però.

Quando il premier Conte ha dichiarato per la prima volta l’obbligo del confinamento domestico, la gravità conclamata della situazione e l’impatto emotivo della richiesta hanno generato in me una sorta di senso di sospensione dalla realtà tale che per alcuni giorni mi è stato impossibile annotare alcunché.

Una volta accusato il colpo ed entrato a regime, ho recuperato la lucidità per comprendere come proprio in un momento storico come questo fosse essenziale annotare appunti e riflessioni, quindi che urgesse tornare alla pratica del diario.

L’ho fatto, dunque. Ho annotato sia le mie sensazioni che i piccoli eventi che punteggiano queste giornate sospese (la prima spesa dopo giorni, l’arrivo delle mascherine nella farmacia più vicina, il resoconto delle videochat di gruppo con amici e familiari…)2.

Poi simili registrazioni hanno cominciato ad apparirmi sempre meno essenziali, rivelando la loro natura di minutaglie. L’assenza di eventi, di esperienze, fa vacillare lo scopo stesso del diario. Che cos’ho di significativo da registrare? Il mio diario si è così trasformato in una riflessione sul senso stesso di tenere un diario, cambiando anche stili e modalità nel corso dei giorni. Persino le letture che sto portando avanti ne influenzano la natura (dopo aver letto il nuovo libro della scrittrice americana Jenny Offill, che utilizza una prosa ridotta a frammenti, ho cominciato a scrivere a frammenti anch’io; notizie e osservazioni tratte dagli articoli della rivista letteraria “Freeman’s” sono finite fra le mie annotazioni giornaliere…).

Registro l’azione di registrare. Sono nel mondo e fuori dal mondo allo stesso tempo. Fuori la minaccia, l’emergenza, il terrore, dentro il silenzio, il tempo e lo spazio dilatati.

Mio marito che si cimenta nella preparazione di gnocchi fatti in casa diventa l’evento della giornata. Rileggendo questa annotazione fra mesi, anni, mi apparirà un segno di disperazione, una forma di resistenza, un’indicazione di insensibilità e di pochezza, mi farà sorridere, mi farà vergognare?

Sto scrivendo un diario dell’incertezza, il cui senso forse verrà svelato solo col tempo. O forse capirò col tempo che non aveva davvero alcun senso farlo. 

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1 A parziale consolazione, scopro che il ricorso a meccanismo psicologici per portare a termine i propri compiti professionali risulta essere assai diffuso nella mia categoria. Lo rivelano gli stessi autori sui social, confessando la loro debolezza in questo periodo nel quale abitudini e rituali sono stati annullati: la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan, che in un post di Facebook ammette quanto le fosse essenziale uscire di casa per scrivere al bar (“Quando dicevo che io per scrivere avevo bisogno di fare colazione al bar non era un vezzo. Il mio cervello è stato abituato così”); il premio Pulitzer Andrew Sean Greer che in un tweet ammette di ricorrere a ricatti con sé stesso, permettendosi delle ricompense solo se completa gli obiettivi che si era prefissato di scrivere (“My new rule: if I write 500 words, I get to play a videogame”).

2 Ho dato persino vita a progetti diaristici paralleli dedicati ad altri conteggi, come lo spin-off mediatico dell’agenda annuale (omaggio di una casa editrice e rimasta ignorata su uno scaffale per due mesi) nella quale ora annoto ogni film, ogni episodio di serie tv che vedo in questa quarantena.

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