“Non gli credo” di Jonathan Bazzi

Jonathan Bazzi / 26 luglio 2019

 

Non gli credo

 

Non gli credo.
Ho paura che non sia vero.
E se non è vero, stiamo solo perdendo tempo. La malattia progredirà indisturbata: le stiamo lasciando campo libero, il mio corpo a disposizione. Di me può fare quello che vuole.
È quello che farà.
Trent’anni, il medico curante credeva fosse mononucleosi, muore di leucemia.
Milano: la famiglia del giovane chiede di chiarire le responsabilità di una morte che forse si poteva evitare.
Torno a casa, mi rimetto a cercare in rete, mi affido ai siti, ai forum, cerco tra i valori e le descrizioni dei sintomi. Pagine che apro, una dopo l’altra.
No, non ce l’ho.
Non è mononucleosi.
Il medico si è confuso. Dice così perché non sa che pesci prendere.
Torno nel suo studio, gli porto gli esiti degli esami, quelli che gli ho mandato su WhatsApp.
In effetti i valori sono ambigui, dice. Potrebbe essere che ne stai uscendo, o che l’hai avuta in passato. Magari da piccolo.
Ma come uscendo? Io sto male adesso, io sto sempre peggio.
Continuiamo con le vitamine e gli integratori, dice. Ah guarda, oggi mi hanno portato un campione omaggio di queste pastiglie erboristiche. È una radice cinese potente, una bomba.
Se vuoi, te ne lascio una confezione.
Fammi sapere.
Torno a casa, mi metto a letto. Raccolgo le gambe, mi raggomitolo. Provo a chiedere a qualcun altro.
Mando una mail dal cellulare a Lorenzo, un ragazzo che ho conosciuto anni fa in una delle scuole di yoga che ho frequentato. È medico, ginecologo, insegna anche lui. Un po’ mi vergogno – non siamo così in confidenza – ma più pareri raccolgo e meglio è.
Mi risponde in fretta: i sintomi in effetti sono compatibili con la mononucleosi.
Gli chiedo nello specifico dei miei valori ma non risponde più. Devo chiedere a una mia collega, dice.
Silenzio. Più niente.
Si sarà dimenticato.
Non ha senso scrivergli ancora.
Allora cambio consulente, scrivo a Eugenia: lavorava per la televisione, poi ha mollato e si è dedicata all’insegnamento dell’Iyengar, lo yoga dell’allineamento. Mi dice di prendere la papaya fermentata: costa un po’ ma rinforza il sistema immunitario.
Visto che la mononucleosi non ha una cura specifica, secondo lei intanto mi posso aiutare con quella.
Sto continuando a insegnare. E quando insegno faccio finta di niente.
Evito di raccontare ai responsabili dei posti in cui lavoro che non sto bene: la mononucleosi è contagiosa, va a finire che mi lasciano a casa. Sto continuando a fare lezione anche se non vorrei: non posso smettere, mi servono i soldi. Non dimostro le posizioni, cerco di guidare le classi il più possibile con la voce.
Se mi sento troppo stanco, mi appoggio alla parete o mi siedo per terra.
Mi sforzo di non dare nell’occhio.
Non vorrei più uscire di casa ma non ho alternative. Ogni volta il pensiero già proiettato al dopo, a quando sarà tutto finito. Faccio la spola tra il letto e il divano. Mi nascondo sotto la coperta di pile con i gatti, mi riaddormento e puntualmente ricomincio a sudare.
Mi sveglio, mi alzo, mi cambio e torno a sdraiarmi.
Questo è il nuovo ritmo delle mie giornate.
Una sequenza di gesti senza futuro.
Nessun progetto, nessun desiderio.
Poi però novità: non ho più solo la febbre. Irritazione al palato, raffreddore, muco, gola infiammata.
Una settimana, due settimane: era un’influenza inceppata?
Ora si sfoga e se ne andrà, come ogni altra influenza che ho avuto.
È stata una fase, un momento di debolezza, succede.
Mia madre mi chiama: come ti senti?
Al solito, di sicuro non andrei a farmi una corsa.
No, certo. Un po’ alla volta.
Mi si abbassa la voce, le corde vocali bloccate, compromesse anche le vie respiratorie. Inalo almeno tre volte al giorno il vapore dalla pentola più grossa che ho in casa, riempita di acqua bollente. Nell’acqua lascio cadere dieci gocce di Tea Tree Oil, l’olio essenziale ricavato dalla melaleuca, una pianta australiana usata dagli aborigeni. L ’ho letto su internet: va benissimo per le infiammazioni.
Uno, due, tre giorni.
Non mi fa niente.
Provo ad assumere l’olio direttamente per via orale: solo un paio di gocce, mi consiglia chi se ne intende. Estremo rimedio, dicono, non bisogna abusarne. È fortissimo, sa di deodorante per armadi. Il sapore resta in bocca per ore.
Due giorni, tre, quattro: stesso risultato, non mi riesce a curare.
Se non è mononucleosi, allora cos’è?
Perché ho la febbre da settimane?
Non posso fare a meno di digitare nella barra di Google. E se è un tumore? Leucemia? Un linfoma? Continuo a cercare online, mi assillo con le informazioni rintracciate in rete. Marius mi dice di smetterla, che non serve a niente. Ma a cos’altro dovrei pensare?
Leggo e rileggo le stesse cose, in continuazione. Imparo sintomi, evoluzione e cura di un numero spropositato di malattie, scivolo giorno dopo giorno in una competizione interna tra le ipotesi e gli scenari peggiori. Tra le possibilità scelgo sempre quella più eclatante, quella senza rimedio: mi porto avanti, devo prendermi cura del panico. Soddisfarlo mi viene più facile: immagino tutto il male possibile.
Basta, ho deciso: è un tumore.
Arriverà, sta arrivando il tempo della chemioterapia.
Mi diranno la data del ricovero. Saluterò il mio ragazzo, saluterò lui e saluterò i gatti. Li bacerò – per l’ultima volta? – e andrò a farmi riempire di tubi e di farmaci che mi faranno stare ancora peggio di come sto. Sarò lontano, a letto, mi dovranno aiutare a fare tutto.
Mi verrai a trovare? Mi amerai ancora mentre me ne starò andando?
Ricoverato, dovrò andare via da qui, da casa nostra. Io che non mi allontano mai, che non posso lasciarvi neanche per due giorni di fila, finirò in un qualche ospedale mai visto. Mi cadrà tutto: le sopracciglia, i peli, i capelli.
Com’è una faccia su cui non resta più niente?
Dormo sempre di più – dormo per non pensare, per avere un po’ meno paura. Non riesco più a leggere, né a scrivere e allora dormo, mi spengo, mi calmo col sonno. Inizio a saltare delle lezioni in palestra, mi faccio sostituire. Mi telefonano, mi cercano. Spesso neanche rispondo.
Come mai non sei venuto? Ti aspettavamo.
Non mi interessa più niente, non ho più la forza di controllare, ricordarmi, essere responsabile – costi, scadenze, bollette –, procurarmi i soldi per le spese e l’affitto.
Vada tutto come deve andare.
Tanto ho capito cosa mi aspetta.
Scrivo al mio medico: sto pensando di andare al Pronto Soccorso, inizio davvero a essere al limite.
La febbre come va?
Ieri sera e stamattina la temperatura era normale, poco fa invece è salita a 37.3.
Se ti fa sentire meglio, vacci.
Ci vado davvero, ma non serve a niente: la mia non è un’urgenza, dicono.
È da gestire col medico curante.
Possono darmi solo il codice bianco.
La prospettiva di restare ore su una sedia mi annienta. Letto, divano, io mi devo sdraiare.
Ritorno a casa.
Un pomeriggio, due, cinque.
Perdo la cognizione del tempo.
Cerco qualcosa da guardare mentre mi riaddormento.
Su YouTube apro uno dopo l’altro tutti i video di Maurizia Paradiso malata, quelli che ha postato mentre era ricoverata per la leucemia al San Gerardo di Monza e faceva la chemio. Parolacce, urla, nessuna censura. Lei ci scherza, io mi preparo a quel che verrà. La guardo che ride, sbraita, manda affanculo: non è mica la fine del mondo. C’è vita anche lì. È successo anche ad altri: fatemi vedere come si fa. Trovo i video di alcune ragazze che hanno scoperto di avere il cancro e hanno deciso di documentare giorno per giorno quello che stanno vivendo. Donne di venti, trent’anni, senza capelli, gonfie, con la pelle grigia e le occhiaie nere.
Toccherà anche a me, sì, ma non devo morire per ora, non deve succedere adesso: devo fare la chemio, magari operarmi.
Un passo alla volta.
Resisto un po’, torno dal medico.
Senti, io sto ancora male.
Guardiamo un’altra volta gli esami.
Ah, ma scusa, non ti hanno inserito l’emocromo, l’esame di base, la cosa più importante, la prima che si va a controllare. Globuli rossi, globuli bianchi, piastrine: se c’è un’infezione si vede da lì, se è un tumore pure.
Non c’è? Forse ho sbagliato io. Pensavo di avertelo segnato invece mi sarò distratto. Scusami, a volte sono un disastro. Facciamo l’emocromo e già che ci siamo controlliamo anche qualche altra cosa. Da quanto non fai l’esame dell’HIV?
Da un po’.
Mento.
Non l’ho mai fatto.

 

[La foto dell’autore è di Claudia Beretta]

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