Riscrivere la propria storia: il senso di inadeguatezza in Febbre

Marta Mulè / 4 maggio 2019

 

Sono nato a Rozzano ma non so menare, leggo, scrivo, balbetto, mi piacciono i maschi. Ho contratto l’HIV ma non sono il paziente che prende atto e si adegua, che convive con un segreto che centuplica l’importanza della diagnosi”.

Febbre di Jonathan Bazzi è stato pubblicato il 9 maggio e da quel momento ha innalzato la mente – grazie a uno stile poetico e incisivo – e folgorato l’anima delle tantissime persone che lo hanno letto.

In questo mese, in un Blog Tour a cui ho aderito con molto entusiasmo, abbiamo affrontato alcune tematiche portanti del libro, quali le questioni di potere, la malattia e le discriminazioni affrontate da Jonathan nella sua vita e tra le parole di questo suo potente romanzo d’esordio.

 

 

Oggi io proverò a soffermarmi sul senso di inadeguatezza, che sembra scorrere come un fiume sotterraneo dietro ogni parola del libro, e che costituisce un doloroso punto di contatto tra tutti gli aspetti del romanzo, tra tutti i momenti di vita e i legami dell’autore.

A Jonathan, in un giorno qualsiasi di gennaio, viene una febbre che non va più via. La febbretta lo accompagna costante, logorante, fino alla rivelazione: Jonathan ha contratto il virus dell’HIV. Da quel momento l’autore ci accompagna in un viaggio in avanti verso l’accettazione della malattia e il suo riscatto, e contemporaneamente a ritroso fino alla genesi della sua storia personale.

Jonathan nasce da due genitori giovani che presto si separano, e già nel ricordo delle sue origini emerge la sensazione di non essere stato abbastanza. L’autore si definisce il precipitato imprevisto di una storia durata niente”, sente si essere stato lasciato indietro dai genitori e di essere stato allevato da sostituti, gestito da altri.

Mi chiamo Jonathan ma da qualche parte esiste quella Desirèe, la figlia che mio padre avrebbe voluto, quella che avrebbe avuto un po’ più di attenzioni. Da qualche parte esiste Antonio, il rozzanese, il nipote allineato. Quello che si sarebbe fatto rispettare, che avrebbe salvato le donne della sia vita dalle urla e dalle mani cattive. Quello che si sarebbe difeso, che sarebbe diventato adulto davvero. I nostri avatar per somma o sottrazione ci determinano. I nomi mancanti di un figlio, la sua storia già iniziata prima di venire al mondo. Le aspettative, i sogni degli altri, la prima missione che ci hanno affidato”.

In quelle aspettative familiari disattese, nei sogni non realizzati e gli obiettivi non raggiunti emerge, logorante come la febbre che poi lo colpirà, il senso di inadeguatezza che lo attanaglia, una sensazione che lo accompagna per tutta l’infanzia. Jonathan cresce a Rozzano, nella periferia sud di Milano, una terra di immigrati dal Sud, poveri e delinquenti, una terra di persone forti, mentre Jonathan forte non riesce a essere.

La mamma è forte, sa picchiare le persone che se lo meritano, io non ci riesco: quando si litiga, io inizio a sentirmi debolissimo, le gambe mi diventano molli e faccio fatica anche solo a tenere in mano le cose. Che pugni potrei mai dare se sto così? Con queste mani mosce? Vorrei scomparire o essere salvato, vorrei essere teletrasportato in un posto sicuro, un posto in cui non c’è bisogno di saper menare”.

Di fronte alle botte che riceve, anche da una bambina, Jonathan sa reagire solo con l’umiliazione e la pietà verso se stesso. Sente di non valere niente.

Anche quando, crescendo, emerge la sua intelligenza e frequenta le medie in una scuola della Milano bene, Jonathan non si sente all’altezza. Si porta dietro costantemente la sua infanzia a Rozzano, l’appartenenza a quell’ambiente.

Rozzano è la mia carta d’identità fatta di strade e palazzi, la rappresentazione materiale della mia paura di essere scoperto e giudicato in quanto poveraccio, figlio di poveracci, di operai che non hanno studiato, di gente se va bene con la terza media”.

A Rozzano ognuno contava per sé, mentre nella nuova scuola si sente l’ospite, il ragazzo che non è assimilabile e anche la balbuzie lo fa sentire trasparente. Di fronte al suo silenzio percepisce il giudizio altrui, è come se le persone gli dicessero continuamente che non sa parlare, che non esiste.

 

 

Le parole che non pronuncia lo fanno precipitare. “Non ho la forza di oppormi, non ho la forza per essere quello che dovrei essere, per tornare a essere quello che ero prima: diverso ma bravo, pestato ma unico”.

Anche quando torna ad essere il più bravo, sente che questo non basta a proteggerlo, perché per paura di balbettare e bloccarsi, studia tutta a memoria. “Ho bisogno di ridurre le pause, i momenti di vuoto. Sembrare normale”.

Il senso di inadeguatezza non lo abbandona neanche in età adulta, nel sesso che non riesce a vivere con leggerezza “il sesso mi cancella, mi fa sparire. Mi porta via da tutto quello che sono di solito, da tutto quello che cerco di essere”. Nel sesso occasionale sente di non essere mai abbastanza, di non poter dare cosa gli altri cercano. Ciò lo porta a rendere il sesso qualcosa di nascosto, mai argomento di conversazione.

Mi dà fastidio la disinvoltura che io non ho? Se fossi stato come loro, libero, disinibito, esibizionista, mi sarei preso più cura di me? Mi sarei protetto meglio?”

Di fronte alla scoperta della malattia, che è il punto di partenza del suo romanzo, e della sua nuova vita, Jonathan convive ugualmente con questo di inadeguatezza, anche nei confronti del suo ragazzo, Marius.

Imparerò poi che siamo una coppia discordante, si dice così – uno ha contratto il virus, l’altro no – ma non lo siamo diventati: lo siamo sempre stati. Solo che non lo sapevamo, non lo sapevo. E invece l’avrei dovuto sapere. L’avrei potuto sapere, se avessi fatto il test. Ma il test non l’ho mai fatto. (…) Ho sempre avuto paura. Ho preferito la malattia alla paura, ho preferito il male alla paura del male. Scemo, codardo, irresponsabile, autolesionista, criminale, come mi classificate?”

Jonathan sente di aver sbagliato, proprio su se stesso, la persona che avrebbe dovuto conoscere meglio. La sua prima reazione alla malattia è il ritrovarsi senza punti fermi, il sentirsi travolto da un flusso che non riesce a fermare “Ho paura di non farcela. Ho paura di farmi del male”.

Il senso di inadeguatezza è, in verità, una sensazione assai frequente. Molte persone, indipendentemente dalle loro aspettative, non si sentono all’altezza di quanto raggiunto e vivono nella vergogna. Secondo gli psicologi Jeffrey E. Young e Janet S. Klosko l’inadeguatezza può diventare anche una trappola mentale: uno schema di pensiero negativo, che condiziona costantemente la relazione con se stessi e gli altri. Tutto dipende dalla strategia di adattamento che le persone utilizzano per affrontare, e gestire, quella sensazione.

Nella sua esistenza Jonathan sceglie le parole. Per tutta la vita, finora, ho cercato senza sosta di diventare qualcosa, assumere una forma, incarnarmi” ma proprio di fronte alla malattia, si vede finalmente. “Condizione corporea, oggettiva. Non decisa, scelta, voluta: il virus in realtà non dice niente di me, non dice niente di chi ce l’ha. Sempre lo stesso, uguale per tutti. Semmai conta il modo in cui chi ce l’ha assume su di sé la sua diagnosi, lo stile con cui sceglie o riesce ad attraversarla. (…) La precisione è l’arma di cui mi sono munito. La compagnia degli altri, la soluzione che ho scelto”.

Con le parole Jonathan rinomina quello che gli è successo, se ne appropria “per imparare, vedere di più”. Parlando agli altri di quello che ha vissuto, trova il proprio spazio nel mondo, non può più scomparire. “Le redini le tengo io, ora che posso. Luce ovunque, si veda tutto”.

Le parole altrui non gli rimangono più dentro, perché rifiutando l’obbligo al silenzio, è lui stesso a mostrare quelle parole, a rimandarle nel mondo.

Ho conosciuto lo sradicamento silenzioso, il vuoto della non appartenenza. Mi sono abituato all’idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto. Esporre il copione, il regolamento. Appropriarsi a proprio modo dello spazio dell’esclusione, introdurre una falla nel sistema e stare a vedere”.

L’augurio che mi sento di fare a tutti quei bambini invisibili a cui è dedicato questo coraggioso e imperdibile romanzo, è che riescano anche loro a riscrivere la loro storia, a riappropriarsi del proprio spazio di esclusione, e a vedersi finalmente.

 

 

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